Il covid ridisegna la geopolitica mondiale

by • 12 marzo 2021 • Covid-19, ESTERI, In evidenzaCommenti disabilitati su Il covid ridisegna la geopolitica mondiale146

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è stato il più sfrontato, ma almeno lo ha ammesso: nel mondo della pandemia si è ormai fatta strada una nuova ‘diplomazia’ tra gli Stati, quella dei vaccini. Una settimana fa, il premier israeliano ha dichiarato di volerne fare uso per conquistarsi la benevolenza dei paesi amici e soprattutto la loro disponibilità ad aprire sedi diplomatiche a Gerusalemme, conclamandola così a capitale effettiva di Israele. Ciò che ha avviato Donald Trump, lo finisce la pandemia. Il piano è finito un po’ nel congelatore, per polemiche interne allo stesso governo di Tel Aviv, sebbene faccia proseliti in Europa (Austria, Danimarca, Repubblica Ceca). Ma l’idea, destinata a plasmare il mondo post-covid, galoppa in Russia e Cina, spinge il nuovo presidente Usa Joe Biden a correre ai ripari, accartoccia l’Ue, la più debole nel nuovo schema di relazioni globali mediate dalla nuova caccia al tesoro: il vaccino.

Il siero anti-covid è diventata la nuova arma di egemonia geopolitica delle superpotenze mondiali. Al confronto, pure l’eterna diatriba tra Usa e Iran sul nucleare sembra roba minore. Mentre la nuova amministrazione Biden ha scelto di privilegiare i cittadini americani anche per archiviare l’era del negazionismo di Trump sul coronavirus, mentre l’Ue ha perso settimane a litigare con Astrazeneca accusandola di privilegiare le commesse nel Regno Unito, Cina e Russia hanno messo in pratica la ‘dottrina Netanyahu’ prima che lui ci pensasse. Puntando a espandere la loro influenza sui paesi meno sviluppati, dall’Africa all’America Latina e l’Asia.

Le prime dosi del vaccino Sputnik sono arrivate in Argentina prima di Natale. Ieri il presidente argentino Alberto Fernandez ne ha riparlato con Vladimir Putin al telefono, affrontando addirittura anche il tema spinoso della posizione dell’Argentina rispetto al Fondo Monetario Internazionale, mentre si moltiplicano le voci di un altro default per il paese latino-americano.

Ma ora nella sola America Latina, territorio su cui storicamente gli Stati Uniti hanno esercitato o cercato di esercitare la loro influenza strategica, sono diversi gli Stati che hanno autorizzato lo Sputnik: Bolivia, Messico, Nicaragua, Paraguay, Venezuela. Con il Cile e il Brasile, il Messico ha anche investito nel Sinopharm, il vaccino cinese.

E che dire della Colombia? Iván Duque Márquez, presidente della Colombia nonché storico alleato dei Repubblicani statunitensi, pure ha autorizzato il vaccino russo, meno costoso (circa 10 euro a dose, la metà rispetto a Pfizer), più facile da conservare (gli bastano dai 2 agli 8 gradi centigradi) e anche più facile da ottenere, a quanto racconta alla Cnn Danil Bochkov, esperto del Consiglio russo per le relazioni internazionali: “È sempre più facile trattare con lo Stato che con un’azienda privata, che deve coprire eventuali rischi temendo enormi perdite. Con le società statali è più facile negoziare, soprattutto quando perseguono obiettivi politici”.

La Cina intanto ha annunciato oggi di aver avviato la produzione di massa del suo vaccino anti-covid: in futuro la produzione annuale arriverà a 3 miliardi di dosi. Finora sono state somministrate 52milioni di dosi in tutto il paese, ma Pechino ha fornito assistenza a ben 69 paesi e due organizzazioni internazionali. Tuttavia, guai a parlare di ‘diplomazia del vaccino’: critiche “meschine”, dice il portavoce della Conferenza Consultiva del Popolo Cinese, Guo Weimin.

Nel frattempo, l’occidente ha perso l’occasione per affermare una sua vittoria morale e politica nel mondo piegato dalla pandemia. Mentre Russia e Cina ‘conquistano’ i paesi più poveri con gli aerei carichi di fiale anti-covid, la piattaforma del Covax, elaborata dall’Oms per garantire un accesso equo e globale ai vaccini, langue. All’ultima riunione dei G7, Emmanuel Macron ha chiesto di donare all’Africa il 5 per cento delle scorte nazionali, anche per contrastare l’attivismo cinese, ma non è riuscito a convincere i partner di Italia, Germania, Usa, Canada, Giappone, Gran Bretagna.

Biden tenta di correre ai ripari, resuscitando il vecchio ‘Quad’, l’alleanza con Giappone, India e Australia nata nel 2004 per aiutare l’Indonesia e gli altri paesi del sud-est asiatico colpiti dallo tsunami. Con questi paesi Washington ha avviato una collaborazione per distribuire vaccini in Asia e cercare di limitare l’egemonia cinese. L’iniziativa ha già suscitato reazioni a Pechino, dove il ‘Quad’ è stato bollato con disprezzo come ‘Nato asiatica’.

L’anello più debole di questa catena di competizioni globali è l’Europa che non è uno Stato federale, ma una somma di 27 Stati che la Commissione Ue fa fatica a coordinare. Se altrove le campagne vaccinali – intese come campagne di immunizzazione della popolazione nazionale e come campagne per conquistare influenza all’estero – stanno fondando nuovi rapporti di forza, per l’Europa la pandemia potrebbe rivelarsi fatale. Di fronte ad una campagna vaccinale che non prende la piega giusta, di fronte alle ‘lentezze’ dell’Agenzia europea del farmaco che ha tempi diversi per l’autorizzazione dei vaccini rispetto ad altre agenzie nazionali, sempre più Stati si guardano intorno alla ricerca di una via alternativa.

Austria e Danimarca vogliono avviare una collaborazione con Netanyahu, dando soddisfazione alla sua idea di ‘diplomazia dei vaccini’ e aggiungendosi ai paesi dell’est che fin dall’inizio hanno condotto strategie parallele rispetto a quella di Bruxelles. L’Ungheria usa il vaccino russo e cinese, la Polonia tratta con Pechino, la Slovacchia punta su Sputnik, la Repubblica Ceca userà i vaccini Pfizer importati da Israele e aprirà una sede diplomatica a Gerusalemme. I riverberi di questa disgregazione si avvertono anche in Italia, sotto il governo Draghi.

Il covid sta ridisegnando la geopolitica mondiale, magari accelerando processi in corso da tempo: il sorpasso di Russia e Cina sugli Stati Uniti nella mappa della competizione globale. Avrebbe faticato l’America di Trump, ma quella di Biden non è messa meglio.

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