Cina, obiettivi e strategie geopolitiche (2° parte)

by • 17 settembre 2020 • ESTERI, In evidenzaCommenti disabilitati su Cina, obiettivi e strategie geopolitiche (2° parte)330

I contrapposti interessi nazionali contribuiscono all’aumento della competizione
Per evidenziare come Pechino sia diventata un competitor americano verranno presentati degli esempi inequivocabili:
L’aumento del potere e dell’influenza militare in Asia è stato molto significativo, tanto che Pechino ha istituito con Mosca la Sco, Shanghai Cooperation Organization, la prima grande organizzazione regionale senza la partecipazione americana. La Sco potrebbe essere utilizzata dalla Cina per bilanciare l’influenza americana nella regione. Come ha ricordato Xi allo Shanghai summit of the Conference of Interaction and Confidence-Building in Asia (Cica) del 2014, le organizzazioni regionali asiatiche dovrebbero essere mantenute e utilizzate solo da asiatici. Alla Sco non aderiscono peraltro il Giappone, le Filippine e Singapore. Un equivalente della dottrina Monroe fondata sul consenso degli Stati partecipanti alla Sco sarebbe inaccettabile per gli interessi americani nell’area e Washington farebbe di tutto per osteggiarla. Il solo fatto che i cinesi abbiano potuto pensare una strategia del genere è cartina di tornasole dell’inconciliabilità degli interessi tra le due potenze, che potrebbe essere considerata come uno dei prodromi delle questioni che le conseguenze dell’ascesa cinese porterebbero nell’agenda dei prossimi presidenti americani.

Dal punto di vista economico, Pechino avrebbe richiesto una ridistribuzione di capitali e di diritti di voto nelle istituzioni globali proporzionata alle dimensioni della propria economia e alle quote di contribuzione.

La Cina critica la dipendenza che il sistema valutario internazionale avrebbe rispetto alla centralità del dollaro, tanto da averla indicata come una delle cause della crisi del 2009. Zhou Xiaochuan (governatore della Banca popolare cinese dal 2002 al 2018) propose di includere il renminbi cinese nel paniere delle valute internazionali più importanti, paniere sul quale si basa il valore dei diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale (FMI), guadagnando questo status nel 2015. La suddetta riforma è da considerarsi un successo chiave per la Cina che da quel momento in poi ricopre un ruolo più centrale nella governance valutaria globale, ancora basata sul “privilegio esorbitante del dollaro” (inserire nota in cui lo si spiega). Pechino ha proposto di ribilanciare le quote di voto del fondo monetario internazionale proporzionalmente all’accresciuta dimensione delle economie emergenti, il Fondo Monetario Internazionale ha aumentato le quote di voto cinesi dal 4 al 6%.

Troppo poco per le dimensioni dell’economia cinese che ha reagito fondando una banca, di concerto con altri paesi insoddisfatti dell’operato del Fmi, la Brics bank la quale vide la luce nel 2014, e costituendo di fatto un fondo monetario internazionale a guida pechinese con un capitale risibile. La creazione di un’istituzione alternativa al FMI sarebbe una conseguenza della volontà cinese di farsi alleati e di attirare bandwagoners, distribuendo beni pubblici internazionali.

La Cina è inoltre entrata in competizione con gli Stati Uniti per la leadership nell’architettura economica regionale, negoziando con gli Stati asiatici il Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), che si proponeva come alternativa al TPP statunitense.

Pechino avrebbe lanciato la Nuova Via della Seta per legare 64 paesi e 4,4 miliardi di persone, fornendo alla Cina l’apertura di nuovi mercati, rafforzando la cooperazione economica, riformando il sistema internazionale ed ergendosi a nevralgico centro di scambi commerciali globali. Nel 2015 è sorta un’altra iniziativa, la Asian Investment Infrastructure Bank (Aiib) lanciata insieme ad altri 57 membri (ora 97), avente sede a Pechino e governata da un cittadino cinese. La suddetta istituzione sarebbe l’alternativa alla Banca Mondiale e alle altre istituzioni internazionali di sviluppo. Servendosi dell’Aiib la Cina indirizzerebbe il proprio surplus investendo capitali soprattutto nella costruzione di infrastrutture in Asia e nel progetto della Bri. Le finalità che si prefiggerebbe la Aiib sarebbero la promozione di una maggiore integrazione, di una cooperazione più ampia e dello sviluppo economico regionale di lungo termine.

La Cina di concerto con i paesi Brics (note) ha dato vita ad una nuova istituzione finanziaria internazionale con sede a Shanghai: la New Development Bank (Ndb). Le funzioni di questa banca sono quelle di erogare prestiti, offrire garanzie, partecipare ad investimenti e mettere a disposizione degli Stati membri strumenti finanziari.

