Bisogna dare un ruolo ai giovani

by • 4 marzo 2021 • In evidenza, Interviste, SOCIALECommenti disabilitati su Bisogna dare un ruolo ai giovani201

Io li amo i giovani, non li temo. E c’è una bella differenza”, ci dice lo psichiatra Vittorino Andreoli. Un incipit che fa immediatamente capire, se mai ci fosse ancora bisogno, lo sguardo con cui il Professore analizza e spiega il fenomeno “dell’adolescenza patologica” nel suo ultimo lavoro, edito da Rizzoli, che si intitola “Baby Gang”. Questo libro nasce “dall’urgenza” ci dice lui stesso, di indagare “uno degli aspetti più inaccettabili di questa società”: quello “che gli adolescenti possano mostrare questo volto drammatico. Un tema estremamente attuale e lo diventerà sempre di più, perché o gli adolescenti sono piccoli protagonisti nella società o diventeranno eroi nelle baby gang”.

Professore, ci racconti come nasce questa analisi

“Dal fatto di vivere in mezzo ai giovani, agli adolescenti, di conoscere le loro storie. Da psichiatra vedo casi estremi, ma le alte temperature servono anche a capire le febbricole. Mi permetta di farle una piccola premessa”.

Prego

“Una delle invenzioni fatte proprio dagli adolescenti (quando parliamo di baby, non ci riferiamo alla fanciullezza, ma all’età minorile, che arriva fino ai 18 anni, in cui il contributo maggiore è quello degli adolescenti) è il ‘gruppo dei pari età‘. E cioè la tendenza che un adolescente ha di trovarsi con altri adolescenti: una modalità che dà loro sicurezza. Nel gruppo è come se l’uno si specchiasse nell’altro: vedendo che si hanno caratteristiche simili, gli adolescenti superano o sono aiutati a superare quel senso di non piacersi, quel timore di non essere come gli altri, di essere abbandonati. La cosa più paradossale di questo periodo storico è che non c’è un adolescente che si piaccia, tutti hanno qualcosa che vorrebbero cambiare, c’è una frustrazione di fondo”.

Il periodo adolescenziale è comune, però, ad ogni generazione. Cosa differenzia questa epoca dalle altre?

“L’adolescenza è una metamorfosi, si passa da un’età infantile a una adulta, ci si sente in cambiamento: il corpo cambia, con la pubertà nascono caratteristiche di genere. Nella società attuale però si è inserita la bellezza: questa è una società dove domina la bellezza, che impone dei modelli, con certe caratteristiche. Questo porta molti giovani a confrontarsi e a trovarsi diversi, a non piacersi. Con il gruppo di pari età si trovano e scoprono di essere tutti uguali, con le stesse insicurezze: è un mondo dove il confronto è consolante. In fondo con i pari età c’è come un allentarsi di questo senso di inadeguatezza che è del corpo, ma anche della mente”.

Cosa fa diventare un “gruppo positivo di pari età”, una “baby gang”?

“La risposta è semplice. Nel gruppo dei pari età non c’è un leader, ma subentra la dinamica del leader girevole. Le faccio alcuni esempi. Il gruppo si ritrova per una partita di calcio? Gioacchino che ama il calcio sarà il leader. Ma se parliamo di moto, Gioacchino magari non ne capisce niente, mentre Carlo è un esperto e ne prenderà il posto come leader. La caratteristica della baby gang, invece, è strutturale: ha un leader fisso che guida gli altri, che faranno da gregari”.

Quali sono le caratteristiche del leader? Come ci si diventa?

“Il fascino del sapersi imporre e il fascino del guidare a fare atti eroici. Ma attenzione: non è l’eroe greco, ma l’eroe distruttivo. Di solito il leader è un capo che porta ad agire, a fare, a lanciarsi in atti di eroismo: noi li chiamiamo reati, atti di teppismo, vandalici, ma per chi li compie sono imprese straordinarie. Perché la distruttività, che va dal rompere cose a rompere nemici, ha un fascino incredibile. In realtà il rompere dà un senso titanico. E’ la maniera di imporsi sulle cose o sulle persone che non si apprezzano: anche nel bullismo c’è un leader che prende di mira il meno dotato, per divertirsi a distruggerlo. Questa è la grande differenza: tutti i giovani sono attratti dal gruppo, ma quello dei pari età è variabile e ampio; nella baby gang c’è il leader e l’eroismo della distruttività”.

In che ambiente cresce il leader?

“Domina il piacere di distruggere, quindi non c’è un motivo per farlo, ogni motivo è valido. E’ talmente forte questa idea di esistere facendo cose eccezionali, anche perché sono proibite, che non c’è una classe dominante in cui il leader cresce. Non si può più dire che provengano dai gruppi estremi dei quartieri difficili di Napoli, di Milano o di qualsiasi città. Il problema non è né la provenienza geografica, né il posizionamento della scala sociale”.

E quale è allora?

“Oggi agli adolescenti non si chiede niente: questa è una società di idioti che ritiene che gli adolescenti non possano fare niente di utile se non andare a scuola. Bisogna dare loro dei ruoli positivi altrimenti se non li hanno se li cercano. E quello più facile è di rompere, di perseguitare qualcuno”.

Il leader, dunque, potrebbe essere anche un ragazzo cresciuto in una famiglia “perbene”, che va a scuola.

“Certamente. Lo abbiamo visto anche nei recenti fatti di cronaca”.

E la scuola non ha un ruolo nell’impedire queste degenerazioni?

