Le crisi nel mondo del 2019

by • 8 febbraio 2019 • ESTERI, In evidenzaCommenti disabilitati su Le crisi nel mondo del 201975

Gli occhi del mondo sono tutti puntati sul Venezuela, epicentro di una crisi che rischia di sconvolgere i già fragili equilibri geopolitici globali. Ma ci sono altri focolai sparsi per il mondo, potenzialmente in grado di divampare in questo 2019. Un report dell’International Crisis Group ha stilato la “Top Ten”: oltre a Caracas, gli analisti guardano ad alcuni Paesi dell’Africa (Burkina Faso, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan), dell’Asia (Myanmar e Pakistan) e del Medio Oriente (in particolare Iran e Yemen). A questi ne vanno aggiunti due che si trovano alle porte dell’Europa: l’Ucraina e la Tunisia. Nell’elenco non c’è la Siria, che resta un punto interrogativo. «Ma questa fase di precarietà potrebbe continuare a lungo – spiega Robert Malley, presidente di Crisis Group – perché Russia e Turchia non hanno interesse a scatenare una crisi».

Sull’evoluzione di queste situazioni potrà giocare un ruolo fondamentale proprio l’Ue, chiamata a fare da mediatore tra le altre potenze globali. Ma il momento non è dei migliori. Le relazioni con gli Usa sono ai minimi storici. La crescita populismi, poi, ha indebolito l’Europa sul fronte interno. «La tragedia per l’Ue – sottolinea Malley – è di aver raggiunto la sua fase di massima utilità nel momento di peggior crisi».

Venezuela
Il Paese con due presidenti rappresenta certamente una delle incognite maggiori di questo inizio 2019. Sviluppi sono attesi nelle prossime ore e il rischio di una degenerazione del conflitto, magari con un intervento esterno, non sono da escludere. Nicolas Maduro non intende lasciare il potere nonostante gli ultimatum arrivati dagli Stati Uniti e, in modo un po’ più timido, dall’Europa. Maduro, però, può contare sul sostegno di diverse potenze mondiali, tra cui Russia, Cina e Turchia. Con il rischio che Caracas si trasformi nel terreno di gioco su cui si disputerà una sfida geopolitica mondiale.

Burkina Faso
Un diffuso malcontento sociale, l’avanzata dei gruppi di insorti e la sfiducia nello Stato da parte dei militari. Il Burkina Faso è stretto tra questi tre fuochi, che rischiano di rivelarsi un mix esplosivo. In diverse aree del Paese, soprattutto a Nord e a Est, si sono moltiplicati gli attacchi islamisti e ora lo Stato non controlla più alcune zone. Nella capitale sono aumentate le proteste per via della riduzione della spesa sociale. E i ribelli riescono a canalizzare il malcontento della popolazione.

Tunisia
Il Paese nordafricano ha davanti a sé grandi sfide che rischiano di annullare i progressi post-rivolta. Dal punto di vista politico aumentano le divisioni tra islamisti e non islamisti, accompagnate dalle tensioni tra il presidente Essebsi e il premier Chahed. Ma i problemi sono anche sul fronte socio-economico: crescono l’inflazione, la disoccupazione e le disparità regionali. Per molti tunisini l’unica soluzione rimane una sola: emigrare.

Repubblica Centrafricana
Il 2018 si è chiuso con violenti scontri tra gruppi armati e tensioni sempre crescenti nella capitale Bangui. Una situazione che sfugge al controllo dell’inesperto esercito nazionale e della missione delle Nazioni Unite. Attualmente ci sono più di 642 mila sfollati interni, mentre 573 mila profughi (molti dei quali musulmani in fuga dalle persecuzioni delle milizie) cercano riparo nei Paesi limitrofi. Circa 2,5 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari.

Sud Sudan
A cinque anni di distanza dalla guerra civile, le speranze di pace per il Sud Sudan sono «fragili». A settembre il presidente Salva Kiir e il leader dei ribelli, Riek Machar, hanno siglato un accordo per fermare i combattimenti. Ma per gli osservatori si tratta più che altro di un debole armistizio. Dall’elezione di Donald Trump è rimasto vacante l’ufficio dell’inviato speciale degli Usa, che in passato ha giocato un ruolo importante: l’assenza rischia di pesare sugli equilibri nel Paese.

Yemen
Il Paese è al bivio: una via che conduce a una pace provvisoria oppure un nuovo conflitto che si preannuncia ben peggiore dei precedenti. L’accordo di Stoccolma raggiunto a dicembre ha portato a un cauto ottimismo, ma i ribelli huthi e il governo riconosciuto a livello internazionale hanno subito ricominciato ad accusarsi a vicenda di non rispettare il cessate il fuoco. Restano poi gli interrogativi sul ruolo degli Usa dopo l’addio di James Mattis.

Iran
La decisione americana di uscire dall’accordo sul nucleare, con il ripristino delle sanzioni, pone diverse incognite. I Paesi europei e Teheran stanno aumentando gli sforzi per mantenere in vita il Jcpoa, ma c’è il rischio di effetti pesanti sull’economia iraniana. E di conseguenza aumentano le possibilità che anche l’Iran si tiri fuori, creando così tensioni in tutto il Medio Oriente, in particolare con Arabia Saudita e Israele.

Myanmar
Nessuna soluzione all’orizzonte per la crisi dei Rohingya, che vivono in campi super affollati senza alcuna possibilità di re-integrazione. Nel Rakhine la popolazione ha dato un ampio sostegno all’esercito dell’Arakan – un gruppo di ribelli – che di recente ha intensificato gli attacchi. Il mosaico di conflitti, unito alle rimostranze delle minoranze etniche hanno favorito l’esplosione dell’economia illegale (narcotraffico, contrabbando e gioco d’azzardo).

Pakistan
L’annullamento della condanna a morte della cristiana Aasia Bibi, accusata di blasfemia, ha scatenato gli islamisti, autori di dimostrazioni violente. Spesso però i servizi militari e di intelligence hanno “usato” gli islamisti in chiave anti-India e anti-opposizione. Crescono quindi le tensioni con Nuova Delhi, che non intende riallacciare le relazioni bilaterali dopo gli attacchi del 2016.

Ucraina
Una soluzione per la crisi del Donbass sembra sempre più lontana, nonostante le vittime in calo. Nuove tensioni tra Russia e Ucraina si sono infiammate dopo gli eventi nel Mar d’Azov. Una situazione che potrebbe far aumentare la pressione sulla Nato. Ma l’atteggiamento di Poroshenko, che ha cercato di sfruttare gli eventi a suo favore, non è stato visto di buon occhio da tutti in Europa. A marzo le presidenziali.

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