È arrivato il momento di riscrivere Maastricht

by • 16 settembre 2016 • In evidenzaCommenti (0)352

Forse è arrivato il momento di riscrivere i parametri di Maastricht o quanto meno di scomputare gli investimenti pubblici dai vincoli europei di bilancio. Solo così ci potrà essere una solida ripresa economica e le nuvole dell’immensa incertezza che coprono da tempo il continente si dissolveranno. Lo sanno bene gli addetti ai lavori e forse lo danno per scontato, al di là delle parole, persino i tedeschi che si rifugiano sempre nel mantra dei compiti a casa.

Lo si è capito al termine del summit italo-tedesco di Maranello, quando la stessa Angela Merkel, a fianco di Matteo Renzi, ha annunciato che si troverà una soluzione ”ragionevole” per le nostre spese emergenziali, di comune accordo con la Commissione Europea. Anche la donna venuta dall’Est, che ha il terrore dei cani, pare abbia deciso di prendere il toro per le corna: con questi continui chiari di luna fatti di deflazione, scarsa crescita, disoccupazione, emergenza migranti, lotta al terrorismo, la gestione nazionale delle calamità naturali è solo l’ultima goccia che farà traboccare il vaso dell’obbligo di tenere il deficit sotto il 3% del Pil. Meglio prevenire che far finta di perseguire sforamenti sul pareggio di bilancio. Si tratta di una regola difficile da rispettare in momenti normali, figuriamoci in questi. D’altronde il limite di indebitamento lo rispettano in pochi in Europa, ad eccezione proprio di Italia e Germania, e quando si viola non viene comunque sanzionato dalla Commissione Europea (ieri Francia e di nuovo Germania, oggi Spagna e Portogallo).

Insomma è ormai un simulacro di rigore cui non crede più nessuno, probabilmente nemmeno a Bruxelles, dove fu imposto all’inizio pensando che si crescesse sempre del 3% l’anno. Una cosa mai vista. L’Europa non può più essere una gabbia aperta delle regole e sancire allo stesso tempo l’impossibilita’ di gestire le proprie finanze pubbliche (in inglese, deficit spending) anche quando sarebbe assolutamente giusto e fruttuoso per tutti. Anche per il paese dei lander, che necessita di interventi infrastrutturali come qualsiasi altro grande paese. L’odierno incontro tra Renzi e Merkel sancisce così un ulteriore rafforzamento del rapporto tra i due fondatori dell’Ue e tra i due leader e può essere il primo passo nella direzione di una riscrittura delle regole, non scriteriata, ma keynesiana, che permetta la famosa golden rule, appunto non calcolare nei parametri comunitari gli investimenti statali fatti per la crescita.

Sulla carta il menu era chiaro: i risvolti della Brexit. Ma visto che per ora dall’addio all’Ue ci sta guadagnando solo il coniuge che ha deciso il divorzio, i due hanno deciso di concentrarsi su ciò che resta sempre sullo sfondo nei vertici, Ventotene compreso: la libertà per i governanti di fare qualcosa per il proprio paese, che non siano ovviamente elargizioni a pioggia di denaro pubblico, baby pensioni o opere inutili. Insomma, una formula londinese restando però saldamente ancorati nell’Unione Europea. Senza strappi. Un paese, in casi eccezionali, può, anzi deve, derogare ai vincoli comunitari. E questo lo ha ammesso la stessa premier, quando ha detto, parlando del terremoto, ”anch’io sono capo di governo”, come a dire, anch’io devo rispondere ai miei concittadini e alle loro esigenze.

L’Italia avrà quindi ulteriore flessibilità, come avvenuto fino ad oggi, in virtù di fatti precisi: le riforme effettuate, la clausola migranti, che è valsa uno sconto di 1,5 miliardi nell’ultima legge di stabilità, le norme anti-terrorismo. La logica politica vuole che così vada anche per la giusta richiesta del Presidente del Consiglio italiano di affrontare le spese della ricostruzione in Centro-Italia e del piano Casa Italia senza l’assillo dei decimali ma con le dovute accortezze anti-sprechi (imposte, in questo caso, da Berlino e dalle regole di buon governo).

L’ormai famosa clausola della flessibilità, prevista nel Patto di stabilità e anche nel Fiscal compact, prevede peraltro libertà di movimento proprio per queste evenienze che sono, purtroppo, sempre più la costante di questi tempi e che rendono di fatto già sospeso Maastricht e non per un desiderio di non rispettare gli accordi. Ma è ancora troppo poco, serve una svolta sulla politica economica.

La partita tra governo, Germania e Commissione Europea diventa così tutta politica ed aperta, ma probabilmente si concluderà bene per Roma, visto che la posta in gioco è socialmente altissima. La cancelliera tedesca ha già capito questa esigenza, perché non è solo italiana. Ha ben presente – e lo ha ricordato in conferenza stampa – quello che spesso accade nei lander alluvionati o gli effetti di spesa del milione di immigrati che le è piombato dentro casa dopo l’apertura delle frontiere, come conosce bene le ansie francesi per gli attacchi terroristici e la determinazione di Renzi ad avere mani libere in politica economica. Di fronte a questi cataclismi – naturali o meno – non c’è patto o trattato che tenga e non perché si vuole smontare l’Unione Europea, ma proprio perché si vuole preservarla da un sentimento popolare diffuso di scetticismo e di eurofobia. Matteo Renzi e Angela Merkel dimostrano di avere una buona intesa, il primo a gestire gli sbarchi di decine di migliaia di disperati e accudirne le vite, la seconda a tenere a bada chi vorrebbe fare una Brexit al giorno nel proprio paese. Questo inedito tandem ha i numeri per dare risposte concrete alla gente, convincendola che al di la’ delle difficoltà, ci sono ancora motivi per credere nell’Unione Europea. Oggi l’Europa deve essere quella della solidarietà, di Renzi-Merkel e Hollande in raccoglimento davanti alla tomba di Altiero Spinelli, della marcia di Parigi dopo gli attentati terroristici, dei gesti concreti d’aiuto arrivati alle vittime del terremoto del 24 agosto, dei giubbotti di salvataggio lanciati dalla nostra Guardia Costiera, delle mani accudenti di tanti, tantissimi civili. Non è retorica, è così che funziona in una famiglia anche se non è scritto in alcun trattato.

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