Le plusvalenze spiegate bene

by • 20 dicembre 2021 • ECONOMIA, In evidenzaCommenti disabilitati su Le plusvalenze spiegate bene146

Si chiamano plusvalenze, sono meccanismi di bilancio che nell’ambito dei trasferimenti sono intesi come ottimi affari per le società di calcio. In linea teorica le plusvalenze si realizzano quando un calciatore di proprietà di una società viene venduto a un prezzo più alto di quello messo a bilancio in quel momento: è uno strumento non solo lecito, ma anche auspicabile per quelle società che basano la loro filosofia economica sul player trading, cioè sulla compravendita di calciatori.

Negli ultimi giorni, però, un’inchiesta della procura di Torino, dal nome “Prisma”, ha aperto uno squarcio preoccupante su questa pratica. Nel mirino è finita la Juventus e sette suoi massimi dirigenti, tutti finiti nel registro degli indagati: tra loro, il presidente Andrea Agnelli, il vicepresidente Pavel Nedved e l’ex direttore sportivo Fabio Paratici.

Al club bianconero si contesta un utilizzo spregiudicato delle plusvalenze, con un fittizio passaggio di denaro al fine di ridurre le perdite di bilancio: nel mirino sono finite in particolare le operazioni “a specchio” con altri club, con scambi di giocatori valutati a cifre decisamente fuori mercato.

Ma questa pratica è tutt’altro che limitata alla Juventus: anzi, negli ultimi anni questo fenomeno è stata una costante nel calcio italiano. Nella stagione 2015/16 i club di Serie A hanno realizzato plusvalenze per 376 milioni. Dopo un anno si assiste a un aumento di questa tipologia di entrate dell’85%, a quota 693 milioni. Nelle annate successive il trend si stabilizza (713, 712 e 738 milioni nella stagione 2019/20) e le plusvalenze diventano la seconda voce di ricavo dopo i diritti tv.

Come funzionano le plusvalenze
Insomma, in un calcio italiano dai conti in perenne difficoltà, le plusvalenze sono diventate qualcosa in più di uno strumento ausiliario: sono una vera e propria ancora di salvataggio.
Le plusvalenze sono importanti per i club perché consentono di rimettere in linea di galleggiamento i bilanci delle società, sfruttando quello che è uno degli strumenti più importanti per l’economia dei club: la cessione dei calciatori. Le plusvalenze in sé non sono il male, lo è la dipendenza da queste da parte delle società.

Nell’economia dello sport le plusvalenze hanno un valore, e un’occorrenza, decisamente diversa rispetto ad altri tipi di industria.
In qualsiasi campo economico la plusvalenza è un’eccezione, basilarmente è la cessione di un asset. Esempio: l’economia di guadagni di una fabbrica di spilli deriva dalla produzione di spilli, mentre una plusvalenza può realizzarsi nella cessione di un capannone. Ma rimane un evento straordinario, mentre nel calcio e nello sport è qualcosa di ordinario.

Con l’andare del tempo in Italia si è generata una dipendenza da plusvalenze estremamente pericolosa. Soprattutto quando si parla di plusvalenze incrociate: il meccanismo di scambiarsi calciatori per valori pari, nonché eccessivi rispetto a quello che è il valore tecnico effettivo del calciatore. Lo scopo è non solo generare plusvalenze, ma anche attivi di bilancio, che è l’altra metà della questione. Se una persona dà 10 e riceve 10 il conto è 0, ma non funziona così nella tecnica del bilancio. Se una società dà 10 a un’altra società e riceve 10, hanno 20 entrambi. Ovvero i 10 in uscita che rappresentano la plusvalenza e gli altri 10 del calciatore incamerato che diventa un attivo di bilancio.

Sul calciatore che viene acquistato, che si trasforma in attivo di bilancio, bisogna pagare negli anni successivi l’ammortamento: ed è lì che si scassa il bilancio in una società di calcio, in quanto sulle plusvalenze non hai incassato niente, e al tempo stesso incameri ulteriore stress sugli ammortamenti. È come se una società fosse usuraia di se stessa.
Nella stagione 2019/20 si è raggiunto il record storico di costi legati ad ammortamenti e svalutazioni del parco calciatori: 1.087 milioni di euro, due volte tanto rispetto al 2015/16.

Un segnale di allarme per tutto il calcio italiano
Il calcio italiano è pesantemente indebitato, e la pandemia non ha fatto che aggravare questo scenario. Il sistema calcio ha costi annuali per circa 4,5 miliardi di euro, diventati decisamente insostenibili: quest’anno Inter e Juventus hanno chiuso il bilancio con un passivo di più di 200 milioni di euro a testa, numeri quasi inediti nella storia economica del campionato. Considerando anche il Milan, le tre big del nostro calcio in due anni hanno perso complessivamente quasi un miliardo di euro.

Le plusvalenze sono quindi il mezzo escogitato dalle società di calcio per sistemare il bilancio e al tempo stesso non perdere competitività sul fronte sportivo. Ma c’è un problema non da poco: Il tutto si poggia su un’economia teorica che non produce flusso di denaro.
Così le società continuano ad avere la stessa massa debitoria e la incrementano, mentre gli utili restano soltanto sulla carta. È un circolo vizioso che diventa poi difficile da arrestare.

Quando una società ricorre a questo mezzuccio significa che ha esaurito la capacità propulsiva ed espansiva: perciò ricorre a questo mezzo sperando che in occasione del bilancio successivo avrà sistemato qualche uscita, cedendo qualche calciatore. Ma se poi questo non succede, l’anno dopo alla chiusura del bilancio si trova punto e a capo: se l’anno prima questa società aveva fatto un’operazione del genere adesso ne deve fare due, e poi ne farà quattro, e così via. È un meccanismo che alla lunga ti schiaccia, una società che entra in questo loop sopravvive al massimo 5 anni e poi si schianta inevitabilmente.

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