In un’epoca che si vanta di una globalizzazione senza precedenti, di una interconnessione tecnologica che ci mette a un clic di distanza, il mondo si trova a testimoniare con una paralizzante impotenza due tragedie che stanno definendo il nostro tempo: l’eccidio a Gaza e la guerra in Ucraina. Due scenari, geograficamente lontani, eppure uniti da un filo di dolore e sofferenza inimmaginabile, che mettono a nudo le fragilità e le contraddizioni del nostro sistema internazionale.
di Pasquale Ferrara
Come possiamo spiegare, a noi stessi e alle generazioni future, che in un mondo in cui siamo così vicini, siamo così incapaci di agire per fermare la morte e la distruzione? La risposta è complessa e multi-stratificata, e affonda le radici in una miscela tossica di interessi geopolitici, ipocrisia, fallimento delle istituzioni internazionali e, in definitiva, una perdita di umanità condivisa.
Il fallimento delle istituzioni internazionali
L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale con l’esplicito scopo di “salvare le generazioni successive dal flagello della guerra“, si trova in una posizione di drammatica inefficacia. Nel caso di Gaza, i numerosi tentativi di risoluzione del Consiglio di Sicurezza sono stati ostacolati da veti incrociati, in particolare da parte di potenze con interessi diretti nella regione. Questo meccanismo di veto, pensato per garantire un consenso tra le superpotenze, è diventato una vera e propria arma per paralizzare l’azione e proteggere gli alleati, trasformando il Consiglio in un’arena di scontro piuttosto che in un forum di risoluzione dei conflitti.
Parallelamente, in Ucraina, l’invasione russa ha sfidato apertamente la Carta delle Nazioni Unite e il principio della sovranità statale. L’ONU ha espresso condanna, ma le sue risoluzioni non hanno avuto l’effetto di fermare il conflitto, dimostrando come il diritto internazionale, senza un’autorità esecutiva e con il veto in mano a una delle parti in causa, resti spesso lettera morta.
Il peso degli interessi geopolitici
La guerra in Ucraina non è solo un conflitto tra due nazioni, ma un conflitto con ampie ripercussioni geopolitiche. Le sanzioni economiche e il sostegno militare all’Ucraina da parte dei paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, sono stati un tentativo di isolare la Russia e riaffermare l’ordine post-Guerra Fredda. Tuttavia, questo approccio, pur necessario per difendere l’integrità di un paese, ha anche acuito le tensioni, ha spinto Mosca a cercare nuovi alleati e ha reso una soluzione diplomatica ancora più ardua. L’ombra della deterrenza nucleare, purtroppo tornata attuale, ha limitato la volontà di molti attori di intervenire in modo più diretto.
Nel caso di Gaza, il conflitto è ancora più intriso di interessi storici e strategici. Gli Stati Uniti, con il loro incrollabile sostegno a Israele, hanno spesso ostacolato risoluzioni che avrebbero potuto imporre un cessate il fuoco immediato o affrontare le radici storiche del conflitto. L’equilibrio precario nel Medio Oriente, l’influenza dell’Iran e l’importanza strategica di Israele per gli interessi occidentali rendono ogni mossa estremamente delicata, e l’azione umanitaria è spesso subordinata a calcoli di Realpolitik.
L’ipocrisia e il doppio standard
Non possiamo ignorare l’amara sensazione di ipocrisia che pervade il dibattito internazionale. Il mondo che si è unito con una rapidità e una risolutezza lodevoli per sostenere l’Ucraina ha spesso mostrato una risposta molto più tiepida e divisa di fronte alla catastrofe umanitaria a Gaza. La sofferenza di una popolazione, quella ucraina, è stata vista come una minaccia diretta alla sicurezza europea, mentre quella palestinese, sebbene ugualmente devastante, è stata spesso considerata un “problema regionale” o una “questione complessa”.
Questo doppio standard mina la credibilità di chiunque si batta per un ordine internazionale basato su regole e non sulla forza. Come possiamo chiedere alla Russia di rispettare il diritto internazionale se noi stessi sembriamo applicarlo in modo selettivo? Questa incoerenza non fa che rafforzare il cinismo e la sfiducia.
La perdita di umanità condivisa
Forse la risposta più profonda e dolorosa risiede nella nostra stessa incapacità di mantenere un senso di umanità condivisa. Le immagini di bambini ucraini che fuggono con le loro madri, e quelle dei bambini palestinesi estratti dalle macerie, dovrebbero scuoterci allo stesso modo. Dovrebbero evocare la stessa rabbia, lo stesso dolore, la stessa determinazione a fare qualcosa. Invece, troppo spesso, la narrazione si politicizza, il dolore viene messo in competizione, le vittime vengono contate e classificate.
Finché continueremo a vedere l’altro come un nemico, una pedina in un gioco più grande, o semplicemente una vittima “dall’altra parte”, non saremo in grado di agire con la forza morale necessaria per fermare la carneficina. Dobbiamo ritrovare il coraggio di chiamare un crimine per quello che è, indipendentemente da chi lo commette. Dobbiamo insistere sul fatto che la vita di un bambino, sia esso a Kiev o a Gaza, ha un valore incommensurabile e non negoziabile.
Il mondo non riesce a fermare queste due guerre perché le sue fondamenta sono state erose.
Le nostre istituzioni sono indebolite, la nostra bussola morale è confusa, e i nostri leader sono più concentrati sulla protezione degli interessi nazionali che sulla difesa dei principi universali di giustizia e dignità. Finché non ci confronteremo con queste scomode verità e non ci uniremo per un’azione congiunta, basata su principi e non su calcoli, il lamento dei morti a Gaza e il dolore dei sopravvissuti in Ucraina continueranno a essere una ferita aperta sulla coscienza dell’umanità.
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Redazione Costa Paradiso News
16 settembre 2025 alle 11:00
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