IL TRISTE DESTINO DELLA CULTURA CONDANNATA A RINNEGARE LA STORIA

by • 6 ottobre 2017 • PEDAGOGIA, In evidenzaCommenti (0)1050

La Prof.ssa Maria Antonietta Ruggiero, docente universitario di Pedagogia Generale e di Educazione Ambientale, ha dedicato le sue ricerche allo studio degli effetti dell’epistemologia della scienza che, nel Novecento, ha avviato una rivoluzionaria revisione teoretica in tutti i campi dello scibile.
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Due culture a confronto nel terzo millennio
di Maria Antonietta Ruggiero

In una società sedotta dalla globalizzazione, la cultura sembra condannata a una metamorfosi che le sta facendo perdere la sua tradizionale funzione di sviluppo della società e della storia dell’uomo.

Ridotta a “potere di acquisto”, fa sbiadire la memoria del suo passato, spegnendo vieppiù il pathos del futuro. In sintesi, si stanno disperdendo quelle caratteristiche che hanno reso la cultura un valore e un bene universale.

I “luoghi” che l’hanno generata, mondo dell’intelletto e mondo dell’esperienza, sono stati contaminati dalla globalizzazione. L’effetto prodotto è una sorta di sterilità intellettuale dell’uomo, è il formarsi di una cultura generata da un “DNA” sempre meno umano e sempre più artificiale.

Questi nuovi “generatori” della cultura possono sì produrre conoscenza ,ma non possono trasmettere l’idea/valore della necessità interiore di dare all’esistenza un senso profondo, un senso che, trascendendo l’agire contingente, stimola l’uomo a voler sopravvivere ai suoi consumi e a lasciare la sua cultura ai posteri perché questi possano avere solide basi su cui poter creare la loro.

La cultura è un patrimonio che si eredita e che si ha il dovere di accrescere e di trasmettere.

È questo che rende gli uomini liberi di creare nuovi mondi, che non abbiano i piedi di argilla ma che affondino nel solido terreno della storia. La continuità e la rottura tra le varie culture sono la sistole e la diastole della vitalità della storia. Einstein ne era profondamente convinto.

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Far crescere la cultura non vuol dire aumentare la quantità di conoscenze che i paradigmi delle scienze ereditati permettono di acquisire! Vuol dire invece reinvestire ciò che si eredita per creare nuovi modi di conoscere la realtà.

L’innovazione che non si misura con il passato genera progresso ma non sviluppo. Il progresso oggi corre veloce e l’uomo non riesce a tenere il suo passo. L’alienazione della società contemporanea è un dato ormai inconfutabile, rilevato nella seconda metà del secolo scorso. L’uomo, incalzato dalla tecnocrazia ha finito con il sottomettersi alle sue regole. Dietro le seducenti offerte del mondo artificiale, il prezzo del benessere è stato l’impoverimento dello spirito umano.

In questa prospettiva, la distruzione della cultura è un vero e proprio sacrilegio contro l’umanità perché, privando le generazioni future di un capitale da reinvestire, le fa regredire.

Possiamo considerare la mercificazione della cultura come la più potente delle armi di distruzione di massa. Quando non è più considerata un capitale da reinvestire, la si riduce a mute “vestigia” culturali, testimoni di un passato sentito come superato.

Ahinoi! La cultura è il nostro DNA! Alienarla dalla storia presente e futura è un atto della follia collettiva dell’uomo moderno.

Un tempo si riteneva che la cultura raggiungesse il massimo livello se era espressione di valori individuali e sociali, energia che alimentava la coesione dei gruppi e lo sviluppo storico dei popoli. In questa prospettiva, ovviamente, la cultura non poteva avere né scopi né fini utilitaristici.

Un tempo, la cultura era un apparato condiviso: di principi, di norme e di saperi,… Come tale, era l’espressione di comuni radici, di un’anima collettiva e, quindi, era ciò che permetteva di sviluppare il senso di appartenenza del singolo a un gruppo, di un gruppo al suo contesto storico geografico, degli uomini a un mondo comune.

La scissione del binomio cultura/civiltà ha portato ad un decadimento dei popoli i quali hanno perpetrato la distruzione con la brutalità degli egoismi storici, della cupidigia economica, dell’esaltazione del potere, del progresso spinto oltre ogni limite.

