Nessuno mi invita più a cena

by • 13 aprile 2018 • In evidenza, SALUTECommenti disabilitati su Nessuno mi invita più a cena151

C’è un giorno preciso nella vita di Vittorino Andreoli che segna l’inizio di tutto: il 2 luglio 1959 quando, superato l’esame da geometra, trova il coraggio per confessare in famiglia che vorrebbe sostenere anche la maturità scientifica per poi iscriversi alla facoltà di medicina. «Voglio fare lo psichiatra» se ne esce fuori. Papà Luigi, che per lui ha sempre sognato un futuro in cantiere, resta impietrito. Ma lo asseconda.

Ne nasce il «professore matto» con i capelli alla Einstein che tutti conosciamo (e che parla ancora del padre come il suo idolo): fa ricerche chiave sulla serotonina assieme alle migliori teste di Cambridge ed Harvard, sviscera i casi criminali più agghiaccianti, sostiene la teoria secondo cui omicidio e normalità possono convivere nella stessa persona. E ancora, studia perennemente la via per entrare nella mente umana e pubblica 56 libri, di cui l’ultimo pochi mesi fa.

Andreoli, nel suo ultimo lavoro, «Il silenzio delle pietre», elogia la solitudine come unica via per cercare se stessi. Oggi non siamo mai soli, vero?

«Mai. Siamo intossicati da rumori, parole, messaggi e tutto ciò che occupa la nostra mente nella fase percettiva. Il bisogno di solitudine è una condizione in cui poter pensare ancora. Oggi sono morte le ideologie, è morta la fantasia. Siamo solamente dei recettori. Ho proiettato il libro nel 2028, un giochetto per poter esagerare certe condizioni, un po’ come fece Orwell nel ’49 quando scrisse 1984. Io immagino che ci sia un acuirsi della condizione di oggi per cui noi siamo solo in balia di un empirismo pauroso, dove facciamo le cose subito, senza pensarci».

Colpa dei social network?
«Dopo le violazioni sulla privacy, Facebook andrebbe chiuso. Lì abbiamo perso l’individualità, crediamo di avere un potere che è inesistente, lì viene violato il nostro secretum. L’individuo non sta nelle cose che mostra ma in ciò che non dice. Invece i social ci spingono a dire tutto, ci banalizzano. Ora, io non so nemmeno come si usa quella roba, ma sappiamo tutto delle persone prima di stringere loro la mano. Le relazioni invece devono avere un fascino, sono scoperta. I social sono un bisogno di esistere perché siamo morti. Creano una condizione di compenso per le persone frustrate».

Però per i cosiddetti millennials è normale vivere esposti. Come educarli alla ricerca di se stessi?

«Io sono molto preoccupato. Non siamo più capaci di aiutarli. Gli strumenti abituali funzionano poco. È così cambiata la società che non abbiamo gli strumenti adatti. Mancano gli esempi dei padri che, a loro volta, hanno bisogno di non essere frustrati. Il male non è mai singolo. C’è qualcosa che non funziona a livello sociale».

Quindi non ha senso la psicologia dell’io?
«L’Interpretazione dei sogni di Freud è del 1900. Da allora abbiamo delirato. Dominava il principio per cui, se una persona mostra sintomi di malessere fisico e mentale, bisogna guardare dentro di lei e basta. Ecco l’io, oggetto in cui trovare la causa. Così abbiamo messo a punto una quantità enorme di strumenti sull’io».

Ma lei crede alla psicanalisi come terapia o no?
«In America non ci va più nessuno. La psicanalisi delle tante sedute e del setting particolare registra un crollo. Ci sono le terapie brevi. Non ha senso la terapia che dura dieci anni. Avevamo grandi strumenti sull’io, farmaci compresi, ma adesso non basta più. Il comportamento dell’uomo, normale o patologico che sia, dipende da più fattori: biologia, personalità (che è in continua modificazione e si costruisce con le esperienze) e l’ambiente dove uno vive».

Quindi la follia è anche genetica?
«Sì, sempre. In certe forme la genetica vale al 30%, in altre forme meno e hanno più rilevanza i fattori ambientali. Per affrontare i vari disturbi dell’uomo, tra cui la depressione (di cui oggi soffre il 14% della popolazione) tra medici non c’è più la discussione se sia meglio la terapia della parola o dei farmaci: oggi si combinano le due cose».

