2017, l’anno dei RoboSapiens

by • 2 gennaio 2017 • TECNOLOGIA, In evidenzaCommenti (0)399

Il primo è il celebre gioco da tavolo cinese, antico di 2500 anni, sul quale aleggia una mistica collettiva così estrema da sembrare una collezione di leggende metropolitane: si ripete che preveda un numero di mosse potenziali superiore a quello degli atomi dell’Universo. Il secondo è un gioco di strategia in tempo reale, in Rete, e che prevede molto di più del blocco delle pedine dell’avversario: punta al dominio della galassia.

La protagonista di queste sfide non esiste in natura. È una nostra creatura, ubiqua e strapazzata dalle controversie. È l’Intelligenza Artificiale, che si incarna in robot umanoidi e si cela in software invisibili. Ora i super-cervelli biologici di Demis Hassabis, cofondatore della società DeepMind, e di Jeff Dean, leader del Google Brain Project, vogliono scatenare i network neurali grazie ai quali sono diventati delle star contro un videogame iconico: in StarCraft le battaglie si combattono con ragionamenti ad ampio spettro e abbondante intuito, perché le informazioni disponibili sono sempre lacunose.

È questa incompletezza a rendere StarCraft tanto intrigante: richiede logiche simili a quelle che dominano il mondo reale, in cui l’azione si porta dietro una dose d’azzardo. Se il programma di Hassabis e Dean prevarrà, l’Intelligenza Artificiale – l’A.I. – avrà compiuto un nuovo passo. E si sarà ulteriormente avvicinata alle nostre logiche e alla gestione dei megaproblemi che ci angosciano, dai cambiamenti climatici alla guerra al cancro.

Intanto l’avanzata dell’A.I. prosegue nei gesti multitasking della quotidianità. Anche per l’ad di Microsoft, Satya Nadella, il 2017 rappresenta un anno-chiave. «Vogliamo portare l’intelligenza in ogni cosa, dappertutto, e per chiunque», ha detto enfaticamente, annunciando una quantità di nuovi sistemi: l’aggiornamento del «Translator», la piattaforma in grado di tradurre in simultanea tra gruppi di persone che parlano lingue diverse, e la chatbot «Zo», che costruisce sofisticati colloqui uomo-macchina.

Il padre di Facebook, Mark Zuckerberg, invece, si diverte a far cortocircuitare fumetti e film e ha creato un prototipo ispirato a Jarvis, il maggiordomo della serie «Iron Man»: gestirà la sua casa e un giorno potrebbe invadere le nostre, occupandosi di ogni aspetto del tran tran giornaliero. E così il tempo per chattare non scarseggerà mai.

Seduttiva, l’A.I. approfitta delle nostre debolezze, promettendo di assisterci 24 ore su 24: Apple con Siri e Amazon con Alexa, mentre Ibm investe un miliardo di dollari in Watson, il sistema che gioca con le parole a «Jeopardy» per il divertimento delle audience tv e classifica gli studi medici per suggerire agli specialisti le migliori terapie.

Mentre Google e Uber stringono i tempi sull’auto che si guida da sola, in California aprono supermarket e ristoranti dove gli unici umani sono i clienti. I sistemi automatizzati smistano desideri e consegnano prodotti e si afferma la «robot economy», alimentando il dibattito perfetto per ingolfare i social. L’A.I. ci farà bene o male? Ci sono catastrofisti come il cosmologo Stephen Hawking, che immaginano esiti alla «Terminator», e blandi pessimisti come l’informatico Steve Wozniack e l’imprenditore Elon Musk, convinti che le macchine dovranno essere messe sotto stretto controllo. E c’è chi crede che il processo non possa essere fermato. Per il filosofo Nick Bostrom l’A.I. acquisirà super-competenze non confrontabili con le nostre, mentre l’informatico Ray Kurzweil ha già intravisto la data del non-ritorno: è il 2045, quando si realizzerà la «singolarità», con il definitivo sorpasso dei robot pensanti ai nostri danni.

Ci sono poi realisti e ottimisti. Toby Walsh della University of South Wales, Australia, esclude i knock-out intellettuali (e il crollo dei lavori disponibili), ricordando l’«halting problem»: teorizzato da Alan Turing, prevede che non possa esistere un algoritmo in grado di risolvere in tempo finito un problema per tutti i suoi possibili input. E Giorgio Metta, direttore dell’iCub Facility Department all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, scommette su una fruttuosa convivenza robot-umani. «Diventeranno complementari – spiega – e sarà la combinazione dei due tipi di intelligenza, una veloce e l’altra creativa, a offrirci opportunità oggi impossibili». Per esempio liberando gli scienziati (o i medici) dal peso, ormai ingestibile, della consultazione dell’esistente: invece di perdersi nei labirinti di ciò che già è stato studiato – e che si materializza nel mostro del Big Data -, ci si librerà su altri territori di ricerca, ancora poco valorizzati.

Evolvendo, l’A.I. potrebbe contribuire a far evolvere il nostro pensiero, ai cui buchi neri si attribuiscono tanti errori. Intanto – conclude Metta – la temuta singolarità resta una prospettiva lontana. L’A.I., al momento, assomiglia alle folle di pc degli Anni 80: milioni di volte più performanti del software dell’Apollo 11, eppure ancora incapaci di connettersi in rete. E di macinare quella conoscenza che oggi è diventata uno dei motori della specie emergente dei RoboSapiens.
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