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Nemmeno Putin può cancellare Lenin

by • 17 febbraio 2017 • ESTERI, In evidenzaCommenti (0)284

La rivoluzione d’Ottobre era “l’evento più importante della storia dell’umanità”: ogni manuale di storia sovietico riportava questa frase in neretto. Oggi molti storici russi la declassano a “golpe di ottobre”. Cosa resta della rivoluzione russa cento anni dopo?
di Anna Zafesova

«Nel dibattito tra la socialdemocrazia e il comunismo ha vinto senz’altro la prima, e la rivoluzione del 1917 ha prodotto più danni che benefici. Ma la storia non è un duello tra due opposti. Sarà curioso vedere come Putin si arrampicherà sugli specchi per affrontare il centenario. Lavoravo a Mosca nel 1987, quando venne celebrato il 70simo anniversario della rivoluzione, e Mikhail Gorbaciov pronunciò al Bolshoi, dove si tenevano le cerimonie più importanti, un discorso programmatico nel quale denunciò l’esistenza di “pagine bianche” della storia, ma costruì tutta la sua riforma della perestroika sulla rivalutazione della rivoluzione d’Ottobre, un ritorno ai suoi valori fondanti».

Era un classico dell’epoca, rinnegare Stalin e recuperare Lenin, il “ritorno alle norme leniniste” proclamato anche da Krusciov con il XX congresso del Pcus.

«Esattamente. Vladimir Putin ha capito benissimo una cosa: Lenin non è cancellabile dalla storia russa. L’immagine del leader dei bolscevichi, che veniva inculcata ai sovietici fin dall’asilo, con una iconografia e una mitologia onnipresenti, resta positiva. Lenin giace ancora nel mausoleo sulla piazza Rossa, nonostante i tentativi di tumularlo accanto a sua madre a Pietroburgo, e abbattere una statua di Lenin è ancora difficile: nel Donbass i minatori si ribellarono al nuovo potere ucraino che “distruggeva i nostri monumenti».

Quando nel 2014 la rivolta del Maidan aveva rovesciato il monumento a Lenin nel centro di Kiev lo stupore in Occidente fu semmai per il fatto che fosse rimasta in piedi 25 anni dopo la fine del comunismo.

«La rivoluzione d’Ottobre non era più il simbolo di una ideologia, ma di un Paese. Ha tenuto insieme l’unico impero che aveva assorbito le colonie all’interno del suo territorio, non in terre remote. Non poteva trattare i popoli che aveva inglobato come degli zulù, e quindi ha sempre avuto bisogno di un collante. La religione ortodossa non poteva bastare a tenere unito un Paese abitato da più di 20 milioni di musulmani e minoranze di altre religioni».

Il presidente russo ha ordinato di celebrare il centenario invocando una “analisi obiettiva, profonda e onesta”, mettendo però in guardia dalle “divisioni” che questo dibattito potrebbe generare perché “siamo un unico popolo”. Nella narrazione dominante la rivoluzione viene vista come un evento negativo, perché ha generato il caos e distrutto l’impero felice degli zar, ma nello stesso tempo l’Urss, nata da questo caos, viene esaltata come modello. Come si supera questa sorta di dissociazione cognitiva?

«Infatti sarà molto interessante vedere quanto sarà tortuosa la giustificazione della rivoluzione, come si riuscirà a mettere insieme idee inconciliabili. Da quello che Putin stesso ha raccontato, per lui fu uno shock il declino della potenza dello Stato, non del comunismo. Non so nemmeno se ci avesse mai creduto. Appare più un conservatore che si ispira agli zar ottocenteschi, da Nicola I ad Alessandro III. Semmai è un antirivoluzionario».

In sintonia con la maggioranza dei russi che danno a una rivoluzione una valenza negativa, perfino molti oppositori di Putin sono stati critici nei confronti del Maidan proprio per questo motivo. In Europa la tradizione della rivoluzione francese impone di dare ragione al popolo sceso in piazza, in Russia lo shock del 1917, e poi del 1991, ha inoculato una profonda avversione per le rotture. Putin ha avuto parole dure contro Lenin, forse si identifica più con Stalin come costruttore di un impero?

«Lenin fu brutalissimo, anche con le sinistre, e mi sono sempre chiesto come il comunismo riuscisse a gestire un idolo così imbarazzante, anche se la propaganda l’aveva trasformato in un mito di buonismo molto lontano dal personaggio reale. Stalin è una carta formidabile, non solo per il suo Paese. Finita la guerra fredda, possiamo ammettere che senza la Russia la Seconda guerra mondiale avrebbe avuto un percorso molto diverso. Non a caso Montgomery voleva impedire ai russi di prendere Berlino. Eisenhower però decise di non lanciare l’offensiva perché avrebbe avuto un costo troppo alto, e gli americani hanno sempre avuto la tradizione, molto democratica, di cercare di risparmiare le vite dei soldati».

In Russia ci si scontra sul passato, anche perché è difficile discutere il presente. Il ministro della Cultura russo Vladimir Medinsky ha difeso i falsi della propaganda staliniana durante la guerra come una “leggenda sacra”. I putiniani più conservatori vogliono proibire il film sulla storia d’amore tra il futuro Nicola II e la ballerina Matilda Kshesinzkaya: uno zar martire non può venire raffigurato tra le lenzuola come un adultero. Il segnale è evidente: la storia non si discute.

«Putin cerca l’unità del Paese, e ha avuto una grande saggezza nel capire che la continuità storica va salvaguardata, a tutti i costi. Nello scrigno nazionale va conservato tutto. Nel 1889 a Parigi si tenne un’esposizione universale che celebrava la rivoluzione francese, con tutto quello che aveva prodotto, il terrore ma anche Napoleone, la nascita di una nuova classe dirigente e la creazione di un nuovo modello sociale. La Russia non è una success story come la Francia, però la rivoluzione d’Ottobre ha avuto anche un impatto positivo: ha sconfitto l’analfabetismo, ha liberato le donne. In Occidente abbiamo spesso un’idea caricaturale dei russi, ma sono anche intraprendenti. Gli oligarchi sono stati corsari e pirati, e Putin ha fatto bene a sbarazzarsene, ma hanno portato un dinamismo incredibile, qualcosa di buono rimarrà».

I liberali russi sostengono invece che senza sviscerare gli orrori del passato non si riuscirà mai a liberarsene, che per superare il trauma bisogna riconoscerlo.

«Io sconsiglierei questa terapia. La Germania l’ha fatto, ma è molto più piccola, e le condizioni erano molto diverse. Il sentimento di orgoglio è qualcosa che ogni singolo Stato va a cercare. La rivoluzione fu un faro per milioni di persone in tutto il mondo, produsse un’ideologia universale che dette ai russi un grande orgoglio. E oggi sono orgogliosi della dignità che Putin gli ha ridato».

Molti liberali russi si chiedono se è possibile una rivoluzione del 2017.

«Mi sembra un dibattito del tipo “di cosa parliamo stasera?”, l’unico pretesto è la data tonda. Non vedo le condizioni, Putin è troppo popolare e non può non esserlo».

Storico e saggista, Sergio Romano è stato ambasciatore a Mosca negli anni della perestrojka. Il suo ultimo libro è Putin, edito da Longanesi

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