È la depressione il male più diffuso di oggi?
«No, è l’infelicità. Lei conosce tante persone felici? Se le conosce me la mandi. Come si fa a essere felici? Noi viviamo nella frustrazione, che si accumula e genera rabbia e questa genera violenza».

E la rabbia si declina anche in crimine.
«Sì, e la violenza diventa distruttiva. Ne parla anche Eric Fromm in La distruttività umana. La violenza è un atto motivato che può portare a uccidere: io sono geloso, uccido chi mi ha portato via l’oggetto del mio desiderio. Raggiunto l’obiettivo finisce la carica violenta. La distruttività invece è la voglia di rovinare e non riguarda solo l’altro ma anche se stessi è una piccola apocalisse familiare».

Come nel caso di Latina? Lui che si vendica con la moglie, uccide le figlie e si spara?
«Sì, e come in tantissimi altri casi. Quella non è stata solo vendetta ma voglia di distruggere tutto. Pensiamo a quello che sta accadendo in Corea con Kim Jong-un e alle sue minacce distruttive».

Quindi anche il potere è una patologia?
«Diciamo che se incontrassi Trump mi porterei dietro il camice. Il potere è una malattia sociale. Si pensa di guarirlo aumentandolo. Potere vuole dire faccio perché posso non perché è utile. E così il costruire diventa una patologia speculare alla distruzione».

Lei ha analizzato il profilo dei peggiori criminali, da Unabomber a Pietro Maso e Donato Bilancia. Però in ognuno ha sempre trovato il lato umano.

«La mia religione è l’uomo. È straordinario. Io non so giudicare, a quello ci pensano i giudici. Io cerco di capire, di andare dentro la mente. Mi affascina viaggiare nell’uomo. Studiai a fondo Bilancia. Quell’uomo, che era uno scassinatore, fino a quel momento non aveva torto un capello a nessuno, è un uomo molto intelligente».

Però uccide 17 persone.

«Ecco cosa accade: lui va a bische, nei privé di Montecarlo, e ha un amico complice che lo invita a un nuovo tavolo. Lì perde molti soldi e si accorge che l’amico lo ha tradito, in torta con il biscaiolo. Che fa? Gli uccide la moglie e poi lo ammazza. Da lì comincia tutto. Un giorno mentre guarda la tv con noia gli viene il desiderio di ammazzare una guardia giurata. Si alza dal divano, va a cercarla alla banca sotto casa, la uccide e torna davanti alla tv. Assolda le prostitute, le porta sulla sua Mercedes, dopo l’atto sessuale le ammazza. Finché una di loro lo riconosce, gli fa vedere una foto del suo bambino e lo supplica: Non uccidermi, lui ha solo me. Davanti all’immagine del bambino Bilancia si ferma. Ecco l’uomo».

Le è capitato mai di non riuscire a trovare il lato umano?
«Piazza della Loggia. Io sono stato il perito e ho vissuto per sei mesi senza poter raccontare alla famiglia dove andavo e gli imputati che vedevo. È stato atroce, era vero terrore. La violenza organizzata è drammatica, è un unico corpo malato. Quando non c’è più il criminale isolato ma c’è il sistema, non puoi più valutare una testa. Il delitto non è legato a un uomo solo, quando vedevo gli imputati da soli erano del tutto diversi. Lì non ce l’ho fatta, non ho capito».

Cosa pensa degli eroi del male proposti in tutte le salse nelle serie tv?
«È un errore, perché il male ha un fascino, soprattutto per chi non riesce a realizzarsi nella normalità. Si propone la via dell’eroe, che non è quello greco ma è quello negativo. La violenza che vediamo negli adolescenti arriva in gran parte da film, internet, videogiochi killer o a sfondo sessuale. Quando non si sa più distinguere tra virtuale e reale è pericoloso. Si estende l’apprendimento virtuale nella propria casa, nella propria vita».

Che idea si è fatto della rivolta delle donne contro le molestie sessuali?
«Che la donna cerchi rispetto e riscatto va bene, ma credo ci sia una grossa montatura. Ma non possiamo parlare solo di violenza fisica, cioè dello stupro. C’è anche violenza psicologica (cioè quella dalle belle maniere, mascherata, che in fondo è un ricatto), e quella del ruolo sociale (che lede l’immagine lavorativa e sociale). Ma è violenza anche la mamma che loda a dismisura le amiche della figlia sminuendo lei».

