Le sanzioni a Mosca non funzionano come dovrebbero

by • 16 ottobre 2023 • ESTERI, In evidenzaCommenti disabilitati su Le sanzioni a Mosca non funzionano come dovrebbero151

Le ambiguità delle sanzioni a Mosca
di Vladimir Rozanskij

Provocano seri disagi alle persone comuni in Russia, ma non disturbano più di tanto le forze armate per la produzione di armi che continua grazia alla Serniya, una rete di contrabbando legata ai servizi di sicurezza dell’Fsb. Gli scarsi controlli sulle transazioni finanziarie. Gli affari con Mosca che vanno avanti anche in Occidente.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno già approvato e applicato undici pacchetti di sanzioni contro la Russia, a causa della sua aggressione all’Ucraina. Lo scopo dichiarato è quello di privare Putin dei mezzi per proseguire la guerra, sia quelli finanziari sia quelli tecnologici. Eppure, la guerra non accenna a interrompersi, e la Russia scarica sull’Ucraina bombe e missili prodotti nel 2023 usando componenti americani ed europei, mentre i Paesi europei proibiscono alle macchine con targa russa l’ingresso tramite le proprie frontiere. Le sanzioni provocano seri disagi alle persone comuni in Russia, ma non disturbano più di tanto le forze armate per la produzione di armi e la conduzione delle azioni belliche.

L’economista russo Maksim Mironov ha espresso le sue perplessità in vari interventi, compresa un’analisi approfondita sul Financial Times. Il problema da lui messo in evidenza è la vasta rete di contrabbando messa in piedi dai russi, la cosiddetta Serniya, da cui soprattutto le ditte americane ricevono informazioni ingannevoli sulle destinazioni finali di vari articoli venduti, lasciando girare tecnologie militari, elettronica e macchinari. Questi materiali arrivano poi in Russia attraverso vari percorsi più o meno diretti, tramite Estonia, Finlandia, Hong Kong e altri. La Serniya è stata collegata da varie fonti ai servizi di sicurezza dell’Fsb.

Anche altri economisti hanno contribuito alle ricerche di Mironov, verificando le documentazioni doganali di tanti Paesi, anche sulla vendita di gas e petrolio a prezzi superiori rispetto a quelli decisi con le sanzioni, e sul mercato particolarmente sensibile dei microchip. Sono state evidenziate le iniziative di tanti agenti russi più o meno mascherati, attivi nei Paesi che hanno emesso le sanzioni. Oltre agli uomini d’affari russi, inseriti da tempo in Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e altri luoghi, vi sono membri degli stessi servizi all’opera sotto varie specificazioni professionali e residenziali, come il colonnello dell’Fsb Vadim Konošenok, arrestato a dicembre dello scorso anno sulla frontiera tra Estonia e Russia mentre cercava di trasportare microchip ed elementi elettronici fondamentali per l’artiglieria russa.

I governi occidentali faticano a limitare le attività commerciali dei tanti esponenti russi, soprattutto in Europa, non avendo strumenti legislativi e giudiziari adeguati alla lotta contro il contrabbando di questi materiali, non sempre iscrivibili ai registri degli articoli sanzionati. Il ministero della giustizia degli Usa ha accusato i partecipanti alla Serniya di “acquisti altamente segretati” nell’interesse dello spionaggio organizzato dall’Fsb. Lo stesso Mironov ha subito minacce ed attacchi personali a Buenos Aires, dove vive, che hanno messo in pericolo anche la salute della moglie Aleksandra Petračkova da parte di personaggi che gridavano Stay away from Russia!.

Come sottolinea Mironov, il vero problema delle sanzioni sono appunto i meccanismi di controllo delle sue applicazioni, che appaiono decisamente inadeguati. Vi sono stati vari incontri di politici a Bruxelles e in altre sedi, che non hanno prodotto risultati sufficienti al riguardo. Secondo l’economista “non basta togliere l’uso di Visa e Mastercard, che punisce solo la gente comune, se poi non si verificano tutte le transazioni finanziarie, fino alle più elaborate”. In tutto il 2022 non è stata portata a termine neanche una causa giudiziaria sulle compagnie che aiutano ad aggirare le sanzioni.

Per esempio, dal porto russo di Kozmino, vicino a Nakhodka nella regione orientale del Primorje, sono continuate regolarmente le vendite di petrolio a 73 dollari al barile, invece dei 60 del tetto stabilito, con tanto di contratti assicurativi da parte delle compagnie occidentali, per una quantità del 96% di quella del periodo precedente alla guerra e alle sanzioni. Nelle pubblicazioni di Mironov e altri vengono riportati diverse storie simili, che fanno riflettere su chi veramente ha intenzione di fermare la guerra, o chi invece preferisce continuare a fare affari, sia tra i russi, sia tra i loro avversari.

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