Essere felici a tutti i costi

by • 3 ottobre 2017 • In evidenza, SOCIALECommenti (0)243

Per i critici del pensiero positivo come me, ma anche semplicemente per i vecchi barbogi (a essere onesti, sempre come me) è difficile accettare l’idea che una visione ottimistica del mondo faccia vivere meglio.

Gli scienziati, con la loro seccante fissazione per i fatti, hanno pubblicato studi su studi in cui sostengono che un atteggiamento positivo ci protegge da tumori, malattie cardiache e ictus. Dall’analisi dei dati raccolti su un grosso campione di donne statunitensi seguite nell’arco di sei anni è emerso che le più ottimiste avevano il 29 per cento di probabilità in meno di morire; da un’altra, che riguardava anche gli uomini, è risultato che le persone con una visione positiva della vecchiaia finivano per vivere di più.

Finalmente, però, anche noi pessimisti abbiamo un’arma per contrattaccare: un nuovo studio pubblicato dalla rivista Psychological science, e citato dal blog Research Digest, che mette a confronto i livelli di ottimismo, colesterolo e peso corporeo di americani e giapponesi. Sembra infatti che gli americani abbiamo meno probabilità di avere il colesterolo alto e di essere sovrappeso se sono allegri, mentre tra i giapponesi questa correlazione non è stata riscontrata. Qualunque sia il motivo della maggiore aspettativa di vita dei giapponesi – tutto il pesce che mangiano o una forte tradizione familiare di assistenza agli anziani – non è certo l’allegria.

Attenzione non richiesta
E allora qual è? In questo tipo di studi è notoriamente difficile stabilire quali sono le cause e quali gli effetti (può darsi che sia l’essere sani a rendere ottimisti, e non il contrario). Ma una spiegazione plausibile di questa nuova scoperta, condivisa da molti ricercatori, è che gli americani sono più sani perché negli Stati Uniti l’ottimismo è considerato un valore culturale. Tutti devono essere felici, e devono mostrare di esserlo. Mentre nelle culture asiatiche, per usare le parole della ricercatrice Jiah Yoo, “molti pensano che le emozioni positive abbiamo un lato oscuro, siano passeggere e possano attirare inutilmente l’attenzione degli altri”.

In altre parole, forse non è l’ottimismo in sé, ma il fatto di essere in sintonia con la cultura prevalente a rendere più sani gli ottimisti americani. Se non ci fosse la pressione culturale a essere felici, forse anche i pessimisti avrebbero un livello di colesterolo più basso.

Questo spiegherebbe anche la scoperta fatta nel 2015 secondo cui la felicità non rende più longeve le donne britanniche. Potete dire quello che volete sulla cultura britannica, ma l’insistenza sulla felicità a tutti i costi non è uno dei suoi difetti.
Se devo essere sincero, però, niente di tutto questo dimostra la mia tesi, e cioè che il pessimismo ha i suoi lati postivi. Quello che se ne deduce invece, con mio grande disappunto, è che abbiamo più probabilità di essere sani e felici se condividiamo l’atteggiamento e la cultura delle persone che ci circondano.

Non è certo una coincidenza che le popolazioni che si dicono più soddisfatte – come i danesi che hanno inventato la parola hygge (per indicare un’atmosfera sociale che dà un senso di comodità, sicurezza, accoglienza e familiarità) e i giapponesi – tendano a essere quelle omogenee, e non quelle diversificate. Forse, dunque, ciò che conta non è il loro atteggiamento nei confronti della vita, ma il fatto che tutti quelli che incontrano lo condividono?

Non è certo la ricetta giusta per rendere più sane e felici le società multietniche. Per ottenere questo dovremo smettere di pensare che l’una o l’altra mentalità sia la migliore possibile. Forse ottimismo, pessimismo, introversione, estroversione sono tutte cose che possono funzionare, basta non insistere sul fatto che l’atteggiamento giusto è uno solo.

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