La guerra dei dazi tra Pechino e Washington

by • 6 giugno 2019 • ECONOMIA, ESTERI, Visualizza in HomeCommenti disabilitati su La guerra dei dazi tra Pechino e Washington196

Un hamburger da McDonald’s? Guai a mangiarlo. E vietato pure stringere il volante di una Chrysler, pigiare sull’acceleratore di una Ford e godersi un viaggio a bordo di una GM. Mica scherzano, in Cina, con la trade war. Una roba da prendere maledettamente sul serio. Al punto da convincere la Jinggang Motor Vehicle Inspection Station, un’azienda nella provincia dello Jiangsu, della necessità di istruire i dipendenti con un nuovo codice di comportamento. Ferreo. Un calvinismo declinato in mandarino con cui si mettono all’indice i brand a stelle e strisce. Un ban che si estende anche ai polli di Kentucky Fried Chicken, ai prodotti per la casa Procter&Gamble e a quelli per la salute di Amway, fino all’impossibilità per il personale di far turismo negli States. Poco democratico? Probabile. Chi non rispetterà le nuove regole sarà infatti accompagnato alla porta. Licenziato. Brutale? Non meno del ruvido «You’re fired!» usato da Donald Trump non solo durante una sua celebre trasmissione televisiva, ma anche dallo scranno di comandante in capo della Casa Bianca.

Siamo insomma a un capitolo del tutto inedito nella disfida a colpi di dazi tra Pechino e Washington. Quello non più scritto con l’inchiostro cangiante della politica, ma dalle azioni immediate di chi fa impresa. Queste: «Per aiutare il nostro Paese a vincere questa guerra – è l’avviso esposto in bacheca alla Jinggang – , le autorità aziendali hanno deciso che tutti i dipendenti devono immediatamente interrompere l’acquisto e l’utilizzo di prodotti americani». A la guerre comme à la guerre. Lo stesso tipo di battaglia combattuta da un ristorante in Cina con questo cartello: «D’ora in poi, il nostro negozio addebiterà il costo del servizio del 25% ai clienti americani. Se non capite, consultate l’Ambasciata Americana!». Vero è che nell’ex Celeste Impero è da mesi operativo il movimento «Boycott Apple», che qualche danno in termini di vendite a Cupertino l’ha pure procurato, ma l’idea del boicottaggio ad ampio spettro, duro e puro, è uno step ulteriore. Forse ispirato dalla moral suasion del governo guidato da Xi Jinping, o forse solo frutto della crescente insofferenza che i cinesi avvertono nei confronti del protezionismo americano. Un nemico mortale per un Paese con un modello economico ancora basato sull’export globale del «made in China». Resta da vedere se l’iniziativa dell’azienda dello Jiangsu rimarrà un caso isolato, o se si trasformerà in una valanga di adesioni tale da creare un nuovo standard aziendale. Doloroso per le corporation Usa. Da Goldman Sachs il primo caveat: se la Mela Morsicata verrà messa all’indice in Cina, i suoi utili potrebbero calare del 29%.

Sul fronte diplomatico le bocce sono intanto ferme. Il segretario Usa al Tesoro, Steven Mnuchin, ha ammesso ieri che non è ancora stata programmata la prossima missione a Pechino per aprire un nuovo round di negoziati commerciali. Dopo aver concesso una tregua di 90 giorni a Huawei, pare però che Trump stia meditando un’altra mossa di rappresaglia. Nel mirino ci sarebbero ora i leader mondiali nella videosorveglianza, tra cui il big dei big Hangzhou Hikvision Digital Technology, ai quali verrebbe impedito l’accesso alla tecnologia Usa. Altra benzina sul fuoco.

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