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Bambini dipendenti da internet, non dormono e non vanno più a scuola

by • 12 marzo 2016 • In evidenza, SOCIALECommenti (0)381

Alcuni hanno una sindrome da ritiro sociale, nei casi più estremi non escono più di casa.

Ci sono bambini e adolescenti che abbandonano l’attività sportiva, altri persino la scuola. Ragazzini che finiscono per vivere le uniche relazioni possibili attraverso internet.

Il professor Federico Tonioni è uno dei responsabili del Centro pediatrico interdipartimentale per la psicopatologia da web dell’ospedale Gemelli di Roma. Il primo centro italiano che si occupa delle nuove patologie giovanili legate alla diffusione della rete. Non ultima la sindrome da ritiro sociale. Un progetto innovativo che propone un approccio multidisciplinare alla materia, attraverso la connessione tra psichiatria, pediatria e la neuropsichiatria infantile.

Responsabile dell’area delle dipendenze da sostanze e comportamentali del Gemelli, Tonioni ha iniziato a interessarsi dell’argomento già nel 2009, quando ha creato un ambulatorio per le dipendenze da internet. Una realtà pionieristica, nel nostro Paese. «In questi anni abbiamo imparato molto» racconta. Sono stati valutati e curati almeno 1.300 casi. Quasi tutti giovani e giovanissimi, anche se nella prima fase non sono mancati gli adulti. Oggi al centro arrivano storie diverse: «Ci sono bambini di 11 anni e ragazzi più grandi» continua il professore. Quasi sempre si procede con una terapia di gruppo, per imparare a gestire le emozioni e tollerare le proprie pulsioni. «Al momento ci sono due grandi gruppi, uno che raccoglie pazienti di circa 13 anni e uno di diciassettenni».

Nella dipendenza da web quando deve suonare un campanello d’allarme? «Negli adulti il problema insorge quando la rete diventa il pensiero prevalente». Un’ossessione. Molto spesso non è difficile individuare un filo conduttore: «Possono essere siti che offrono gioco d’azzardo o pornografia. Insomma, si tratta di dipendenze che già esistono a prescindere da internet». Per i più piccoli è diverso. «I bambini e gli adolescenti – spiega Tonioni – non sono dipendenti patologici. Per i nativi digitali internet rappresenta un nuovo modo di pensare e comunicare. La dipendenza è una sovrastruttura, sotto si nasconde sempre un’angoscia più profonda». Il problema è legato al ritiro sociale. La tendenza a isolarsi, che nei casi estremi può portare ad abbandonare la scuola e il mondo esterno. «Ci sono bambini che non escono più di casa – continua Tonioni – Purtroppo ne vedo tanti». È un fenomeno che spesso crea anche problemi di salute. Trascorrere intere giornate davanti al computer o a uno smartphone interferisce inevitabilmente anche sul fisico. «Tanti ragazzini che passano il proprio tempo davanti a un pc hanno un ritmo sonno-veglia fortemente alterato. Dormono poco, oppure saltano i pasti. Alcuni hanno problemi di obesità perché non si muovono, oppure mangiano in maniera compulsiva. Altri ancora hanno problemi alla vista». Il sintomo principale è il “disinvestimento” del corpo e del contatto emotivo. «Lo vediamo fin dai primi colloqui, questi ragazzini non ti guardano mai negli occhi. E se cerchi di fissarli finisci per ferirli, diventi persecutorio». Ovviamente la timidezza non c’entra. In questi casi la rete diventa un filtro, una barriera.

Determinare la diffusione di questi disturbi in Italia non è facile. Il professor Tonioni offre una prospettiva diversa: «Stiamo vivendo un momento di grande cambiamento – racconta – Un’evoluzione digitale che è passata sottotraccia, ma ha profondamente modificato il nostro modo di pensare e interagire. Come in ogni fase storica, alcune patologie diminuiscono e altre ne compaiono. Le malattie non aumentano mai, al massimo si trasformano». Quando si parla di adolescenti e internet, inevitabilmente si pensa al bullismo online. Tonioni conosce la materia, recentemente ha pubblicato per Mondadori il libro “Cyberbullismo. Come aiutare le vittime e i persecutori”. L’approccio all’argomento è fin troppo realista. «Nella nostra vita – racconta il professore – Tutti abbiamo incontrato un bullo. Per quanto l’aggressività eterodiretta sia brutta, purtroppo esiste». E allora qual è la differenza tra la sfera reale e quella virtuale? «Parliamo di cyberbullismo quando c’è un vissuto di persecuzione. Il problema non è lo stimolo ad essere aggredito, ma l’incapacità di reagire. O anche, più semplicemente, di andare dai genitori e chiedere aiuto». Una forte incapacità a dire “Ho paura”. «E infatti i genitori coinvolti in queste vicende cadono sempre dalle nuvole». Basta leggere la cronaca per sapere che a volte il fenomeno si conclude in tragedia. «Se non hai la capacità di lamentarti con un genitore ti senti senza via d’uscita. Ecco, la persecuzione è il vicolo cieco. E qui si nasconde l’esito drammatico di queste realtà».

Eppure Tonioni parla di una predisposizione. «A volte una vittima è già vittima prima di incontrare un bullo». Si torna a parlare di aggressività. «Nella vita ci vuole una sana aggressività – spiega il medico – L’aggressività non è necessariamente negativa: è la capacità di conquistare e difendere il proprio ruolo nel mondo. Quello che nei bambini più piccoli rappresenta la voglia di esplorare e fare esperienze. Freud la chiamava “pulsione epistemofilica”». Oggi la carenza di aggressività nasce dall’assenza dei genitori, che l’era digitale ha allontanato ancora di più dai figli. Non è un caso se i bambini e gli adolescenti che vivono una situazione di ritiro sociale spesso trascorrono le ore con videogames “sparatutto”. Sono giochi ad alto contenuto di aggressività. «Nel gioco uccidono duemila persone, poi però si sentono in colpa. Vuole un esempio? Quando il personaggio che questi bambini interpretano nella realtà virtuale viene colpito e muore, succede una tragedia. Ci sono ragazzini che spaccano la tastiera del computer con la testa. Non sono matti, ma questo fa capire quanto investono in quel videogame. Gli serve come detonatore dell’aggressività, che quando si trattiene troppo dentro diventa rabbia».

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