L’anoressia ha anche radici biologiche

by • 2 settembre 2021 • In evidenza, SALUTE, SOCIALECommenti disabilitati su L’anoressia ha anche radici biologiche154

E’ apparsa sulla prestigiosa rivista Science la ricerca secondo la quale l’anoressia avrebbe anche radici biologiche. Dopo anni in cui ci si è concentrati sui fattori ambientali e in particolare sull’atteggiamento materno, gli scienziati hanno evidenziato le radici biologiche della malattia. Anche se il dibattito su una origine naturale o culturale del disturbo sta creando non pochi mal di pancia tra i ricercatori che in qualche modo si sono divisi sul tema.

L’individuazione delle cause profonde di una malattia che interessa circa l’1 per cento della popolazione americana con una mortalità del 10% è fondamentale per individuare terapie efficaci. L’approccio attuale basato su psicoterapia e riabilitazione nutrizionale permette di curare circa metà dei soggetti colpiti mentre tra il 20 e il 30% non ha un recupero completo e combatte molti anni con il rifiuto del cibo e le malattie che ne conseguono. I lavori più interessanti sono quelli della psicologa clinica Cynthia Bulik che contesta la tesi della forza di volontà per sconfiggere lo stimolo della fame, al contrario riferisce che i suoi pazienti proprio quando soffrono la fame si sentono meglio, come se fosse un meccanismo biologico a rifiutare ed evitare il cibo.

Ha indagato la malattia anche la neuroscienziata dello sviluppo della Columbia University Lory Zelter, per farlo ha utilizzato come modello topi di laboratorio dei quali ha studiato la suscettibilità all’ obesità in età adulta e gli studi su gemelli identici affetti da anoressia. Le ricerche incrociate hanno permesso di dimostrare che tra il 50 e il 60% del rischio di sviluppare anoressia è attribuibile al DNA mentre la genetica sarebbe responsabile solo del 30% dei casi di tumore al seno e del 40 40% di quelli di depressione. Inoltre l’utilizzo di un farmaco antipsicotico che ha come effetto collaterale l’aumento di peso non ha avuto alcun efficacia nelle persone con anoressia, rafforzando l’ipotesi biologica.

Questo non significa che non ci siano anche fattori ambientali in ballo ma che vanno indagate anche cause diverse. un approccio che libera almeno in parte la responsabilità di genitori identificati come freddi, assenti o madre troppo invadenti, così come i media e la società avrebbero un ruolo parziale se non marginale nell’insorgenza del disturbo. Studi italiani apparsi sulla rivista Nature Genetics (luglio 2019) hanno mostrato che la predisposizione genetica non influisce solo sugli aspetti psichici della malattia ma anche per quelli fisici: esisterebbe infatti una predisposizione alla magrezza e una alterazione del metabolismo che predispone alle ricadute anche dopo lunghi periodi di riabilitazione. Il gruppo di ricerca della professoressa Angela Favaro, direttrice della clinica psichiatrica del dipartimento di neuroscienze dell’università di Padova ha sottolineato come esistano fattori ambientali diversi rilevati nella storia dei pazienti con anoressia come complicanze al momento della nascita, situazioni di stress in gravidanza, modificazioni di alcuni circuiti cerebrali come quelli legati alla gratificazione e all’apprendimento che potrebbero spiegare la reazione emotiva dei pazienti di fronte al digiuno.

E poi un appello: ad aumentare i finanziamenti per le ricerche su questo argomento che continua a mietere vittime, ancora troppo pochi forse a causa di uno stigma o un pregiudizio che ammanta la malattia del digiuno, che si tratti di un capriccio e che si possa superare con un po’ di buona volontà. Alla ricerca che aiuterebbe 30 milioni di pazienti (solo negli Usa) con disturbi del comportamento alimentare sono destinati solo 32 milioni di dollari l’anno contro il miliardo e 36 milioni stanziati dall’NIH per la ricerca sull’Alzheimer che interessa 5,7 milioni di soggetti. Niente di più sbagliato e lontano dalla realtà. L’anoressia è una vera e propria malattia che ha bisogno di più attenzione scientifica e meno clamore mediatico.

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