La leggenda dell’uomo-cipresso… (pubblicata la terza parte)

by • 1 dicembre 2022 • In evidenzaCommenti disabilitati su La leggenda dell’uomo-cipresso… (pubblicata la terza parte)2297

La leggenda dell’uomo-cipresso è la vicenda di un cuore sensibile che ha avuto la capacità di riprendere a battere dopo un’imprevista malevola fermata.
di Ciro Alvino

Ciro Alvino è autore dei Romanzi “La Gelsa” e il “Patto fatale”. È anche autore della “Leggenda di Tristino“, della fiaba illustrata “Verde-Mare” per colmare il sogno dell’Abete” e della fiaba “Verde-Mare” per colmare il vuoto della Vecchia Quercia.

Ciro Alvino nato ad Atripalda (AV) – laureato in Scienze del Servizio Sociale e figura atipica che ha capovolto lo stereotipo del burocrate, per la sensibilità e l’amabilità di indole e animo.

“La Gelsa” (nel 2011) è stata la sua prima opera edita. (Link La Gelsa)

Con la pubblicazione della “Leggenda dell’uomo-cipresso” egli ha superato se stesso dandoci un ulteriore prova del dovere di non soccombere ai fallimenti che la vita propina a pieni mani sulle nostre vite.

Leggenda dell’uomo-cipresso
PRIMA PARTE
Nella mia primavera volavo, tale e quale a una meravigliosa “Vanessa Io”, da un fiore all’altro succhiando nettare finché non moriva il giorno. Ma quando il sole cedeva il posto alla luna e alle stelle, e i fiori serravano i petali, mi addormentavo nell’attesa del nuovo giorno – che arrivava senza che nessun essere vivente muovesse foglia – consapevole che ai primi raggi del sole i petali si sarebbero riaperti.

Ma proprio quelli del fiore dei miei sogni un giorno, malaugurato, si aprirono per un’altra farfalla, ed io abbandonai anche la gioia di vivere.

Da quel momento tutti i fiori della Terra mi apparvero in bianco e nero,
persi la forza di volare ed ebbi una voglia pazza di togliermi la vita.

Con tale prostrazione, e meditando di afferrare il vero scopo della vita, andai tra fiori, senza degnarli d’attenzione, perché volevo sapere:

• da dove venivo;
• dove andavo;
• che significato aveva la mia esistenza.
• come si conquista “La felicità”.
E poiché i fiori si limitarono a sganasciarsi dalle risa rivolsi dunque il quesito esistenziale:

• al sole;
• alla luna;
• alle piante;
• e ai pesci di un azzurro laghetto di montagna.

Il sole però comprese le domande esistenziali, e si scompisciò dalle risa,
la luna le capì, ma rise a crepapelle,
le piante le udirono, ma non commentarono,
i pesci si sbellicarono dalle risa e si allontanarono con foca senza rispondermi.

D’impulso naturale mi tuffai nel laghetto, li raggiunsi e chiesi di nuovo,
“qual è il senso della vita? E come si conquista La felicità”.

La felicità?” Sostené il capofamiglia, divenuto assai rattristato,
La felicità”, amico mio, si conquista attuando gli obiettivi assegnatici dalla natura:
la continuazione della vita, e lasciare al meglio ciò che abbiamo trovato nascendo”.

E poi seguitò:
qualsivoglia pianta per conquistare “La felicità”, crea frutti saporiti, invitanti, e belli per offrire ad almeno uno dei suoi semi di germogliare nuova vita”.

Germoglia anche tu nuova vita e scoprirai “La felicità”!

Dopo queste parole il capofamiglia mosse le pinne, agitò la coda, sì scompisciò di risate e pieno d’orgoglio si allontanò scortato dai suoi dieci pesciolini e una graziosa pesciolona.

Sentii allora l’irrefrenabile desiderio di germogliare nuova vita e mi trasformai in un superbo cipresso…….
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Leggenda dell’uomo-cipresso
SECONDA PARTE
Con gli aghi sempre verdi traspirai acqua e tanti sali minerali con la viva consapevolezza di produrre semi per creare a nuove piante.
Ed ero felice assai, alla fine sapevo dov’era “La mia felicità” e non ero più solo, prova ne sia che nella mia scorza trovavano rifugio tanti insetti, ai miei piedi abitavano lombrichi, e conigli; e nei nidi tanti e tanti uccelli.

