Libano, svalutazione del cambio

by • 1 luglio 2020 • ESTERI, In evidenzaCommenti disabilitati su Libano, svalutazione del cambio134

In Libano sono tornate le proteste di piazza contro governo e banca centrale. Centinaia di manifestanti sono scesi in strada per inveire contro il governatore Riad Salame, accusato dalla folla di essere un “ladro” insieme alle banche.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il maxi-deprezzamento del cambio al mercato nero. Per un dollaro adesso servono circa 5.000 lire libanesi, quando nell’ottobre scorso ne bastavano sui 1.500, che è ancora il tasso di cambio ufficiale.

Poiché la valuta estera scarseggia, acquistarla diventa sempre più cara e a lievitare sono tutti i prezzi dei beni importati. Inevitabile l’impatto negativo sui redditi, quando già la crisi finanziaria ed economica era esplosa nei mesi scorsi, a seguito delle proteste contro la corruzione del mese di ottobre, che portarono alle dimissioni del premier Saad Hariri, sostituito solamente a gennaio da Hassan Diab, un tecnocrate accademico sunnita, ma appoggiato dagli Hezbollah sciiti e da una parte della comunità cristiana.

Il nuovo governo sta cercando disperatamente di ottenere un prestito di 10 miliardi dal Fondo Monetario Internazionale e il premier aveva promesso sin dal suo insediamento tale soluzione per affrontare i problemi dello stato dei cedri. Ad oggi, di questo accordo non vi è traccia, anche perché gli Hezbollah non accettano le misure di austerità fiscale e le riforme economiche chieste dall’FMI in cambio degli aiuti. E Beirut è tecnicamente in default dal marzo scorso, quando non fu in grado di pagare un bond in dollari da 1,2 miliardi.

Pesa la bolletta della luce
A pesare sulle casse statali in misura notevole è l’inefficiente settore energetico domestico, che pesa per 42 dei 94 miliardi di dollari di debito pubblico, pari complessivamente a circa il 160% del pil.

A seconda della zona in cui vivono, le famiglie possono godere del servizio elettrico da 3 a 12 ore al giorno, la prova di quanto bassa sia l’offerta domestica, stimata in deficit per 1.600 MW. In effetti, ogni anno lo stato contribuisce con trasferimenti per 1,5 miliardi, qualcosa come quasi il 3,5% del pil. L’FMI chiede la soppressione dei sussidi energetici, con le bollette ad essere ancora agganciate alla capacità produttiva degli impianti e ai prezzi del greggio di 20 dollari al barile sin dal 1994.
Ma tagliare i sussidi significa nel concreto aumentare le tariffe, un passo molto impopolare e che nel breve termine comporterebbe anche la lievitazione dell’inflazione, che in aprile risultava esplosa al 46,6%, in drastica accelerazione dal 17,5% di marzo. Il caso argentino denota i rischi di operazioni simili sul piano politico, specie se non prontamente accompagnati da misure riformatrici complessive. Una di queste sarebbe la liberalizzazione del tasso di cambio, che come sopra scritto avrebbe anch’esso un impatto rialzista sui prezzi al consumo. E con un’economia al collasso, con la disoccupazione in rapida impennata e una popolazione stremata dal “lockdown” imposto contro il Coronavirus, appare molto difficile che l’esecutivo riesca a varare le riforme necessarie per ottenere il prestito e rilanciare l’economia.

Ad aggravare la crisi energetica e, di riflesso, quella dei conti pubblici, vi è il contrabbando di greggio al confine con la Siria, che aumenta la carenza di materie prime. Peraltro, il crollo dell’economia libanese sta avendo severe conseguenze anche su Damasco, dove nei giorni scorsi il presidente Bashar Assad ha licenziato il premier Imad Khamis per l’incapacità mostrata nell’offrire risposte alla rabbia sociale. Le famiglie più facoltose qui hanno potuto confidare sulle banche libanesi per depositarvi i risparmi, attratti sia dalla relativa sicurezza garantita loro e sia dagli alti tassi offerti, ma da mesi non stanno più riuscendo a rimpatriarli, a causa dei controlli sui capitali imposti in via autonoma dagli istituti per porre rimedio alle scarse provviste di dollari.

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