Covid-19, previsioni per l’economia italiana

by • 9 aprile 2020 • Covid-19, ECONOMIA, In evidenzaCommenti disabilitati su Covid-19, previsioni per l’economia italiana184

Nel quadro della recessione globale più profonda dal secondo dopoguerra l’Italia, con un settore servizi e turismo caratterizzato da piccole e medie imprese, e un settore pubblico con un debito già elevato, rischia di essere tra gli Stati più fragili.
Nessun paese potrà uscire da solo dalla crisi, occorre un forte e tempestivo piano a livello europeo per fronteggiare l’emergenza e rilanciare l’attività economica, non solo sotto il profilo finanziario, ma anche della crescita reale.

Nello scenario base, ipotizzando una lenta e selezionata rimozione dei blocchi anti-contagio a partire da inizio maggio, la contrazione del Pil italiano nel 2020 sarà almeno del 6,5%: in un solo anno, una recessione di portata equivalente alla caduta del biennio 2008-2009. Si stima nei primi due trimestri dell’anno una riduzione del Pil superiore al 10% rispetto alla situazione pre-crisi, con differenze settoriali molto ampie: dal -10% della manifattura al -27% dei servizi legati al turismo, fino al -16% dei servizi di trasporto e delle attività legate all’intrattenimento.

Nonostante le misure fiscali già annunciate (oltre due punti percentuali di Pil in totale quest’anno), cospicue ma limitate dall’elevato debito pubblico, la profondità della recessione e la lentezza della ripresa non potranno che indebolire ulteriormente la capacità produttiva e le finanze pubbliche del paese. Nello scenario base l’Italia si ritroverebbe nel 2022 con un livello del Pil ancora al di sotto del livello 2019 di oltre 2 punti percentuali, con un debito sovrano inchiodato al 150%.

Coronavirus, l’impatto sull’economia internazionale
In questo contesto, la stabilità macroeconomica verrà garantita solo in un quadro di maggiore condivisione a livello europeo degli oneri della crisi sanitaria e dei suoi effetti. La natura dello shock, simmetrico ed esogeno, necessita di una risposta comune sia nel fronteggiare l’aumento di spese legato alle esigenze immediate sia per sostenere la ripresa dell’economia reale. Nessun paese potrà uscirne da solo. Finanziare queste spese con emissioni di titoli europei permetterebbe di ridurne l’onere sui bilanci nazionali e di fare anche un passo in avanti verso la creazione di quel safe asset continentale che potrebbe favorire la diversificazione del rischio dei sistemi finanziari. Non procedere su questa strada rischierebbe di indebolire il progetto europeo, mettendone a rischio il futuro.

Mentre dieci anni fa lo scoppio della crisi originò dalla finanza, oggi la natura dello shock è di tipo reale (i blocchi alle attività e le quarantene). In questa prima fase sta colpendo in particolare i servizi, la fetta più importante del valore aggiunto nei paesi avanzati, con più occupati rispetto alla manifattura e dove le vendite perse difficilmente possono essere recuperate. La natura reale e globale di una crisi che parte dai servizi comporta effetti moltiplicativi molto pesanti legati agli scambi internazionali, rendendo la riduzione di attività particolarmente intensa.

Pur con tutte le incertezze legate alla durata e all’intensità delle chiusure, e alla successiva reattività con cui i diversi paesi proveranno a riprendersi, si stima per il 2020 una recessione dell’economia mondiale (-1,6%), diffusa ai paesi industrializzati e non, dove solo la Cina evita una flessione grazie al rimbalzo positivo già nella seconda parte dell’anno. Per fare un confronto, nella Grande Recessione del 2009, la caduta globale dell’attività era stata dello 0,4%. Il traino di Pechino e l’ipotesi di ritorno alla “quasi normalità” entro la fine dell’anno per tutti i paesi industrializzati, è comunque alla base della previsione di una caduta del commercio mondiale “solo” del 9,4%. Nel 2021 il rimbalzo dell’economia globale dovrebbe attestarsi al 4,6%.

Negli Stati Uniti, infine, dove è in corso di approvazione un pacchetto di misure senza precedenti da 2.000 miliardi di dollari (il 9,3% del reddito nazionale, più del livello del Pil italiano) in aiuto a imprese e famiglie, il Pil nel 2020 cadrà del 2,5%, per poi riprendersi del 3,6% l’anno successivo.

Le previsioni di S&P per l’economia europea dopo il coronavirus
L’Eurozona, secondo S&P Global Ratings, affronterà a causa della pandemia una recessione nell’ordine di un calo del 2% del Pil nel 2020, pari a 420 mila miliardi di euro di Pil reale. I rischi sono tutti al ribasso, comunque, dal momento che la pandemia potrebbe durare più a lungo del previsto, deprimendo il Pil dell’eurozona addirittura del 10%. Nel 2021 ci si aspetta però un rimbalzo del +3%, oltre ad un ulteriore +1,5% nel 2022 e 2023.

Al momento, nota l’istituto di rating, le misure fiscali e monetarie oltre che le politiche economiche in genere saranno la chiave per affrontare l’emergenza economica che seguirà questo periodo. Tuttavia, pur avendo tutti i Paesi dell’Unione adottato misure simili, non tutti sperimenteranno la stessa velocità di ripresa a causa del diverso “respiro” fiscale che le rispettive economie saranno in grado di tirare. In particolare Francia e Germania hanno più fondi per finanziare la disoccupazione rispetto a Italia e Spagna, le quali hanno anche un maggior numero di Pmi indipendenti, che saranno le aziende maggiormente danneggiate dallo choc economico. E’ quindi più probabile che le economie francese e tedesca si riprenderanno più in fretta delle altre.

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