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  • Covid-19, come ottenere l’anticipo

    9 aprile 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 837

    Un anticipo di 1.400 euro per chi è in attesa dell’assegno di cassa integrazione che dovrà erogare l’Inps.
    A disciplinare il meccanismo che consente di andare in banca e chiedere un’anticipazione rispetto ai tempi ordinari di versamento dei trattamenti relativi a tutte le forme di integrazione salariale (cassa ordinaria, in deroga e assegno a carico del Fondo di integrazione salariale) è una convenzione siglata tra sindacati, imprese e l’Associazione bancaria italiana (Abi).
    L’Inps, peraltro, ha già ricevuto richieste di cassa integrazione per 1,4 milioni di lavoratori. Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha spiegato che per 1,2 milioni di lavoratori il pagamento è a conguaglio quindi hanno ricevuto già il trattamento dalle loro aziende. Per altri 200.000 lavoratori il pagamento sarà diretto.

    La premessa per avviare il meccanismo è semplice: il datore di lavoro deve fare richiesta della cassa integrazione per l’emergenza Covid-19, con la specifica di sospensione dal lavoro del dipendente a zero ore e domanda di pagamento diretto della cig da parte dell’Inps.

    Il modulo da compilare
    Una volta che il datore di lavoro ha avviato la richiesta il lavoratore può recarsi in banca per compilare il modulo con la domanda per l’anticipazione dell’integrazione salariale, in questi giorni è preferibile tuttavia recuperare il modulo online, compilarlo e inviarlo in via telematica alla propria banca. Vale una specifica: la banca o l’istituto di credito deve avere aderito alla convenzione, nel caso non lo abbia fatto sarà necessario rivolgersi ad un’altra banca. I moduli sono chiari e richiedono di inserire i propri dati, autocertificare la propria condizione di lavoratore sospeso dal lavoro a zero ore e l’avvenuta richiesta da parte della propria azienda del trattamento di integrazione salariale. Nel modulo figura una precisazione per specificare che il prestito di 1.400 euro si estingue nel momento in cui l’Inps effettua il versamento della cig.

    Le regole e la tempistica
    Come detto l’anticipo bancario della cig corrisponde a 1.400 euro, un importo forfettario parametrato a 9 settimane di sospensione del lavoro a zero euro. Se la durata dello stop dal lavoro è inferiore anche l’importo sarà ricalcolato in proporzione al tempo trascorso a casa, anziché in ufficio o in fabbrica. Da un punto di vista operativo una volta effettuata la domanda tramite modulo la banca può predisporre subito l’apertura di un conto con una linea di credito pari a 1.400 euro, oppure può riservarsi di effettuare un’istruttoria. L’impegno, ribadito anche nella convenzione, è d’altra parte che l’apertura del conto sia esente da costi e che l’eventuale istruttoria sul merito di credito sia molto veloce. In ogni caso la banca deve dare una risposta, quale che sia, tempestivamente.

    Garanzie e restituzione del finanziamento
    Se l’intera operazione procede in modo lineare il finanziamento di 1.400 euro si estingue nel momento in cui l’Inps versa il trattamento di integrazione salariale. In ogni caso l’apertura di credito di 1.400 euro ha una durata di sette mesi e non prevede garanzie. Se invece per una qualche ragione l’Inps non accoglie la domanda di cig cosa succede? La banca in questo caso potrà rivalersi sul lavoratore e richiedere l’estinzione del finanziamento. Se il lavoratore è inadempiente e non onora il debito la banca comunicherà al datore di lavoro il saldo a debito del conto corrente e il datore di lavoro dovrà versare gli emolumenti spettanti al lavoratore (compresi tfr e anticipazioni) per estinguere il prestito.

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  • Pasqua 2020, come sarà ?

    9 aprile 2020 • In evidenza • 1044

    Confermato un nuovo blocco di due settimane che estenderà la “quarantena” fino al 18 aprile. Dopo questa data, si potrebbe cominciare a parlare della progressiva riapertura.
    Ma solo se l’indice dei contagi sarà inferiore a 1. I primi a riprendere l’attività invece potrebbero essere gli imprenditori della filiera alimentare e farmaceutica.

    Massima attenzione su Pasqua: i divieti di spostamento rimarranno in vigore e saranno rafforzati i controlli delle forze dell’ordine. Sospesi fino a data da destinarsi gli eventi pubblici dove non è possibile controllare il rispetto della distanza tra le persone. Resteranno in vigore fino alla fine dell’epidemia le misure per chi rientra dall’estero, rafforzate dall’ultima ordinanza. Rimane l’incognita sulla riapertura delle scuole.


    COVID-19, NOTIZIE IN TEMPO REALE

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  • Traghetti fermi

    9 aprile 2020 • In evidenza • 973

    Ferme le navi Tirrenia che collegavano Sardegna, Sicilia e Isole Tremiti.
    Alle difficoltà provocate dalle restrizioni per fermare il coronavirus ora si aggiunge anche lo stop imprevisto dei traghetti. Questa però è una questione finanziaria: di debiti e crediti, di società intrecciate e di un credito da 180 milioni che lo Stato attende di riscuotere da anni. La notizia di oggi, dopo una raffica di sentenze, multe e vendite sfumate di traghetti, è che i commissari della vecchia società Tirrenia (quella che un tempo era la compagnia pubblica di navigazione) hanno avviato un sequestro conservativo della Cin, la new company creata al momento dell’alienazione da parte dello Stato e poi acquisita dall’armatore napoletano Vincenzo Onorato, proprietario delle navi Moby.