Questo progetto ha visto la luce nel 2015 e si porrebbe come istituzione alternativa rispetto a quelle di Bretton Woods (pur collaborando con la Banca Mondiale). I paesi fondatori avevano l’obiettivo di istituire un istituto di credito con funzioni simili alla Banca Mondiale ma finanziata da capitali dei paesi Brics. Questo gruppo di paesi, che oggi appare molto meno compatto, ha espresso attraverso questa iniziativa la volontà congiunta di vedere elevato il proprio rango nella governance economica mondiale, di distribuire beni pubblici internazionali e di finanziare progetti di sviluppo.

Gli americani espressero riserve nei confronti di queste iniziative, tanto da chiedere esplicitamente ai loro alleati di non parteciparvi, rimanendo delusi quando Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Australia e Sud Corea divennero membri fondatori dell’Aiib. Questa partecipazione di Stati alleati dell’America simboleggerebbe il fatto che questi riconoscano già alla Cina un ruolo importante nella ricostruzione e nella riforma dell’ordine mondiale e riflette implicitamente una mancanza di fiducia nelle istituzioni del Washington consensus e nella loro capacità di riformarsi.

La Cina ha varato l’Aiib per iniziare ad agire come grande potenza fornendo beni pubblici
internazionali e partecipando alla creazione di nuove regole nel diritto internazionale . Gli Stati alleati degli americani partecipanti a questa iniziativa non hanno voluto rinunciare a investimenti potenzialmente ingenti dimostrando di voler rimanere “col piede in due staffe”.

Pechino starebbe diventando maggiormente assertiva nelle dispute territoriali con i suoi vicini, inclusi gli alleati degli Stati Uniti come Giappone e Filippine, proponendo il confine marittimo della “linea dei nove punti” come demarcazione fra il proprio territorio e quello degli altri. Questa interpretazione cinese è in contrasto con quella degli altri paesi del sud est asiatico come Vietnam e Filippine, i quali rivendicano alcune delle isole e dei territori interni alla nine dashline. Dal canto loro gli statunitensi difendono la navigazione di quelle acque definendolo interesse nazionale americano. La Cina ha rifiutato di prendere parte a un caso giudiziario internazionale portato dalle Filippine ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Sea (Unclos), che fornisce non solo le regole per la determinazione delle controversie marittime, ma anche le istituzioni giuridiche per l’applicazione imparziale di tali norme. Pechino è membro della Convenzione ma sostiene che la corte non abbia giurisdizione in materia (nonostante sia acclarato il contrario) e starebbe cercando di erodere il regime marittimo internazionale e le sue regole senza offrirne di nuove16. Violando gli obblighi della Convenzione, la Repubblica Popolare rifiuterebbe la risoluzione pacifica delle controversie e delle dispute internazionali attraverso arbitrato, assumendo una posizione poco condivisibile da altri paesi e quindi isolandosi sotto questo aspetto.

La Cina non è in grado di creare un nuovo ordine internazionale ma solo di richiedere la riforma di quello esistente e più influenza come rules-maker. Come disse l’ex viceministro degli esteri cinese Fu Ying nel 2015, basando la dichiarazione sulla difficile posizione dei cinesi nel sistema internazionale, sulla superiorità militare nel soft power e nello scrivere le regole degli americani.

Accademici cinesi sostengono che Pechino supererebbe Washington nella dimensione dell’economia ma difficilmente nell’influenza e nel suo ruolo del mondo. Incapace a costruire un ordine alternativo, allora la Cina avrebbe insistito con i principi vestfaliani, attraenti per i paesi preoccupati dell’interventismo americano. Tuttavia, i vicini della Cina sono preoccupati molto più del possibile interventismo cinese che di quello degli Stati Uniti. Questi paesi asiatici credono inoltre che il passato imperiale porterebbe Pechino a voler restaurare il vecchio ordine gerarchico asiatico con la Cina al centro, quanto di meno auspicabile per loro. A dimostrazione di questo un reporter ha preso nota che al 60° anniversario della Conferenza di Bandung, l’incontro del 1955 che fissò i Cinque Principi di non intervento, solo due importanti leader si presentarono. Uno era il presidente Xi, che colse l’occasione per ritrarre la Cina come il leader ben intenzionato del mondo non occidentale. L’altro era il primo ministro Shinzo Abe, il quale suggeriva che la minaccia alla sovranità dei paesi più piccoli non provenisse più da ovest.

La volontà di raggiungere un livello di sviluppo tecnologico e militare in grado di dissuadere gli Stati Uniti è di sicuro un ambito sensibile della competizione sino americana e in futuro potrebbe rivelarsi uno dei campi in cui le potenze si confronteranno maggiormente. Gli stessi dazi imposti dagli Stati Uniti servono anche a rallentare lo sviluppo tecnologico delle principali aziende cinesi del settore, come Huawei e ZTE. La leadership cinese ha risposto con dazi, caselli daziari sui lantanoidi, terre rare di cui la Cina detiene l’80% della quota mondiale, fondamentali per la produzione di circuiti elettrici e più in generale necessarie per la produzione degli smartphones e di altri dispositivi di ultima generazione. Parlando sempre di tecnologia ma stavolta analizzando il mercato mondiale delle reti 5G di cui la Cina è primo produttore al mondo, si nota come gli Stati Uniti stiano cercando di limitare l’espansione della quota mondiale cinese in questo campo, critici ai fini del funzionamento dell’Internet of Things.

