Vietato calpestare l’innocenza

by • 2 maggio 2016 • PEDAGOGIA, In evidenzaCommenti (0)412

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ARIANNA SARTORI
ARTE & OBJECT DESIGN
Via Ippolito Nievo, 10 – 46100 MANTOVA – Tel. 0376.324260 – info@ariannasartori.191.it

Personale a due
Alberto Bongini e Sabino Galante
Vietato calpestare l’innocenza.
L’infanzia tra gioco e sogno

dal 23 aprile al 12 maggio 2016

Nome della Galleria: Galleria “Arianna Sartori”
Indirizzo: Mantova – via Ippolito Nievo 10 – tel. 0376.324260
Titolo della mostra: Personale a due di Alberto Bongini e Sabino Galante.
“Vietato calpestare l’innocenza. L’infanzia tra gioco e sogno”
Mostra a cura di: Lodovico Gierut e Arianna Sartori
Date: dal 23 aprile al 12 maggio 2016
Inaugurazione: Sabato 23 aprile, ore 17.30, alla presenza degli artisti
Presentazione di Lodovico Gierut

Orario di apertura:
dal Lunedì al Sabato 10.00-12.30 / 15.30-19.30. Chiuso festivi

“Vietato calpestare l’innocenza”
Vedo ogni mostra d’arte – di gruppo o singola, o personale a due come questa di Alberto Bongini e di Sabino Galante presso la prestigiosa Galleria Arianna Sartori di Mantova – alla stregua di una pianta, cioè di un albero il cui tronco raffigura la presenza/esperienza di chi ne è protagonista, concretata da tracce più o meno evidenti, ma tangibili.
In alto ci sono i rami, simili alle cosiddette “doti tecniche”, cioè a dire a quel mestiere d’artista oggi spesso desueto, o minimizzato, vittima di estetismi superficiali ricchi più di provvisorietà che di autenticità; poi ci sono i frutti, le opere complete che testimoniano il linguaggio di ognuno.
No.
“Vietato calpestare l’innocenza. L’infanzia tra gioco e sogno” non è una mostra da poco, né facile, possedendo validissimi contenuti e dell’uno e dell’altro autore, giacché – prima di tutto – ha il merito di aver affrontato e dato soluzione al pensiero di Bongini e di Galante evidenziandone una personalità ben lontana dal narcisismo spesso arido. Ambedue, poi, mettono in essere il legame che da tempo hanno stabilito con la gente, affrontando in modo diretto e indiretto anche le problematiche dell’esistenza.
Bellezza, non bellezza, contenuto, forma, messaggio…, gli elementi ci sono tutti, e completi, resi concreti non certo dall’individualismo che, in verità, è sempre presente in ogni persona, ma ciò che balza agli occhi è il fatto di vederli all’unisono impegnati entro la collettività, per cui interpretano sia il buono, sia il cattivo intendimento che l’uomo ha nei riguardi delle cose del mondo, negandosi ad un’arte svilita nel contenuto.
