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Implantologia, la soluzione che ha soppiantato ponti e dentiere

by • 14 ottobre 2016 • In evidenza, SALUTECommenti (0)374

La domanda arriva spesso dai pazienti più anziani. «Dottore, sono caduti diversi denti: cosa posso fare?». «Metta un impianto», è la risposta più scontata dello specialista. Ovvero: una o più viti di titanio che vengono inserite nell’osso – mandibolare o mascellare – in sostituzione delle radici di un dente mancante. Gli impianti possono essere utilizzati per sostituire uno o più denti, su una o entrambe le arcate della bocca.

PONTI, DENTIERE E IMPIANTI: QUALI SONO LE DIFFERENZE
L’implantologia è la branca dell’odontoiatria che, da un paio di decenni, permette di sostituire i denti estratti (o caduti) con gli impianti. È questa la soluzione più stabile per far fronte alla caduta di molari, premolari, canini e incisivi. Un fenomeno, noto con il nome di edentulismo che, oltre a produrre un danno estetico, genera un’alterazione funzionale.

Se in passato si usavano soprattutto i ponti (che però richiedono di limare i denti sani adiacenti per essere supportati) e le dentiere (in presenza di una bocca atrofica e completamente priva di denti), oggi gli esperti sono concordi nel ritenere l’impianto la soluzione più simile ai denti naturali. Oltre che sul piano estetico, questi ultimi non comportano alcun condizionamento nemmeno a tavola.

NUOVE OPPORTUNITÀ CON INTERVENTI SENZA ANESTESIA TOTALE
In passato prima di ricorrere a un impianto – i cui costi si aggirano attorno a mille euro – era necessario prelevare del tessuto osseo dalla cresta iliaca, se non dalla teca cranica, del paziente. Oggi lo stesso può essere impiantato anche in presenza di un residuo di osso. Un’evoluzione, registrata negli ultimi sette anni, che assicura diversi vantaggi. «In questo modo l’intervento si effettua senza ricorrere all’anestesia generale, con un indiscutibile vantaggio per il paziente, anche sul piano economico», dichiara Enrico Gherlone, direttore dell’unità operativa di odontoiatria e presidente del corso di laurea in odontoiatria e protesi dentaria all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Il cosiddetto «innesto», prima necessario anche quando la zona dell’impianto presentava soltanto un deficit di osso, è adesso effettuato soltanto di fronte alla sua completa assenza. Ma anche in questo caso vi è un’alternativa. «Se il paziente è in età avanzata e con un’aspettativa di vita non superiore a vent’anni», prosegue lo specialista, si può intervenire ricorrendo a un impianto zigomatico. «La procedura va svolta in ospedale, vista la sua delicatezza, e comporta l’inserimento di un impianto in titanio nell’osso zigomatico».

Nessun prelievo di osso, problema risolto con un solo intervento e disagio post-operatorio contenuto sono le principali evidenze a supporto di questo approccio. Chi opta per la dentiera, invece, può supportarla con quattro impianti in grado di saldarla ed evitare così il fastidio, anche estetico, del suo movimento.

ATTENZIONE ALLE CONSEGUENZE POST IMPIANTO SU ALCUNI SOGGETTI
Per chi gode di una discreta disponibilità economica, visto che le poche prestazioni odontoiatriche rimborsate dal Sistema Sanitario Nazionale riguardano soggetti «vulnerabili sul piano sociale e sanitario», le opportunità non mancano. Detto ciò, però, la situazione è migliorabile, se quasi l’8% dei pazienti che hanno un impianto denunciano complicanze biologiche o lo sviluppo di perimplantiti nei dieci anni successivi all’intervento.

L’istantanea emerge da una ricerca pubblicata nei mesi scorsi sul Journal of Dental Research. L’indagine, condotta su oltre quattromila adulti svedesi, ha evidenziato la perdita dell’impianto e lo sviluppo di un processo infiammatorio a carico dei tessuti che lo circondano come le problematiche più ricorrenti, accentuate in presenza di una parodontite e nei pazienti fumatori.
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