Nessun compratore per Alitalia

by • 6 dicembre 2019 • In evidenzaCommenti disabilitati su Nessun compratore per Alitalia130

Non c’è alcun compratore per Alitalia, scaduta il 21 novembre scorso anche l’ennesima data ultima per presentare un’offerta. Delta non si è presentata, Lufthansa non ci pensa nemmeno, se non dietro a stringenti condizioni (maxi-esuberi), mentre la stessa Atlantia dei Benetton ha fatto un passo indietro, non avendo ricevuto rassicurazioni sul mantenimento delle concessioni autostradali.

E così, il piano del governo di far entrare nel capitale Ferrovie dello stato e lo stesso Tesoro sfuma indecorosamente. Quando sono trascorsi oltre due anni e mezzo dall’avvio della gestione commissariale, Alitalia resta senza un proprietario e, soprattutto, senza un futuro.

In questi giorni, la disperazione negli ambienti politici aveva spinto ad avanzare due ipotesi: la nazionalizzazione e il cosiddetto “spezzatino”. La seconda sembra un modo diverso di definire la prima. Essa consisterebbe nello “spacchettamento” della compagnia in tre tronconi: voli e trasporto, servizi a terra e manutenzione dei velivoli. Ai privati verrebbero cedute le rotte e i velivoli, cioè la “ciccia” di Alitalia, mentre allo stato rimarrebbero le parti in perdita. La soluzione è stata smentita dallo stesso governo, tramite il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio.

Alitalia carrozzone pubblico costoso e inutile
In effetti, non sembra politicamente accettabile l’ennesima non soluzione, che graverebbe ancora una volta sulle tasche dei contribuenti italiani, i quali hanno già speso 900 milioni solo dal 2017 attraverso il prestito-ponte, divenuto a tutti gli effetti un finanziamento a fondo perduto e a cui si sono aggiunti altri 400 milioni appena stanziati. In teoria, quel prestito avrebbe dovuto fruttare interessi del 10% all’anno, ma con il “Decreto Crescita” si è deciso di abbuonarli. Non così dovrebbe essere per i nuovi stanziamenti, ma parliamo del nulla. Lo stato sta buttando i soldi in un secchio bucato, che perde ancora la bellezza di oltre 1 milione e mezzo di euro al giorno.

Negli ultimi 10 anni, la compagnia dei “capitani coraggiosi” ci è costata sui 5,3 miliardi e in tutta la sua storia, ovvero dalla nascita negli anni Settanta sotto il governo Moro, pare che abbia gravato sulle casse pubbliche per un totale di oltre 9 miliardi, mezzo punto di pil di oggi.

E per cosa? Nell’intero 2018, Alitalia ha trasportato 21,5 milioni di passeggeri, una frazione dei 142 milioni della Lufthansa, degli oltre 139 milioni di Ryanair e dei più di 100 milioni di Air France-Klm. Quale sarebbe stato il contributo positivo dell’ex compagnia di bandiera al turismo italiano, se i suoi numeri appaiono imbarazzanti nel confronto internazionale, appena un settimo di quelli della rivale tedesca, cioè vettore di quella Germania non certo meta di orde di turisti stranieri?
Rassegnamoci anche a un altro dato: non ci sarà mai e poi mai un vettore straniero che salverà Alitalia, in quanto chicchessia si limiterà certamente a spolparne le parti che gli interessano per andarsene via il giorno dopo. Al massimo, cercherà semplicemente di tenere la compagnia appena sopra il limite della sopravvivenza per tenere a bada una concorrente. Né ha senso che lo stato torni a fare l’imprenditore, visto che la privatizzazione nel 2009 s’impose proprio per sfuggire al crac dopo oltre 30 anni di gestione pubblica disastrosa. Se i privati non riescono a contenere i costi, pressati dalla politica, pensate che ci riesca un qualche cda nominato dai governi di turno?

Il fallimento si avvicina davvero
La ri-nazionalizzazione consisterebbe essenzialmente nel ritorno ai monopoli sulle tratte più remunerative, con la conseguenza che i viaggiatori italiani e stranieri avranno vita dura a spostarsi e pagheranno i biglietti a caro prezzo. Serva da esempio lo scempio del tratto Roma-Milano negli anni successivi alla privatizzazione. E l’assenza di concorrenza renderà la gestione ancora meno efficiente, mentre non risolverà il problema che ha Alitalia praticamente da sempre: l’incapacità di aprire rotte stabili su tratte estere (intercontinentali, in particolare) lucrative e di liberarsi dal peso della politica per gestire risorse e personale secondo standard aziendali e non burocratici.

Rispetto a pochi anni fa, l’italiano medio non si mostra più disposto a sobbarcarsi il peso di una gestione pubblica onerosa, che viene prospettata anche per gli stabilimenti dell’ex Ilva.

Lo stato-imprenditore godeva di un forte sostegno popolare negli anni Settanta e Ottanta, scemato sin dagli anni Novanta e ridottosi al lumicino di recente, perché gli elettori-contribuenti hanno capito che per loro si traduce in un costo da sostenere per il mantenimento di apparati corporativi, che bloccano le possibilità di crescita per il settore privato, tenendo elevate la pressione fiscale e le inefficienze. La strada verso il fallimento di Alitalia forse stavolta è stata davvero imboccata e l’incapacità del governo di studiare alternative credibili e praticabili la rendono più breve di quanto pensiamo.

Giuseppe Timpone

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