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Il problema dei giovani in Italia

by • 30 luglio 2017 • SOCIALECommenti (0)248

Tra tutti i 28 paesi europei l’Italia ha il record di NEET, l’acronimo con cui si indicano i giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano e non si trovano nel sistema scolastico (not in education, employment or training). Si trova in questa situazione il 19,9 per cento dei giovani, praticamente uno su cinque. Ci sono più NEET in Italia che in Grecia, Spagna e Bulgaria, quasi il doppio della media europea, dove i NEET sono l’11,5 per cento del totale dei giovani. Questo è il dato più importante che emerge sull’Italia dal rapporto “Occupazione e sviluppi sociali in Europa” (ESDE) della Commissione europea.

Il documento è lungo più di 260 pagine e raccoglie in centinaia di grafici e tabelle l’evoluzione e i principali problemi della situazione lavorativa e di quella sociale nei 28 paesi membri dell’Unione Europea. Quello pubblicato oggi è il settimo studio di questo tipo realizzato dalla Commissione e quest’anno è dedicato in particolare all’equità intergenerazionale, cioè a come le risorse sono distribuite tra le varie coorti d’età e come le generazioni affrontano in particolare il mercato del lavoro nei 28 paesi membri dell’Unione. È un problema molto sentito nel nostro paese, dove da tempo si discute della “questione generazionale”, cioè di come le risorse siano distribuite in maniera diseguale tra le varie fasce d’età della popolazione – in particolare, a vantaggio dei più anziani.

Oltre ad avere il record di NEET, per quanto riguarda disoccupazione giovanile l’Italia è al terzo posto: il 37,8 dei giovani che cercano attivamente lavoro, esclusi quindi quelli che stanno studiando, non riescono a trovarlo. Il tasso di disoccupazione giovanile è più alto solo in Grecia e Spagna, dove è al 47,3 e al 44,4 per cento. Insieme alla Spagna, l’Italia è il paese dove i giovani ottengono i lavoro peggiori: il 15 per cento del totale riesce a trovare soltanto contratti atipici ed è quindi considerato a «rischio precarietà». In media, nel nostro paese, chi ha meno di 30 anni guadagna il 60 per cento in meno di chi ne ha più di 60. Questo porta a conseguenze anche nella vita familiare. Le madri italiane sono quelle con l’età più alta alla nascita del loro primo figlio, 31-32 anni, insieme a quelle di Spagna, Paesi Bassi, Lussemburgo, Cipro e Grecia.

L’Italia è anche un paese dove conta ancora molto il proprio background familiare per determinare il successo in molte attività. Ad esempio, insieme alla Slovacchia, è uno dei paesi dove c’è la maggior differenza tra i risultati ottenuti nell’educazione universitaria tra i figli di persone che hanno frequentato l’università e quelli di coloro che non l’hanno frequentata (cioè in sostanza, i figli di laureati hanno molte più possibilità di laurearsi).

Lo stato sociale fa poco per rimediare a questa situazione di precarietà e incertezza. Nei paesi del Nord Europa, circa il 60 per cento dei giovani poveri o senza lavoro riceve qualche forma di assistenza sociale, mentre in Italia, Grecia e Portogallo questa percentuale scende sotto il 60 per cento. Il problema sottolinea il rapporto, è che nei paesi del sud Europa una quantità sproporzionata della spesa sociale finisce in pensioni: circa il 60 per cento in Italia, una percentuale a cui si avvicinano soltanto altri sette paesi europei: Cipro, Ungheria, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo e Romania.

Al migliore trattamento pensionistico corrisponde anche una miglior performance degli anziani durante la loro età lavorativa. In tutta Europa la generazione nata dopo la Seconda guerra mondiale ha e ha goduto in passato di redditi superiori sia alla generazione più anziana sia rispetto a quelle venute dopo, ma il rapporto segnala che la differenza maggiore si trova proprio in Italia, Francia e Spagna.

Questa situazione tipica dell’Italia e di altri paesi del Sud Europa – scarsa assistenza da parte dello stato, anziani ricchi e giovani poveri e precari – ha portato alla creazione di uno “stato sociale alternativo”, in cui anziani e pensionati hanno contribuito con le loro risorse al mantenimento delle generazioni più giovani. Il rapporto, però, indica i rischi distorsivi di questo modello. Ad esempio, il fatto che questo sistema aiuta solo chi è così fortunato da avere nonni o genitori ancora in vita e disposti ad aiutarlo. Questo sistema per così dire “artigianale”, inoltre, non è in grado di rispondere alle fluttuazione economiche, come invece potrebbe fare un sistema organizzato a livello centrale, che può diminuire o aumentare i trasferimenti a seconda della situazione. Infine, ricevere una paghetta dai parenti non produce le sinergie generate dai sistemi messi in atto dai paesi più avanzati, in cui ai trasferimenti sono abbinati corsi di formazione e piani per il ricollocamento.

Il rapporto nota, tra le altre, un’ultima particolarità dell’Italia: il fatto cioè che i sindacati siano divenuti sostanzialmente organizzazioni di rappresentanza dei pensionati. È un fenomeno in qualche misura comune in altri paesi europei – in Germania, Austria, Finlandia e Paesi Bassi, i pensionati costituiscono oltre il 15 per cento degli iscritti ai sindacati e il rapporto nota come in Germania i sindacati rappresentino oramai più di 1,7 milioni di pensionati – ma in Italia la situazione però ha raggiunto livelli molto, molto superiori. Circa 3 milioni di pensionati sono iscritti alla sola CGIL, il principale sindacato italiano, e costituiscono circa il 50 per cento del totale dei suoi iscritti.
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