Essi propongono opere che riflettono una comunicazione, calata – secondo un concetto generale – “nel tempo del proprio tempo”, testimonianza per cui l’artista (sono parole di Franco Miele, storico dell’arte e pittore scomparso da anni, che ha la mia stima, da “Teoria e storia dell’estetica”, del 1965) “compie (…) per tutti e a nome di tutti una scelta esemplare, dimostrando con una testimonianza ideale, ma quanto mai concreta, quale sia la giusta via da percorrere, perché la vita significhi qualcosa e, significando qualcosa, assuma una struttura razionale, in ciò convincendoci ulteriormente dove è il bene e dove è il male, dove è l’utile e dove è il superfluo, dove è la disciplina e dove è l’anarchia; in breve dove l’uomo può educarsi, socialmente, religiosamente, moralmente, e perciò spiritualmente, a riconoscere il vero dal falso”.
La mostra è coraggiosa, profonda, nel senso che Bongini e Galante non si affidano a cervellotiche, artificiose e spettacolari soluzioni, dall’aspetto esclusivamente esteriore, ma ciascuno nel proprio alveo – che ha una linea comunicativa – consegna al pubblico un’espressione autonoma, dove del primo è particolarmente lodevole la serie ritrattistica connessa a “Lucrezia”, “Augusto”, “Benedetta”, “Agnese”, “Gregorio”, “Giacomo”, “Matilda”, “Filippo”, “Eugenio e Lavinia”, “Riccardo”, “Giulia”, “Matteo e Vittoria”, “Aurora” e ad altri, e del secondo opere tipo “Silenzio”, “Senza pensieri”, “I sogni di Elena”, “Amici per la pelle”, “Una strana coppia” per cui quell’infanzia del gioco e del sogno è fermata con immagini svelanti l’unione del significato e del valore del gioco come relazione tra la gente, così come esiste un armonico amalgama – o meglio – la fusione e la reciprocità di temi e di contenuti, con una globale accostamento dei fattori creativi e fantastici.
Osservando, ad esempio, gli oli su tela di Sabino Galante, è lapalissiano notare che il suo percorso s’è rivolto a tutta una serie di elementi quale, l’ha detto più volte, l’interesse per la ricerca figurale, ricca di un impegno disegnativo e cromatico non indifferente sicuramente non disgiunto da elementi classici misti ad altri ove la fantasia ha avuto ed ha un certo ruolo sicuramente atto a recuperare – come col tema odierno – il simbolo del gioco, che vede come evasione, come sogno, come elemento di apprendimento.
In Galante quelle parole, quel grido vero e proprio con cui si vieta di calpestare l’innocenza, è espresso recuperando la dolcezza del giocattolo, intimando agli animi senza coscienza – e ce ne sono… purtroppo sempre più numerosi! – di fermarsi perché le ferite inferte non si rimarginano, o si chiudono dopo tante sofferenze.
Credo opportuno di dire soltanto che l’artista merita un plauso anche per l’equilibrata scansione pittorica, tant’è che i lavori a olio consentono di capire l’intensità di un impegno continuato e continuativo che non cesserà di dargli ancora soddisfazioni, così come a chi ne segue con attenzione il viaggio.
Un attimo. Una pausa.
Leggo una poesia che si intitola “Gioco di grida” (1):