“Certo che lo ha. Lo ha la famiglia che deve sapere di quale gruppo fa parte il proprio figlio. E lo ha la scuola che in Italia è ancora gerarchica. Si giudica attraverso il confronto tra i ragazzi, i voti, la bravura. Non insegna a vivere e a formare un gruppo, ma crea le differenze. Quindi in classe non si forma un gruppo di pari età, ma c’è sempre quello da colpire: perché ha fatto la spia, perché è il più bravo e non passa il compito, perché ha il telefonino. La scuola non deve essere gerarchizzata, non deve dare importanza al singolo, ma al gruppo”.

Mi lascerà obiettare, professore, che la scuola è sempre stata gerarchica

“E’ cambiata la società, sono cambiati i ragazzi. Non c’è mai stato un periodo come questo in cui l’adolescente non si piace e cerca di trovare compensi. C’è una sensibilità nell’adolescente di oggi che prima non c’era”.

Anche le challenge di cui restano vittime i ragazzi seguono lo stesso meccanismo? Voglio dire, cosa porta gli adolescenti a sfidare così la vita? Sono atti di eroismo anche quelli?

“Certo. Sui social network mostrano cose belle di sé, cosa hanno fatto, storie che non sono vere: quello diventa un mondo di grande confronto. Gli “insocial network”, come li chiamo io, non fanno altro che rendere più difficile la società del mondo concreto: tutti vanno a cercare l’evento straordinario, le sfide, i fatti di coraggio. I giovani cercano di compensare attraverso atti eroici una vita nel quotidiano che è inutile, perché non gli si chiede niente”.

Chi rende questa vita inutile?

“Se io le chiedessi quale funzione ha un adolescente in questa società, lei cosa mi risponderebbe? Quella che ha un vecchio: è inutile. Gli adolescenti sono tenuti lì in crescita. Perché un adolescente di 16-17 anni non può avere un ruolo, anche sociale? In famiglia gli si chieda una funzione, gli si dia un compito. Non basta “andare a scuola”. Stare sei ore sullo schermo dell’iPhone non è un’occupazione. Un esempio calzante è il grande lavoro che ha fatto Don Mazzi con la comunità Exodus”.

Ci spieghi.

“Exodus significa muoversi, andare. Ebbene lui non si è dedicato solo alla “cura” dei drogati. Ma ha avuto l’intuizione di fornire loro un’occupazione. Ha preso un camper, li ha caricati e si sono domandati cosa ci fosse da fare per fornire aiuto agli altri: rimettevano a posto le case, costruivano, si davano da fare, avevano dei compiti da svolgere. Avevano un ruolo nella società. E’ la stessa cosa che dobbiamo fare con gli adolescenti di oggi”.

Draghi, nel suo discorso alle Camere, ha mostrato particolare attenzione per il mondo giovanile, per la scuola in particolare

“Certo, è un’idea intelligente. Ma bisogna stare attenti a non fondare tutto sulla scuola. Questa è una cosa bellissima, ma non basta. Bisogna ritornare ad attivare la possibilità di scuole di artigianato o di scuole in cui si fa, ma anche a pensare ad opportunità di lavoro per i giovani. Un ragazzo non deve per forza studiare le campagne napoleoniche in Italia, mentre invece se gli dò in mano dei pezzi di pc me lo costruisce. Questa è una società del tempo presente. La scuola per avere una forza importante come era nel passato, deve avere e dare la percezione del futuro. Altrimenti perché un ragazzo dovrebbe aver voglia di andare a scuola? Gli adolescenti che vivono nel tempo presente, non hanno percezione del futuro”.

Come si può migliorare?

“Bisogna creare luoghi in cui possano fare, costruire, lavorare, tirare fuori la loro creatività, inventare: questa è la storia dell’artigianato, dell’arte. Ci sono dei ragazzi che hanno manualità, voglia di costruire, di fare, anche nel mondo del digitale, in cui sono bravissimi. D’altronde Steve Jobs era poco più che un adolescente quando ha dato vita al suo progetto. Mark Zuckerberg, ma anche gli hackers: non sono forse tutti giovanissimi?”.

Mi sembra di capire che le degenerazioni che ci sono oggi tra i giovani siano dovute al loro sentirsi inadeguati, al non avere un ruolo nella società

“Gliela riassumo così. O gli adolescenti sono piccoli protagonisti nella società o diventeranno eroi nelle baby gang. Beate le società che non hanno bisogno di eroi, per fare una citazione. Vuol dire che è una società in cui tutti hanno un piccolo ruolo. Nella nostra società ci sono due categorie che non hanno ruolo: gli adolescenti e i vecchi. Senza adolescenti e vecchi una società tornerà anche economicamente forte, glielo auguro, anche se non è uno dei miei auguri più intensi, ma non è sana. L’attenzione di Draghi ai giovani è un atto di buona intelligenza, ma non deve venire proiettata solo sulla scuola”.

Lei distingue tra adolescenza patologica, problematica e meravigliosa e sostiene che oggi dominino le prime due. Cosa può fare un genitore per far crescere un figlio sano e fargli avere un’adolescenza meravigliosa?

“In famiglia i ragazzi devono essere caricati di un piccolo ruolo. Devono avere un compito, affinché possano sentirsi utili. Perché i giovani di oggi sono più intelligenti, ma non sanno vivere. E’ importante anche la liturgia famigliare, il ritrovarsi a tavola: il dire loro, da padre o da madre, ‘ascoltatemi, ho bisogno dei vostri consigli’, farli sentire importanti. E poi, in classe, non giudicateli! Giudicate quello che viene fuori dal gruppo classe: perché più del rendimento di ciascuno, è importante che si rispettino, che si aiutino”.

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