Un tempo, l’ordinamento sociale era la nicchia che preservava la cultura e, contestualmente, ne provocava continui riadattamenti, indotti dall’evolversi delle conoscenze e dei bisogni, che lo stesso modello cultuale generava. Questa che sembrerebbe una contraddizione in termini, in realtà non lo è. La dinamica del rapporto cultura/società, conservazione e innovazione, progresso e sviluppo… sono la sistole e la diastole che rendono vitale la storia aprendola allo sviluppo evolutivo. Due movimenti, dunque, che potremmo assimilare a quelli della conservazione e dell’innovazione, che assicurano la continuità e la discontinuità della storia.

Nella prospettiva della storia, intesa non come trasformazione dei valori in prezzi di produzione di marxiana memoria ma come reinterpretazione alla luce di nuove e condivisibili immagini della realtà, la cultura produce nuovi modelli dell’etica, assicurando in tal modo la convivenza civile e il controllo dello sviluppo.

Non sono infatti le leggi che dettano i comportamenti ma è l’etica sociale, che fa valere le regole dell’agire interpersonale ed anche degli stessi processi innovativi. In assenza di etica, nei rapporti interpersonali vige la legge dell’homo homini lupus e i processi innovativi obbediscono alla legge del profitto.

Il sistema giuridico e politico, infatti, interpreta e risponde ai bisogni che emergono nella quotidianità della vita. Se questi sono indotti dal sistema di produzione, la vita è governata dalla tecnocrazia, che li fa evolvere a una velocità tale da renderli impercettibili. L’uomo è quindi attratto dalla seduzione dal nuovo che, come una calamita, lo attrae sradicandolo dalle sue radici storiche.

Di contro, l’innovazione, laddove non è un violento strappo con la storia passata, è un processo armonico attraverso il quale si evolve una nuova cultura, rispondente ai bisogni sì nuovi, ma consapevoli. L’uomo non può essere responsabile se non è consapevole. La consapevolezza è rendersi conto delle motivazioni e degli effetti delle scelte, ovvero è la qualità che connota l’essere liberi.

Si pensi alla cultura ellenistica che, celebrata dall’etica della polis, produsse interessi contingenti verso l’ordinamento socio-politico e questo fece evolvere il bisogno e le capacità di conoscere e di sperimentare nuove forme di ordinamento statuario, fino a provocare, nel tempo, il riadattamento della cultura dello Stato per rispondere all’emergenza di nuovi bisogni sociali avviando di conseguenza l’innovazione culturale.

La funzione dell’attuale cultura mercificata, paradossalmente, sembra essere tanto più pregiata quanto più è interessata alla produttività dell’agire contestualizzato, a risolvere i problemi del momento, ad alimentare un clima di aspettative verso un benessere che sappiamo essere aleatorio.

La cultura contemporanea è spericolata, avvia al declino, alla perdita del potere di interpretare il bisogno profondo dell’uomo di trascendere gli affanni quotidiani, di darsi un senso, di credere in se stesso… e si frantuma in tanti saperi, utili ma non certo appaganti, che inducono l’uomo a credere nelle cose per poter ancora credere in se stesso.

Se non crediamo ai valori, non possiamo credere in noi stessi, che ne siamo i creatori, i custodi e i responsabili.

Sono i nostri comportamenti che possono rivitalizzare i valori e farli rivivere nel tempo o, di contro, possono distruggerli uccidendo il futuro. Se non crediamo in noi, dipendiamo dalle credenze altrui e ci ammaliamo di quella malattia sociale chiamata anomia.

L’accumulo delle ricchezze, sogno ambito dell’uomo moderno, si è infranto contro la povertà dello spirito che sta degradando l’uomo.

La società contemporanea è attratta da cose effimere, che sopravvaluta a tal punto da accumularle facendole diventare valori centrali nell’esistenza.

Ahinoi! L’ “avere” è un sogno che svanisce all’alba. Il valore delle cose effimere, infatti, svanisce al ritmo del loro stesso consumo, ingenerando nell’uomo disincanto e insoddisfazione e creando in lui un vuoto che induce alla continua e frenetica ricerca di cose nuove. Ma il vuoto, purtroppo, è incolmabile! È il prodotto della perversa rinuncia storica alla cultura e a se stessi. È un tradimento della propria natura, ovvero dell’humanitas.

I segnali del baratro che l’umanità si è trovata di fronte, al termine della sua esaltante e sconsiderata corsa al progresso, sono evidenti da molti decenni.

I ruggenti Anni ’60 segnano l’inizio della presa di coscienza di benessere materiale divenuto insostenibile.