“Giardino ricordi?
I nostri passi bambini
veloci e pesanti
orme d’energia viva.
Tempo nel correre del pallone
riposo scandito dalla merenda.
Ricordi giardino?
Mi nutrivo del tuo sguardo.
Furono passi veloci
gioco di grida.
Oggi il mo rimembrare”.

Passando ad Alberto Bongini, la cui versatilità è veramente proverbiale – ottimo figurativo, da molti è giudicato un astratto di grande livello, è persino scultore dopo periodici soggiorni in quel di Pietrasanta – si evidenzia la particolarità di seguire un percorso in cui la ricerca incessante, direi persino estenuante, la fa da padrone.
E’ sempre lui, ben riconoscibile in ogni atto esecutivo/creativo, ma diversamente da altri, non riesce a stabilizzarsi, cioè a fermarsi ripetendosi, pur essendo lodato e con opere collocate in notevoli collezioni private e pubbliche.
Per esempio, dopo un ciclo come quello dedicato al colore bianco del 2003, o al successivo del 2004-2005 in cui per mesi e mesi le sue tele e le carte preziose si sono infoltite di migliaia e migliaia di segni soprattutto azzurri, o altri veramente apprezzati dedicati alle Alpi Apuane o agli olivi toscani, i suoi pennelli e quant’altro hanno elaborato le argomentazioni più varie, figurali e non, rispecchiandone un’infaticabile caratteristica che lo rende quasi unico.
Bongini è Bongini, piaccia o non piaccia non riesce a uniformarsi e dunque ciò che fa ne riflette più argomenti affrontati e messi in essere con personalità netta, cosicché nell’alternanza di paesistiche ricche di simboli, di ritratti, di segni/parole e di molto altro ancora che alla stregua di una sfera si muove e pulsa rinnovandosi continuamente, è giunto a definire artisticamente un’infanzia che solo uno sguardo superficiale definirebbe semplicemente collegata alla ritrattistica.
E’ di più. Molto di più.
Lo si evince dalla complessità d’assieme in cui le tessere, la puntinatura, le spatolate e le velature fanno vivere, o rivivere, il soggetto scelto, dandogli un’impronta autonoma: ecco che se l’età verde che dipinge con autorevolezza chiarisce il tempo in cui sosta, e di chi sia, egli sa ben definire e definirsi.
Se di volta in volta c’è il cosiddetto “specchio dell’anima”, penso di poter affermare che nei suoi ritratti sosta la luce di un intimo, delicato ma sicuro messaggio cucito alla vita da tutelarsi nell’onesta interezza.
Una delle sue peculiarità è, del resto, quella della coscienziosità, frutto di coraggiose scelte partire da lontano, i cui valori significanti altro non sono che risultati, legami veri e propri con la cosiddetta socialità e quindi alla vita degli altri.
Dato il titolo “Vietato calpestare l’innocenza. L’infanzia tra gioco e sogno” da Alberto Bongini e da Sabino Galante qualcuno si sarebbe aspettato chissà che cosa, e così – invece di dare a quella parte di società quasi soffocata dalla morbosità, ignobilmente curiosa, superficiale e coerentemente arrogante che per fortuna sta alla larga da punti culturali qual è la Galleria di Arianna Sartori – siamo davanti ad un qualcosa di diverso, legato soprattutto alla bellezza da cui emana, proprio per la pulizia/risposta (mi si passi il termine) concentrata verso chi non rispetta le regole del giusto comportamento.
Per cercare di concludere, cosa posseggono in comune i due artisti?
Direi un impegno, una moralità, una serietà che ci inducono a riflettere, cioè a tendere lo sguardo sui loro dipinti, ma contestualmente e perentoriamente anche sulle problematiche insite nell’universo giovane e addentellati.
L’arte, infatti, rispecchia l’uomo, lo riflette, cosicché i lavori portati a Mantova posseggono una funzione educativa e morale: lontani anni luce dall’apparenza e dal provocatorio altrove negativamente attivi, posso soltanto dire che la realtà di Bongini e di Galante può stimolare al rinnovo, contrari come sono all’adattamento, al torpore conformistico in cui singoli e gruppi sono in procinto di cadere, o già caduti.
Il baratro ha tanti colori ed esiste!
Lodovico Gierut
Critico ed esperto d’arte

(1)-Marta Gierut, Il volto e la maschera, poesie e opere, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano 2012.