Lei ha studiato non solo la psicologia ma anche la chimica del cervello. È vero che a Cambridge era chiamato «l’uomo della serotonina»?

«Sessant’anni fa il cervello era sconosciuto. Dal ’39 si usa l’elettrochoc per tentare di mettere in ordine i neuroni con la scossa elettrica. Io vivo tutta la fase successiva a quel periodo, quando si comincia a dire: usiamo le sostanze, anziché le scariche elettriche, per scoprire cosa accade nel cervello. Arriviamo a dire che un determinato elemento è responsabile di un comportamento di agitazione o tranquillità. C’è una biochimica cerebrale. In quegli anni scopriamo che la serotonina non è solo nello stomaco ma anche nel cervello. Io imparo a estrarla dalle piastrine del sangue e la studio applicandola sui topi da laboratorio».

E poi che succede?
«Poi vengo a sapere che a Cambridge stanno lavorando proprio su quel tema. Io, che sono secchione pazzesco, vinco una borsa di studio e parto. Mi dicono: ripeti l’esperimento che abbiamo fatto per tre volte. Lo faccio ma trovo che quel lavoro non è giusto. Fino a quel momento non sono affatto considerato né vengo invitato alle riunioni che contano. Mi viene affiancato un tecnico per capire dove ho sbagliato. Ma viene fuori che ho ragione: loro misurano la serotonina ma anche una proteina che inquina il dato. Allora mi mandano al Cavendish, il grande laboratorio di Cambridge, per costruire un cristallo per separare le lunghezze d’onda. Da lì divento l’uomo della serotonina. E parto per Harvard per lavorare con il neuroscienziato Seymour Kety. Diamo inizio alle misurazioni, inducendo comportamenti anomali nei ratti, studiando il cervello dei pazienti operati. Conclusione: il cervello è una macchina che produce comportamenti. Ed è formato da due parti: una determinata e una plastica, che è il campo della psichiatria».

Come mai tornò in Italia?
«Mia moglie volle tornare, avevamo due bambine piccole e non la lasciai sola. Ammetto che sarei rimasto ancora un po’ ad Harvard, in mezzo a quei bei cervelli».

Questo non le impedì di proseguire i suoi studi. A che conclusioni è arrivato sulla follia. Cos’è?

«È un comportamento inaccettabile per la società. È un risultato dell’esistenza. Intendo dire che tutti possono diventare matti».

Nell’Ottocento, il suo concittadino veronese Cesare Lombroso diceva il contrario.

«Lui dice cose importanti, cioè che tutto nasce nella mente e non da spiritelli, come si pensava un tempo. Ma teorizza due compartimenti stagni: se uno è normale non può diventare matto e viceversa. Invece siamo tutti matti e tutti normali. Gli omicidi più efferati sono compatibili con la normalità. Significa che Bilancia avrebbe anche potuto non uccidere. E il signore per bene invece sì».

Dopo la legge Basaglia e la chiusura dei manicomi, la cura dei «matti» è migliorata?
«Non abbiamo bisogno dei manicomi e va bene. Ma servirebbero luoghi dove ospitare e curare i malati. Si tratta di piccoli reparti, case. Dopo quarant’anni siamo ancora qui. Il semplice reparto in ospedale non basta».

Cos’è la normalità?
«Le do una cattiva notizia. La normalità non è amata. Io a volte mi diverto. Premetto che non mi invitano più a cena perché pensano che già al secondo abbia fatto diagnosi. Quando qualcuno non mi sta simpatico, dico: sa che lei è proprio normale? E lui si giustifica. Nessuno vuole essere normale. I normali sono noiosi. Normale vuole dire: equilibrio, coerenza, onestà, regole. Questi elementi sono visti male».

Chiudiamo con un messaggio positivo: la ricerca della gioia. È possibile?
«Io ce l’ho con la felicità. Io sono un infelice gioioso. La felicità riguarda l’io, la percezione che un soggetto ha di fronte a qualcosa di positivo che lo riguarda. La gioia riguarda il noi, è corale. Cito un grande uomo: Gesù di Nazareth. Nei Vangeli non si parla mai di felicità ma di gaudium. Collettivo, non egoista. Ecco, quello è possibile».

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