Dall’Oriente all’Occidente si sono levate alte e forti le voci di coloro che hanno dato inizio a quella che possiamo definire la rivolta minimalista. Se non fu un vero e proprio movimento, fu comunque un grido di allarme inquietante. All’epoca sembrò un paradosso ma con il senno di poi, se ne possono leggere le ragioni ed anche i limiti. Ma del minimalismo ne parleremo un’altra volta. In questo contesto discorsivo valga il semplice riferimento per non chiudere il discorso in considerazioni assertive.

Il minimalismo serpeggia lungo la seconda metà del Novecento mentre, contestualmente si leva la rivendicazione delle masse che si sentono escluse dalla ricchezza

La società moderna ha giustamente combattuto la ricchezza di pochi, pagata con la povertà di molti. Per farlo, ha dovuto scardinare i paradigmi della cultura, responsabili del sistema di iniquità sociali. Nel giro di quasi tre secoli si è combattuto su molti fronti per poter rompere questi paradigmi, prima di vincere la battaglia finale sul terreno politico sociale.

I Robin Hood che hanno capeggiato i primi movimenti riformatori sventolavano le bandiere nobili dei valori umani e sociali e rivendicavano la ridistribuzione delle ricchezze come mezzo per realizzare l’ideale di libertà, uguaglianza e fraternità.

Il Novecento è stato teatro di una lotta di tutti contro tutti, conclusasi con vittorie senza vincitori. Benché il concetto di sovranità fosse divenuto aleatorio, i Paesi continuarono d esercitare il potere assoluto in nome della costruzione di una nuova società fondata sulla pace.

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I paesi più democratici portarono a compimento il disegno di una ricchezza condivisa, sia pur a beneficio delle regioni del nord del mondo, ma hanno finito con l’identificare il mezzo con il fine.

In un tempo in cui la rimozione della povertà post-bellica fu sentita come mezzo di stabilità nazionale e lo sviluppo scientifico prometteva grandi risorse, si avvertì l’esigenza di coltivare la cultura scientifica, a sostegno della produzione della ricchezza e, soprattutto della creazione dell’uguaglianza di opportunità di benessere, riconosciuta nel diritto allo sviluppo.

La cultura scientifica svolse un ruolo di primo piano in direzione di uno sviluppo democratico ma nella seconda metà del Novecento incontrò un limite nell’incontrollabilità degli effetti non voluti. Non più coniugata con la cultura umanistica, ha finito con l’esaltare la tecnologia, mercificando il valore delle cose, delle azioni, delle ambizioni…dello stesso sviluppo.

La cultura perde così via via le sue radici e, non esprimendo più i bisogni interiori dell’uomo, si limita a soddisfare quelli esteriori. Il nuovo secolo ha ereditato l’impegnativo problema di rimettere l’uomo in sintonia con se stesso, di ricostruire l’alleanza perduta con gli habitat fisico-naturali, antropici e socio-culturali.

La soluzione del problema è la costruzione di un paradigma della cultura, capace di coniugare le istanze della cultura scientifica con quelle della cultura economica, i valori e i principi dello sviluppo con i programmi per lo sviluppo, la libertà individuale con i vincoli storico-sociali- ambientali.

Nel terzo millennio, vi sarà sempre più un duro scontro tra queste due culture, diverso da quello che ha caratterizzato il secolo scorso, avvenuto tra la cultura scientifica e quella umanistica il cui teorico, Charles Percy Snow, indicò come la radice dei mali del mondo contemporaneo.

Oggi, più che mai, c’è l’esigenza di comprendere i fondamenti epistemologici del nostro sapere, per comprendere gli effetti delle nostre scelte per assumerci consapevolmente onori ed oneri di disegnare il futuro, per realizzare il sogno atavico di essere produttori della nostra storia esercitando quel libero arbitrio che il buon Dio ci ha donato.

La lettura epistemologica deve iniziare dai luoghi ove si genera la cultura, dove al momento, si sta attuando una perversa metamorfosi: si stanno trasformando le antiche reti di relazioni teoretiche-concettuali in filiere di azioni pragmatiche-conoscitive.

Nelle reti di relazioni teoretiche-concettuali, le interconnessioni creavano “spazi” di fertilità del pensiero intellettuale, permettendo di ipotizzare nuove connessioni, sperimentarle e dimostrarle, fino a creare nuovi paradigmi di spiegazione che, introducendo un compendio di regole, provocavano processi di innovazione.

