Una nuova Jalta è già in corso, senza conferenza e senza firme.
Il vero interrogativo è se questo nuovo ordine riuscirà a garantire stabilità duratura o se rappresenterà soltanto il preludio a crisi future ancora più complesse.
di Pasquale Ferrara
Nel maggio del 1945, con la caduta della Germania nazista, l’Europa e il mondo entrarono in una nuova fase storica. Le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale – Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica – decisero la spartizione del territorio tedesco in quattro zone di occupazione:
Stati Uniti a sud, Regno Unito a nord-ovest, Francia a sud-ovest, Unione Sovietica a est.
Anche Berlino, pur trovandosi interamente nella zona sovietica, venne suddivisa in quattro settori.
Tali decisioni furono formalizzate durante le Conferenze di Jalta e Potsdam (1945), con l’obiettivo di un’amministrazione congiunta della Germania attraverso il Consiglio di Controllo Alleato. Contestualmente, i territori a est della linea Oder-Neisse vennero assegnati alla Polonia e all’URSS, ridisegnando in modo irreversibile la geografia politica dell’Europa.
Quella spartizione segnò l’inizio della Guerra Fredda e di un equilibrio mondiale fondato su sfere d’influenza, deterrenza e alleanze militari contrapposte.
Un nuovo equilibrio globale: il ritorno delle sfere di influenza
Ottant’anni dopo, la comunità internazionale osserva segnali sempre più evidenti di una nuova, tacita spartizione del mondo.
Al tavolo delle grandi decisioni globali, accanto agli Stati Uniti e alla Russia, non siedono più le storiche potenze europee – Regno Unito e Francia – bensì Cina e India, protagoniste emergenti di un sistema multipolare in rapida evoluzione.
Le recenti dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump indicano con chiarezza questa tendenza.
Trump non si limita a parlare di Stati vicini e politicamente allineati agli interessi di Washington – come Cuba, Colombia, Honduras – ma rivendica apertamente l’interesse strategico per territori ritenuti fondamentali per la sicurezza nazionale americana, come la Groenlandia e il Canada, considerate cruciale per la difesa degli Stati Uniti e per il controllo delle nuove rotte artiche.
Un’impostazione che, in linea di principio, potrebbe essere estesa a qualsiasi territorio del pianeta ritenuto funzionale agli interessi strategici di una grande potenza.
Le reazioni delle altre potenze mondiali, finora limitate a dichiarazioni formali di condanna prive di conseguenze concrete, rafforzano l’impressione dell’esistenza di un patto non scritto di non interferenza, nel quale ciascun attore globale consolida le proprie posizioni evitando uno scontro diretto.
Una spartizione senza guerra globale, ma non senza rischi
A differenza del 1945, questa nuova ridefinizione degli equilibri mondiali non nasce dalle macerie di una guerra totale, non segue una devastazione planetaria né milioni di vittime sui campi di battaglia.
Proprio per questo risulta ancor più delicata: si sviluppa in modo progressivo, silenzioso e spesso informale, attraverso pressioni politiche, economiche, tecnologiche e militari, senza una vera conferenza di pace che ne sancisca i confini e le regole.
Scenario a medio termine: stabilità apparente, instabilità strutturale
Nel medio periodo, questo assetto potrebbe produrre una stabilità solo apparente.
Le grandi potenze tenderebbero a evitare conflitti diretti, ma a scapito di:
— sovranità degli Stati minori;
— rispetto del diritto internazionale;
— credibilità delle istituzioni multilaterali.
Il rischio concreto è l’affermarsi di un sistema nel quale la forza politica, economica e militare prevale sulle regole condivise, mentre le crisi regionali vengono tollerate come inevitabili “zone grigie” dell’equilibrio globale.
Il paradosso delle istituzioni internazionali: ONU e NATO
La situazione diventa particolarmente critica quando Stati membri di ONU e NATO – organizzazioni nate per garantire sicurezza collettiva, pace e rispetto dei trattati – strappano o aggirano quegli stessi trattati.
In questo contesto:
l’ONU rischia una progressiva marginalizzazione, ridotta a gestione diplomatica e umanitaria delle crisi, mentre il Consiglio di Sicurezza resta paralizzato dai veti delle grandi potenze.
La NATO affronta un passaggio storico: rafforzare il principio di alleanza e legalità internazionale oppure trasformarsi in uno strumento flessibile delle agende nazionali dominanti.
Una nuova Jalta senza conferenza
Come nel 1945, il mondo sembra avviarsi verso un nuovo equilibrio fondato su accordi impliciti tra potenze, più che su principi universali.
Ma questa volta la spartizione non segue una guerra spietata e devastante: nasce nel cuore di un sistema che formalmente continua a proclamare cooperazione, pace e diritto internazionale.
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Articolo a cura della redazione di Costa Paradiso News. Immagini: Reuters, AFP, elaborazione interna.
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