Avevo desiderato di essere una pianta più di una volta giacché:
– comunicano solo con il linguaggio del cuore,
– sono sincere,
– non tradiscono,
– mantengono i segreti,
– sono piene di pace,
– di forza e di dignità,
– e creano tanto muschio,
– giacché non si muovono mai.

Nel frattempo vennero alle mie radici dei semi di edera.
Li accolsi come se fossero i miei, e gli fornii nutrimento e l’umidità per la germogliazione.

Che tenerezza suscitarono in me le loro prime foglioline verdi.
Per proteggerle dall’ingordigia delle capre, e per carezzarle, le coprii con dei rami penduli.

Con fiducia le aiutai ad aggrapparsi alla mia scorza e gli fornii la linfa vitale per farle crescere.
Le radici dell’edera però penetrando nel mio tronco svilupparono ramificazioni tanto rigogliose da occultarmi la luce del sole, e limitare la fruttificazione e il rifugio agli uccelli.

Sentivo assai la penuria dei cinguettii
ed ebbi di nuovo la voglia di morire,
ma reagii con vigoria.

Per punire l’edera avrei voluto ordinare alle mie foglie di dismettere la funzione clorofilliana, la traspirazione e la respirazione pur sapendo di provocare così, anche la mia morte.
Essa però non mi avrebbe tradito e sarebbe stata dolce e fedele.
E già vedevo i boscaioli procedere:
– al mio abbattimento,
– al taglio dei rami,
– alla sezionatura del fusto in vari pezzi,
– all’eradicazione dell’edera
– e all’invio in segheria delle parti pregiate del fusto e dei rami principali.

E già vedevo con la mia fantasia:
le tavole, trasformate in:
– comodi letti;
– banchi di scuola,
– librerie, cattedre…;
– i rametti tramutati in cenere per concimare gli orti;
– la segatura utilizzata per riempire i giocattoli di pezza, per pulire i pavimenti…,
– le radici per avere funghi gustosi.

L’angoscia che delle tavole potessero essere utilizzate per la costruzione di casse per defunti m’indusse però tanto panico da incitare le mie foglie a intensificare le loro funzioni perché qualcuno, mosso a compassione, mi avrebbe liberato.

Con tale speranza nel cuore e nell’anima; passarono molti anni, cominciai ad avanzare negli anni, e assunsi sempre più, quell’aspetto stanco, serioso e contristato che si osserva nei vecchi cipressi quando non possedendo più il dono della fruttificazione, sprofondano nella tristezza e nell’avvilimento, perdono ogni vigoria e finiscono per essere stritolati dall’edera.

Non persi però l’eleganza del cipresso né la mia voce melodiosa.

E solo in lei trovavo qualche momento di pace diffondendo nell’aria soavi e dolci armonie.

Un bel giorno però, una giovane donna, tanto meravigliosa e bella: che sembrava esser assai sicura di sé, che aveva l’aspetto felice; che vestiva con un’eleganza che si armonizzava con i suoi lineamenti fini e sensuali; occhi vivi; capelli scarmigliati che le accarezzavano il volto; sorriso disarmante caldo e smagliante; carnagione vellutata; voce suadente e ammaliante; aspetto che più incanta nelle donne, passò a fianco alle mie radici e sì fermò attratta da una forza sconosciuta.

Ammirando le movenze sinuose mi struggevo al solo pensiero che poteva essere di un altro,
e le dedicai la più bella canzone d’amore che scritta per lei.
La giovane donna alzò lo sguardo alla ricerca della fonte della voce, e sentì, con un’improvvisa fitta al cuore, nuovi desideri e nuovi sogni agitarsi dentro di sé.

Osservando gli occhi verdi con pagliuzze dorate, capii che mi trovavo davanti a una donna perfetta, e anche lei, senza alcun bisogno di parole, doveva essersi convinta di aver trovato l’uomo-cipresso ragion della sua vita.