“Vietato calpestare l’infanzia”
Sempre più spesso mi capita di osservare come, nelle persone, le originarie scelte professionali siano affiancate e talvolta superate da una inesausta ricerca di forme espressive nuove, di contenuti che rispecchino l’aspetto più intimo e vero della loro personalità rivelandolo nell’arte, nella poesia o nella letteratura.
Alberto Bongini e Sabino Galante, uno architetto e l’altro proveniente da studi tecnico-scientifici, hanno sviluppato da tempo in modo originale e personale la vena artistica che urgeva nel loro animo, testimoniandola con ricchi e interessanti percorsi espositivi, uno dei quali propone un tema particolarmente vivo nella nostra società, anche se purtroppo da molti disatteso.
Mi riferisco alla mostra “Vietato calpestare l’innocenza. L’infanzia tra gioco e sogno” curata da Lodovico Gierut, grazie al quale ho potuto ammirare in anteprima le rispettive opere.
L’attenzione ad un mondo-bambino, alla dimensione ludica come necessità ineludibile per un armonico sviluppo della personalità, è alla base della moderna psicologia e, a mio parere, anche della dimensione artistica nella quale si uniscono sapientemente pulsioni lontane e tecniche tradizionali o particolari.
Perché un’opera ci attrae? Perché raggiunge quella parte istintiva e spesso irrazionale che caratterizza l’infanzia: successivamente subentra l’aspetto adulto, culturale e critico.
In Bongini si spazia da opere in cui si proietta in forme eleganti, ricche di suggestioni cromatiche, che suggeriscono più che affermare, stimolandone la ricerca (fortemente espressa in una sua nota serie, pubblicata nel 2008, legata alle Apuane), alla ritrattistica sovente risolta in modo originale, con la scelta di materiali non convenzionali, che in un certo senso ricorda la Pop Art e a questo proposito voglio ricordare la mostra da lui tenuta assieme al fotografo Roberto Borra, nei locali de “La Versiliana” in Marina di Pietrasanta, “Grandi toscani dal dopoguerra ad oggi”, nell’estate 2015.
Nella mostra di Mantova è ben altro ciò che l’artista vuole sottolineare e riesce a cogliere: in “Augusto” lo sguardo brillante e sagace di un bambino che si affaccia con curiosità alla vita si coniuga con il sorriso aperto, entrambi espressione di uno stato naif ideale. In “Benedetta” invece sia il volto paffuto, sia l’espressione ancora incantata degli occhi, riconducono allo stupore dell’infanzia per il mondo, al breve periodo della vita in cui tutto è possibile e dove la fantasia supera la realtà.
La dimensione dell’infanzia che l’artista vuole sottolineare è quella dell’innocenza che fiduciosa pensa che tutti i sogni siano realizzabili, della serenità del gioco, diritto insopprimibile di un mondo bambino troppo spesso abusato e calpestato in una società di adulti frettolosi e superficiali.
La stessa tematica è protagonista delle opere di Sabino Galante, artista legato al figurativo, come egli stesso afferma nella biografia, ma comunque sperimentatore entusiasta in quanto ha affiancato alle tecniche tradizionali apprese, un loro uso non convenzionale.
Di spicco “Amici per la pelle”, un’immagine tenera e rassicurante in cui l’eterno sorriso della bambola insieme all’orsacchiotto, che tutti abbiamo avuto come compagno di giochi, suggerisce con forza la valenza della dimensione ludica, del sogno che diventa vita vissuta.
Anche l’attesa viene sublimata in un volo di farfalle nel cono di luce del lampione nell’opera “Aspettando il principe”, e in “Pensieri”.
In “Leggera come l’aria” invece, la levità dei pensieri infantili nel gioco introduce l’aspetto fantastico, in cui anche per una bambola è possibile danzare su una bolla di sapone.
Galante avverte profondamente l’esigenza di trasmettere una valenza simbolica alle sue opere in modo tale che lo riveli all’osservatore più ancora dei suoi tratti pittorici: si è dedicato, ad esempio, alla ritrattistica tradizionale, inserendo però in ogni opera un particolare (un oggetto, un paesaggio o altro) che permettesse di gettare uno sguardo sugli aspetti più personali e privati del soggetto rappresentato.
E ancora, nel suo ultimo ciclo pittorico dedicato al gioco e ai giocattoli, è riuscito ad effettuare una originale rivisitazione di una tematica cara alla pittura classica: la natura morta. Un tema che ha peraltro già approfondito.
Osservare i giocattoli come protagonisti di una scena una volta occupata da frutta, oggetti vari, cacciagione, rimanda appunto a quella dimensione simbolica a cui prima si faceva riferimento: all’infanzia come “Età d’oro”, come innocenza totale, come regno della fantasia e del “tutto è possibile”, al gioco come prima esperienza di vita sociale, ai giocattoli come strumenti di crescita progressiva.
In “I sogni di Elena” ancora una volta si presenta la metafora sogni-farfalle, una non- realtà leggera, libera di volteggiare dovunque. In “Senza pensieri” uno dei giochi più amati dai bambini, l’altalena sulla quale sembra di volare e la bambola, ci trasportano nei ricordi che tutti custodiamo in un recesso della nostra mente.
E cosa dire di “Speranza”? Un globo terrestre, una bambina, una rosa: una interazione fra queste tre figure con un forte messaggio simbolico. Non il Piccolo Principe e la sua rosa un po’ egoista, ma l’“I care for”, il credere con la forza dell’innocenza-bambina che tutto può cambiare, che un fiore può nascere anche dal fango e da una terra violentata.
Per concludere, congratulandomi con Alberto Bongini e con Sabino Galante, mi viene spontaneo da dire che è consolante pensare che forse ancora esiste una speranza per questa società ipocrita e violenta, ma non posso fare a meno di pensare alla fotografia di quel corrispondente di guerra in Siria, in cui una bambina dagli occhi terrorizzati, con la manina copre gli occhi della sua bambola, per proteggerla dagli orrori della guerra.
Marilena Cheli Tomei
Scrittrice

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