Le informazioni che concediamo a Google ogni giorno

by • 17 maggio 2018 • TECNOLOGIA, In evidenzaCommenti disabilitati su Le informazioni che concediamo a Google ogni giorno155

Cosa sa Google veramente di noi? L’azienda ce lo dice in un minisito sulla privacy . Oltre a nome e cognome, email, numero di telefono, indirizzo e paese, sesso e data di nascita, Google controlla le email che inviamo e riceviamo su Gmail (ma da un po’ di tempo non ne legge più il contenuto), i siti che visitiamo, le cose che diciamo all’Assistente, i luoghi che abbiamo visitato e cercato su Google Maps, e molto altro ancora.

Rispetto a Facebook, va detto, è molto più facile controllare questa raccolta di dati in maniera granulare. Google ha un’interfaccia dedicata, abbastanza semplice da navigare, in cui si possono controllare le tipologie di raccolta dati, attivando o disattivando la raccolta di alcune tipologie di dati a proprio piacimento.

Anche il profilo pubblicitario dell’utente, che Google calcola unendo tutti i dati di cui sopra, si può gestire da una pagina dedicata alle cosiddette “attività”.

Smartphone Android
Rispetto a Facebook, Google ha a disposizione un’arma efficacissima per ottenere una profilazione ancora più precisa dei suoi utenti. Sono i due miliardi di telefoni Android attivi nel mondo, quasi tutti collegati ad un account Facebook. Il telefono che portiamo in tasca, in altre parole, è lo strumento perfetto per raccogliere ulteriori informazioni che Google non potrebbe ottenere dalle nostre attività Web. L’azienda può conoscere con maggior precisione in nostri spostamenti, oppure la nostra attività fisica. Sa sempre quante e quali app usiamo, e come le usiamo. Insomma, il “vantaggio hardware” consente a Google di affinare il nostro profilo ancora di più, con il risultato di poterci collocare in un target pubblicitario preciso ed efficace.

Profili ombra
Google, come Facebook, non si limita però a profilare gli utenti che utilizzano i suoi servizi. L’azienda utilizza varie tecniche di raccolta dei dati per creare profili “ombra” degli utenti non registrati. I dati raccolti non sono tanti quanto nel caso di un utente registrato, ma Google è in grado comunque di registrare informazioni utili in chiave pubblicitaria. La chiave di volta di questo sistema perfetto è Google Analytics. Il servizio per l’analisi del traffico Web, che si stima sia attivo su decine di milioni di siti Web, è in grado di “seguire” i movimenti di un utente da sito a sito, determinando così un profilo di una persona che, formalmente, non ha dato il consenso al tracciamento delle proprie attività online.

Google (ancora, come Facebook) compra infine informazioni sugli acquisti con carta di credito da vari “data broker”, aziende specializzate nella raccolta e vendita di dati commerciali. Servono a raffinare ancora di più la profilazione e a fornire ai clienti (cioè gli inserzionisti, non gli utenti-prodotto) un riscontro sull’efficacia delle proprie campagne pubblicitarie.

Migliore gestione dei dati
Se è vero che Google raccoglie e incrocia molti più dati di Facebook, è pure vero che finora nessuno scandalo del genere “Cambridge Analytica” ha mai scosso il colosso di Mountain View. Con qualche concessione ai complottisti si potrebbero citare i lauti stipendi che l’azienda paga ai lobbisti di stanza a Washington, ma non sarebbe una risposta sufficiente. La verità è che Google, rispetto a Facebook, ha sempre trattato i dati degli utenti con meno leggerezza e maggior lungimiranza. La quantità di dati degli utenti Google che gli inserzionisti AdSense possono gestire è limitata e controllata, mentre Facebook, soprattutto nei primi anni, era un vero e proprio Far West della profilazione.

È importante notare, per sfatare un falso mito abbastanza comune, che né Google né Facebook vendono i dati degli utenti a società esterne. Conservarli e gestirli internamente per alimentare una piattaforma pubblicitaria è molto più profittevole.

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