Gli Stati Uniti interpretano le Nuove Vie della Seta come strumento di espansione globale dell’influenza cinese, al pari degli investimenti di Huawei nelle reti 5G dei principali paesi europei e controbilanceranno questi progetti espansionistici.

Il Pentagono teme che queste reti 5G di marca cinese siano un ottimo strumento per accaparrarsi dati sensibili importanti per la competizione sino americana. In realtà sono molto di più, infatti il predominio cinese delle infrastrutture 5G potrebbe limitare la capacità militare degli Stati Uniti di condurre un targeting di precisione che sfrutti la raccolta di informazioni basata sulle reti di telecomunicazione. Come evidenziato dal Comandante di Africom (inserire note), Thomas Waldhauser, questa tipologia di scontro sul 5G con la Cina è già realtà in Africa.

La tecnologia wireless 5G è fino a cento volte più veloce dell’attuale rete wireless. Tale velocità riduce il ritardo, la latenza e la velocità di esecuzione di un comando da parte di un computer. Questo consentirebbe la diffusione dell’ Internet of Things (IoT), a cui sarà collegato tutto, dai tostapane ai collari per cani, alle pompe per dialisi, alle scarpe da corsa. La robotica a distanza sarà di routine, chi controllerà il 5G potrà letteralmente disconnettere una nazione a distanza. Le nazioni che accetteranno di farsi costruire l’infrastruttura informatica del 5G dai cinesi potrebbero vedere il proprio Paese bloccato da remoto da Pechino. Il mondo 5G porterebbe l’umanità nella sua quarta rivoluzione industriale.

Il colosso cinese Huawei è attualmente il leader mondiale nello sviluppo della tecnologia 5G. Le apparecchiature Huawei sono meno costose dei concorrenti occidentali. All’inizio del 2019, Huawei aveva acquisito quasi il 30% del mercato globale delle apparecchiature per telecomunicazioni, Huawei è inoltre accusata dagli Stati Uniti di essere uno strumento dell’intelligence cinese.

Nel 2019, i senatori repubblicani Tom Cotton, (R-Arkansas), e John Cornyn, (R-Texas), entrambi membri del Select Committee on Intelligence del Senato, hanno identificato Huawei come un “cavallo di Troia” del governo cinese tramite il quale Pechino intenderebbe raggiungere il controllo dei vertici di comando digitali del pianeta.

Esiste la preoccupazione, più volte esplicitata in sede di Congresso statunitense e di Casa Bianca, che la tecnologia 5G cinese possa contenere backdoor utilizzate per consentire pratiche di spionaggio politico, economico, militare o tecnologico da parte della Cina.

Nel caso di impiego di infrastrutture di rete cinesi, anche i più rigorosi test tecnici pre-impiego non potrebbero impedire all’intelligence di Pechino di accedere alle informazioni che fluiscono tra i paesi partner, arrivando a poter anche negare il servizio in caso di conflitto. Il mondo si sta, dunque, dividendo in paesi che gestiscono reti 5G al di fuori dell’influenza cinese e paesi che impiegano la tecnologia cinese.

Il 4 aprile 2019, il Defense Innovation Board statunitense ha pubblicato un rapporto che illustra i rischi e le opportunità per gli Stati Uniti nella competizione militare per lo sviluppo della rete 5G. Storicamente, le forze armate statunitensi hanno sempre ottenuto enormi vantaggi dall’utilizzo di tecnologie all’avanguardia nei teatri di guerra. La tecnologia 5G ha un potenziale innovativo sia sul miglioramento delle comunicazioni militari, sia sullo sviluppo di tecnologie militari legate alla robotica e all’intelligenza artificiale. Qualora si dovesse istituire un predominio globale cinese nello sviluppo della tecnologia 5G, gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero, dunque, considerare attentamente le implicazioni tattiche e operative del condurre operazioni militari in aree dove siano presenti infrastrutture 5G di proprietà o gestite da Pechino. Ad esempio, se gli Stati Uniti dovessero agire in un’area di interesse per la Cina come il Mar Cinese meridionale, il governo cinese potrebbe sfruttare Huawei per intercettare o bloccare le comunicazioni militari. Le reti di Huawei non sono interoperabili e favoriscono la dipendenza da apparecchiature e aziende di telecomunicazioni cinesi. Per Pechino stabilire il dominio nel 5G significa acquisire un vantaggio competitivo tecnologico non indifferente nello sviluppo della successiva generazione di tecnologia wireless 6G e con essa nella competizione geopolitica globale.

La Cina ha beneficiato e continua a beneficiare dall’ordine successivo alla Seconda guerra mondiale che ha portato stabilità e crescita economica al mondo. Questo sistema ha molti free riders che hanno beneficiato dalla globalizzazione infrangendone le regole. La Cina tra questi free riders è il più grande e quello di maggior successo.

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