A costo di sembrare folle o sciocca, devo esprimere una mia considerazione, non per il gusto di andar contro corrente ma per creare un punto di osservazione dal quale spiare la cultura attuale.

Mi sembra che gli uomini del presente abbiano perso quella poderosa capacità di innovazione che, fino ad ora, ha dato all’umanità una storia: radici, identità, crescita cerebrale, e anche un futuro.

Sono consapevole che l’innovazione è un fenomeno dei tempi moderni: un concetto divenuto parola d’ordine dell’agire storico, un modello originale dello sviluppo in opposizione a quello del passato, ritenuto conservatore, statico, elitario. La mia considerazione è tuttavia non priva di senso.

Mettiamola in questi termini: il mondo contemporaneo persegue l’innovazione, la ritiene una via d’uscita dalle gravi problematiche che lo attanagliano. Purtroppo, nel perseguire l’innovazione incappa spesso negli ostacoli posti dai nostri stessi quadri mentali che, non ancora riadattati, e forzosamente adeguati all’istanza di innovazione non la sanno concepire e la confondono con i cambiamenti, con il diverso da prima, con ciò che prima non c’era.

Fraintendere l’innovazione con il cambiamento vuol dire non considerare il rapporto di continuità/rottura della storia, disancorare la storia dalle radici, erodere il terreno su cui poggia lo sviluppo, aprire la porta ai venti del caso, far naufragare la società in mare aperto…

Le antiche reti di relazioni teoretico-concettuali che sostenevano la cultura del nuovo fino al Novecento, rendevano il pensiero creativo e libero di introdurre nuove connessioni, ma anche responsabile verso il nuovo sistema di regole che stavano creando. Questo vincolo rendeva queste reti concettuali rigorose.

La cultura è stata fondata su solide basi fino a quando i processi di innovazione sono avvenuti nei tempi lunghi, senza sconvolgere gli assetti sociali. Gli effetti dei cambiamenti, infatti, non erano percepiti dalle stesse generazioni che li provocavano. Non a caso si era soliti dire” Ai posteri l’ardua sentenza”.

L’attività intellettuale innovativa agiva come i fiumi carsici: rendeva a tratti visibili alcuni segmenti di un processo culturale destinato nel tempo a divenire innovativo. I grandi cambiamenti della storia passata non hanno traumatizzato gli uomini in quanto avvenuti per progressivo adattamento. Il compimento dell’innovazione si caratterizzava come una sorta di intermittenza concettuale. Mi spiego. Si spegneva un apparato conoscitivo che illuminava determinate idee, e se ne accendeva gradatamente un altro che le illuminava in modo diverso. Il valore di questa cultura, che potremmo definire della continuità e insieme della rottura dei paradigmi della conoscenza, stava nella capacità di coniugare il tempo storico in una sintesi di passato/presente/futuro.

Un’innovazione, sia pur sconvolgente, recuperava pur sempre le idee/valore del passato, le reinterpretava alla luce di nuove conoscenze, di nuove visioni del mondo e di un nuovo ordine sociale.

Oggi l’innovazione è invece salutata con un immediato entusiasmo. La parola ha un valore autoreferenziale che la pone al di sopra della storia passata. L’imperativo categorico kantiano ha ceduto il passo all’imperativo categorico tecnologico.

Pur se su questo valore si è abbattuto un certo discredito, tuttavia continua ad aver peso su un gran numero di persone, di gruppi, di sistemi…

Si è creata una situazione paradossale: pur avendo raggiunto un’articolata e approfondita analisi dei problemi del nostro tempo, continuiamo a comportarci come se li ignorassimo, spingendo sull’acceleratore dell’innovazione legandola allo sviluppo.

È vero che l’innovazione ha assolutamente una relazione con lo sviluppo, ma ci sono delle condizioni da rispettare perché questa relazione non sia un inganno che facciamo a noi stessi. L’innovazione deve poggiare su solide basi. Mi spiego.

L’innovazione porterà allo sviluppo se si avvierà un processo pedagogico volto all’innovazione dei quadri mentali, al riconversione del comportamento, all’interpretazione critica del progresso … In sintesi, l’uomo deve definire i principi e i valori in base ai quali intende promuovere lo sviluppo.

Soltanto in questa prospettiva, il processo in atto per uno sviluppo controllato potrà essere portato a regime. Diversamente, sarà destinato ad essere attuato da disposizioni dall’alto i cui risultati non potranno essere pari all’impegno che si sta condividendo a livello mondiale.

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