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L’adolescenza ridotta a uno smartphone

by • 8 settembre 2017 • In evidenza, SOCIALECommenti (0)150

Recentemente, un po’ stanco di tutto, ho rinunciato al mio lavoro in una biblioteca straordinaria, ho cambiato il numero del mio cellulare, quello per WhatsApp, ho smesso di guardare Twitter, e sono andato a nascondermi su un’isola remota. Con l’accesso a internet, sì, ma lontano dalla Colombia e dal mio mondo.

Héctor Abad Faciolince, El Espectador, Colombia

Improvvisamente, questi cambiamenti, ma soprattutto il silenzio dello smartphone, o di alcune sue funzioni, mi hanno riconnesso con il mio vecchio mondo: quello della lentezza della lettura e della cura nello scrivere.

Mi sono dedicato a migliorare il mio francese (ancora molto incerto) e a tradurre parola per parola un libro che amo da una vita: il Candide di Voltaire. Poiché la prima parte del libro ha 30 capitoli, e dovevo restare 30 giorni sull’isola, ho deciso che ogni mattina avrei lasciato la stanza solo dopo aver tradotto un capitolo. Ho potuto farlo grazie a quattro ore di concentrazione, visto che la maggior parte dei capitoli è breve. Ogni volta mi sono premiato con la brezza e il sole di mezzogiorno, un vino bianco fresco e un’ora di nuoto in mare.

Cambiamenti scioccanti
Sono ormai un uomo quasi anziano che cerca di tenere il passo con le straordinarie novità elettroniche del mondo contemporaneo, né apocalittico né integrato, secondo la vecchia dicotomia di Umberto Eco. Ma adesso sono tornato nel mio mondo tra le montagne, ho letto (online) un articolo sui giovani nati in questo secolo, o alla fine di quello passato, e sono rimasto scioccato nell’apprendere dei cambiamenti psicologici causati in loro dallo smartphone.

L’articolo è pubblicato sul numero di settembre dell’Atlantic. L’autrice, Jean Twenge, è una psicologa che ha affrontato il crescente narcisismo delle nuove generazioni: nel 2007 ha scritto Generation me. Perché i giovani di oggi sono più sicuri di sé, hanno più diritti e sono più infelici che mai, e l’articolo è un estratto del suo nuovo libro, iGen, un lavoro sui postmillenial, che in percentuali altissime vivono molto più attaccati al telefono che alla realtà.

Si tratta di bambini cresciuti con uno smartphone in mano e senza ricordi di un mondo senza internet

D’un tratto, circa cinque anni fa, quando più della metà degli statunitensi aveva già uno smartphone, Twenge, che è anche un’insegnante, aveva notato dei cambiamenti improvvisi nei comportamenti, nelle interazioni sociali e negli atteggiamenti dei giovani, basandosi su statistiche pubblicate negli ultimi decenni. Si tratta di bambini e adolescenti cresciuti con uno smartphone in mano, e che non hanno ricordi di un mondo senza internet. I cambiamenti sono evidenti in tutte le classi sociali e in tutti i gruppi di popolazione degli Stati Uniti. Per loro, quasi tutta la vita è filtrata attraverso lo smartphone e i social network.

Non tutto è negativo: questi bambini tranquilli nella loro camera, con lo schermo blu riflesso negli occhi, hanno meno incidenti, sono poco interessati all’alcol, non sono ossessionati dal saper guidare, si uccidono meno tra di loro, ma hanno molti più problemi mentali, soffrono di più attacchi di depressione e si suicidano di più. Non sembrano molto felici.
Per quanto riguarda i rapporti personali, piuttosto che “uscire con qualcuno” chattano, e oggi s’incontrano sempre meno in uno spazio reale. Anche il sesso “reale” è meno frequente rispetto alle generazioni precedenti. In qualche modo sembrano non lasciare l’infanzia: gli e le iGen sono puerili in tutti i loro pensieri, perché l’adolescenza comincia più tardi. Dormono anche meno del necessario e si alzano e vanno a letto con l’ossessione di sapere cos’è successo nel frattempo sui social network.

Lo studio rileva una decisa correlazione tra le ore passate davanti allo schermo (soprattutto sui social network) e la depressione. E sono le ragazze a sentirsi più spesso escluse e isolate dai loro coetanei. L’unico consiglio di Twenge ai genitori degli iGen è quello di costringere i figli a spegnere o a mettere da parte il telefono molto più a lungo e a impegnarsi in qualsiasi altra attività.

(Traduzione di Giovanna Chioini)

Questo articolo è uscito sul quotidiano colombiano El Espectador.

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