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“Non fidatevi della Storia, racconta bugie da millenni”

by • 1 novembre 2016 • In evidenza, SOCIALECommenti (0)298

Anche nelle epoche che si credono più spregiudicate, scoprire che il passato è diverso da come credevamo può provocare costernazione. Nell’introduzione al suo nuovo libro, In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia, Paolo Mieli ricorda quello che è forse, ai nostri tempi, il caso più clamoroso di demolizione di un intero pezzo del passato, grazie ai progressi della ricerca storica (e, in questo caso, archeologica).

Dopo che per millenni, sulla base della Bibbia, si era creduto che intorno al 1000 avanti Cristo esistesse in Medio Oriente un grande e potente regno di Israele, esteso dall’Eufrate fino a Gaza, gli archeologi israeliani hanno scoperto che non è vero niente: a quell’epoca gli ebrei erano tribù di pastori primitivi senza nessuna unità politica, Gerusalemme era un villaggio, e Davide e Salomone, ammesso che siano esistiti, erano dei capitribù. Va ad onore della cultura israeliana aver preso atto senza drammi di questi dati ormai indiscutibili, nonostante la tempesta mediatica che hanno provocato nel Paese.

In questo caso non si tratta di accusare qualcuno (salvo, eventualmente, gli autori del Secondo Libro di Samuele e del Primo Libro dei Re) di aver falsificato volutamente la storia. Le falsificazioni con cui fa i conti Paolo Mieli sono piuttosto le versioni tradizionali della storia, alimentate a volte dalla propaganda dei governi, più spesso dall’inerzia dei libri scolastici e dalla pigrizia del pubblico, e che regolarmente rivelano le loro crepe non appena uno studioso le rimette in discussione con uno sguardo innovativo. Non si tratta, sia chiaro, dello stucchevole pseudo-revisionismo così di moda oggi, di chi scopre che la Rivoluzione francese ha sparso molto sangue, l’Italia del Risorgimento era un Paese pieno di intrallazzi, i partigiani hanno commesso a volte dei delitti, e gli americani hanno bombardato Dresda anche se non era necessario: l’autore, chapeau!, non menziona neanche una volta la parola revisionismo. Si tratta invece della naturale dinamica degli studi storici, per cui ogni storico che affronta un argomento anche già molto studiato può sempre aggiungere un punto di vista nuovo, può talvolta scovare nuove fonti, e può spesso modificare l’interpretazione del passato.

Il libro di Mieli è una ricognizione puntuale, erudita e divertita, di questa che è, ripetiamolo, la condizione normale della storiografia. È una rassegna bibliografica che in ogni capitolo, e ce ne sono ben 27, propone un tema storico su cui credevamo di sapere tutto e presenta al lettore gli studi più recenti che ne hanno rinnovato l’interpretazione. Verre era davvero quel politico corrotto che ci presenta Cicerone? Con quali mezzi Augusto arrivò al potere? I martiri di Otranto morirono davvero per la fede? Lincoln fece davvero la guerra per abolire la schiavitù? La Seconda Guerra Mondiale è davvero finita nel 1945? La collusione fra Stato e mafia, in Italia, è davvero una novità della Prima Repubblica?

Nelle pagine di Mieli, il lettore farà la conoscenza di innumerevoli storici d’oggi, qualcuno già noto al grande pubblico, altri meno; da Francesco Benigno, che ne La mala setta dimostra come i governi italiani «intrattennero rapporti con la malavita organizzata fin dalla fondazione del nostro Stato unitario», ad Aldo Schiavone che in Ponzio Pilato s’interroga sulla possibilità di una «tacita intesa» fra Gesù e il prefetto di Giudea; da Germano Maifreda che ne I denari dell’Inquisitore svela come le multe, più dei roghi, rendessero temuto il Sant’Uffizio, a Marco Natalizi che ne Il burattinaio dell’ultimo zar propone un ritratto nuovo e complesso del famigerato Rasputin.

Attraverso il lavoro di decine di colleghi, Paolo Mieli propone un viaggio attraverso un passato che ogni giorno si modifica ai nostri occhi, anche perché col moltiplicarsi degli studi diventa possibile uno sguardo più sfaccettato, affiorano sempre più gli individualismi e le stonature, così evidenti quando guardiamo al mondo in cui viviamo, e che quando pensiamo al passato rischiano di rimanere occultati. Quel senatore della South Carolina che paragonava con orgoglio la condizione degli schiavi del Sud a quella degli operai del Nord («I nostri schiavi sono assunti a vita, non c’è fame per loro, non ci sono accattoni, non c’è disoccupazione»), o quello storico inglese che nel 1871 esaltava la formazione del Reich tedesco come garanzia di pace, con «la nobile, paziente, pia e solida Germania» avviata a dominare l’Europa al posto della «nevrotica, vanagloriosa, gesticolante, rissosa, inquieta e ipersensibile Francia», oggi ci possono far sorridere, ma la verità è che il passato era come il presente, confuso, colorato, incomprensibile, e il mestiere dello storico consiste sì nel cercare di renderlo un poco più comprensibile, ma senza mai perdere di vista cosa significava viverci dentro.
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