Le parolacce che diciamo al giorno

by • 1 gennaio 2020 • In evidenzaCommenti disabilitati su Le parolacce che diciamo al giorno788

Ricerca universitaria: più sboccati di 30 anni fa. Pronunciamo oltre trenta espressioni volgari al giorno.

Spariamo 2,1 parolacce all’ora, 33,6 al giorno da svegli. Nel 1992 ci fermavamo a 12,8. Negli ultimi tre decenni gli italiani, che storicamente svettano nelle classifiche della scurrilità, sono diventati ancora più sboccati. Diciamo due terzi in più di volgarità tre volte più spesso e le bestemmie sono quadruplicate. Trionfa l’organo sessuale maschile dall’etimologia incerta che per pudore sui giornali continua a essere scritto “c.zzo”, come se una A facesse la differenza.

Va alla grande anche “minchia”, ma senza infingimenti grafici, come pure “merda”. La bestemmia poi è sulla bocca di tutti. Sui social network e le chat aumenta la concentrazione del turpiloquio (dalle 5 alle 14 volte in più) mentre cinema, radio, tv e politica fanno crescere l’inflazione. Se qualcuno aveva sospettato un imbarbarimento comunicativo trova conferma nella statistica pubblicata sul sito parolacce.org, di cui è responsabile Vito Tartamella.

Il linguista spiega che questa fotografia è stata scattata da un’indagine condotta dalle università di Bologna e Torino (il corpus “KiParla”) che va ad aggiornare i dati del Badip (Banca dati dell’italiano parlato) fermi a 27 anni fa. “Negli anni ‘90 sono state censite 45 espressioni volgari; oggi sono diventate 75, con una crescita del 67%”, spiega Tartamella.
Non è un bel sentire per chi non ama il genere, ma l’arsenale di sconcezze in competizione ha il suo lato divertente e non fa sconti a nessuno: il corpus KiParla ha censito infatti le abitudini linguistiche di persone con alto livello di istruzione e di reddito, a dimostrazione che la sconcezza non è monopolio del camallo genovese ma abitudine trasversale condivisa anche dal commercialista di Rho. Entrambi dicono “c.zzo” spesso e volentieri tanto da farne la 215esima parola più usata in assoluto a pari merito (casualità?) con la parola “italiano”.

Una volgarità su 4 è quella lì e se si aggiunge che “minchia” è la quarta parolaccia più in voga, diventa evidente la componente fallocentrica del nostro bagaglio indecente. Il primo insulto, spiega il sito, è “stronzo”, sta al settimo posto e rappresenta solo il 2,7% dell’arsenale. I riferimenti religiosi, a loro volta inflazionati, confermano che una società laica non ha tagliato le sue radici cristiane anche se le usa in modo profano per sfogare rabbia o sorpresa. Nella hit parade qualcuno va e qualcuno viene. Escono di classifica “mortacci”, “bernarda”, “bischero”, “culattone”, “rompiballe” e “pompino”. Entrano fra gli altri “figata”, “tette”, “scoreggia”, “rompimaroni”, “soccmel”, “vucumprà”, “cacca” e “piscia”.

Il linguista nota che “negro” scende di ben 15 posizioni e crollano del 90% anche gli insulti omofobici. Salgono gli improperi sessisti contro le donne. Non è il caso di correre a sciacquarsi la bocca: studiato scientificamente il turpiloquio ha rivelato aspetti che vanno oltre la scurrilità e il fine offensivo. Lo psicologo inglese Richard Stephens, uno dei più quotati esperti in materia, sostiene per esempio che la parolaccia può rappresentare uno strumento di persuasione, un metodo per resistere al dolore e perfino un indizio per cogliere i primi segni di demenza senile.

Molte donne gridano ingiurie mentre partoriscono, le stesse che risuonano nella scatola nera di aerei caduti. Per quanto scandalose sono la lingua della vita e della morte. E per la cronaca, anche il resto del mondo non è così lontano dall’Italia: il Financial Times ha già sdoganato “fuck” in prima pagina.

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