Ne ero sicuro, perché nel mondo v’è sempre qualcuno che divieni un uomo-cipresso per cercare la donna perfetta che esiste per davvero e basta solo cercarla.
E quando i due sognatori s’incontrano e i loro sguardi s’incrociano ha importanza solo il presente.

Peccato però che il destino avesse incrociato le nostre vite soltanto dopo che io mi ero lasciato turlupinare dal fiore e dal pesce, e lei si era fatta carico di tante remore.

Ohimè, perché ero stato così cieco e candido ad aver fiducia del pesce padre e dell’edera?
Per davvero sapevo così poco della vita?

No. No.
Anche allora presagivo che non dovevo aver fiducia dell’edera, ma era prevalsa, “come sempre”, la mia incondizionata fiducia nel prossimo.

E ora che avevo trovato La felicità, io ero un uomo-cipresso e lei, donna intelligente e gioiosa, non poteva contraccambiarmi.

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Leggenda dell’uomo-cipresso
TERZA PARTE

Non riuscendo a rassegnarmi al reiterato supplizio rinunciavo alla vita e le ispiravo nuova compassione.
E tanto triste e infelice le apparivo più era incantata dal canto mio, prova ne sia che si appoggiò al mio tronco ruvido ancora non coperto dall’edera ed io mi sentii rabbrividire,
ma anche lei, divenuta “cuor di ghiaccio” soltanto per le delusioni subite, sentì il medesimo brivido, tant’è vero che mi chiesi cosa le stava accadendo?
Perché sentiva l’irrefrenabile istinto di fondersi con l’uomo-cipresso?

Tremai, senza fiatare, dalle radici fin nella chioma per l’incontenibile desiderio di sfiorarla e fondermi con lei in un abbraccio che essendo più intimo del bacio era il luogo perfetto ove lei poteva rifugiarsi per:
– far parlare i cuori;
– trovare amore, protezione e pace;
– favorire la produzione dell’ormone della felicità;
– rafforzare il sistema immunitario…
ma conoscendo la mia grama vita e figurandomi la tenace e la sua determinata voglia di vivere non avrei potuto permetterle di confinarsi, così per sempre, nell’uomo-cipresso.

E giacché nella nuova veste non è consentito di amarci senza perdere tutto le offrii e lei accondiscese d’essere eterni insieme almeno nell’aldilà e per l’eternità e di venire nei pressi miei almeno una volta al giorno per:
– donarmi un sorriso;
– ascoltare la sua voce che è dissimile dal linguaggio dei fiori;
– udire il suo cuore che è diverso da quello delle altre donne, che sono belle, ma sono vuote e non si può morire per loro.

Da quel momento vivo solo per rivederla.
E quando lei non viene rivivo le immagini sue per non rimanere inquieto e agitato fino il giorno dopo. E mi rincuoro accarezzando l’unico capello suo rimasto impigliato nella mia scorza. Ma se l’anelato venir le fosse impedito non mi rimarrebbe che raccomandarmi a tutti santi del paradiso di unirmi a lei.

Anche su questa trottola che gira intorno al suo asse e intorno al sole non rinuncerò alla speranza di rapirla :
– per liberi voli in aere serene per corse spensierate, a piedi nudi, sulla battigia di un calmo e azzurro mar, per balli incantati;
– per corse spensierate;
– per rivedere la vita a colori;
– per mutarmi in:
acqua per lavarla;
vento per asciugarla;
aroma per profumarla;
pettine d’osso per giocherellarle i capelli;
fuoco per riscaldarla;
cibo per alimentarla;
diamante per adornarla;
sottana in seta per fasciarla e appropriarmi del profumo e della calma del cuore;
Stella polare per guidarla e proteggerla dalle insidie che le saranno frapposte nei moti di rivoluzione che ancora avrà da compiere intorno al sole;

in un uomo piacevole per carpirle almeno un tocchetto d’amore.

Essendo però indubitabile che niente può impedire la realizzazione dei sogni se non noi stessi, io avrei voluto che le forze celesti non la rapissero per portarsela altrove…

INVECE…

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Ultima parte sarà pubblicata la prima decade di gennaio 2023

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