    La storica Tirrenia è in amministrazione straordinaria e oggi, secondo quanto fa sapere la holding di Onorato, i tre commissari hanno eseguito un sequestro conservativo sui conti di Cin. L’obiettivo, non è difficile dedurlo, è quello di assicurarsi le somme che l’armatore napoletano non ha ancora versato per l’acquisizione del gigante italiano dei mari. «I commissari Gerardo Longobardi, Beniamino Caravita di Toritto e il torinese Stefano Ambrosini, hanno eseguito il sequestro conservativo, si legge in una nota della società. Tutto questo malgrado Cin abbia più volte comunicato la propria disponibilità ad offrire, nei limiti del consentito, garanzie di pagamento di quanto reclamato da Tirrenia e nonostante il momento così drammatico per il Paese».

    Questo è l’ultimo capitolo di una vicenda molto complessa, iniziata nel 2012 con l’acquisizione della vecchia Tirrenia da parte dell’armatore di Moby, che è sempre stata la compagnia concorrente. Con Tirrenia, Vincenzo Onorato, si è accaparrato quasi il monopolio dei collegamenti marittimi principali ma si è assicurato anche un contributo statale da 72 milioni di euro all’anno per la gestione delle rotte in continuità territoriale verso la Sardegna, la Sicilia e le Isole Tremiti. Il debito verso lo Stato si è trascinato per otto anni e nel frattempo le difficoltà economiche della società sono diventate molto critiche, così per lo meno sono definite in una sentenza recente del Tribunale di Milano. In più, si sono fatte sempre più pressanti le richieste che arrivano anche dai fondi d’investimento che avevano sottoscritto un bond da 300 milioni per consentire alla famiglia Onorato di concludere l’acquisizione di Tirrenia. Ci sono anche multe da pagare e c’è da ricordare anche l’intervento di Unicredit che non ha sbloccato le ipoteche e impedito sul nascere la cessione delle due navi più grandi e più nuove. In questo quadro, anche alla vigilia della scadenza della convenzione pubblica per la continuità territoriale, i commissari di Tirrenia hanno fatto scattare la procedura di sequestro conservativo dei conti. Una procedura inevitabile, dicono i 3 commissari, sulla base di un’ordinanza del Tribunale di Roma del 4 marzo scorso: «Vista la situazione cui versano Cin e il Gruppo Moby, l’iniziativa rappresenta un rimedio indifferibile a tutela dei creditori di Tirrenia, nonostante la sospensione dei termini disposta dal Decreto Cura Italia. La posizione dei commissari è stata assunta in piena intesa con l’Autorità di Vigilanza. La proposta cui fa riferimento Cin è giunta a distanza di ben venti giorni dal provvedimento di sequestro e non prevede né l’ammontare del pagamento offerto, né l’indicazione delle relative tempistiche, né tanto meno alcuna forma di garanzia. Pertanto si tratta di una proposta irricevibile».

    Il gruppo Onorato risponde subito bloccando i traghetti. «Teniamo a precisare che la società è liquida ma che il blocco dei conti correnti impedisce l’operatività. Di conseguenza l’attività di Cin, compagnia che svolge in convenzione con lo Stato il servizio di continuità territoriale via mare per le isole, è stata paralizzata. Pertanto, con decorrenza immediata, sarà impossibile continuare lo svolgimento del servizio e già le corse programmate per oggi su tutte le linee in convenzione con la Sardegna, la Sicilia e le Tremiti non verranno effettuate». Nelle isole da oggi in poi si rischia il caos, perché i traghetti assicuravano l’approvvigionamento delle merci e l’arrivo delle persone che hanno l’autorizzazione a spostarsi per ragioni di salute o di lavoro. Dopo il blocco deciso per il dilagare del coronavirus si rischia il vero isolamento, con grossi problemi per la popolazione.

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  • Unione Europea: un susseguirsi di passi falsi

    9 aprile 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 922

    Finita l’emergenza covid-19, Bruxelles non avrà più nemmeno basi teoriche per reggersi in piedi.

    Crolla la popolarità già bassa dell’Unione Europea in Italia. E’ stato un susseguirsi di passi falsi degli stati membri, Germania e Francia hanno bloccato le esportazioni di mascherine e dispositivi medici come i ventilatori polmonari, quelli usati in terapia intensiva per i pazienti contagiati più gravi. E quando la Cina ci ha inviato le mascherine, il governo della Repubblica Ceca ha comunicato un assalto criminale del carico appropriarsene, salvo cercare di rimediare a suo modo nei giorni scorsi con l’invio alla Lombardia di 100.000 tute e materiale sanitario. Tralasciamo per il momento il caso di Praga, che si configura come un atto illegale e, pertanto, sanzionabile.

    L’aspetto più drammatico per la UE risiede nel blocco delle esportazioni di Francia e Germania, parzialmente rimosso da un intervento della Commissione. Esso mette in crisi il presupposto logico su cui si fonda il mercato unico e la stessa globalizzazione, ovvero che non importa dove produci, perché avrai sempre a disposizione quello che ti serve importandolo a prezzi massimamente convenienti, grazie alle specializzazioni produttive di ciascuna economia. Invece, l’emergenza sta facendo emergere come la mobilità dei beni sia lungi dall’essere assicurata se qualcosa s’inceppa, vuoi per l’interruzione della catena produttiva, come nel caso della Cina, vuoi per espressi interventi legali volti a tutelare i consumatori/utenti domestici.

    Una UE rivelatasi inesistente
    Sbriciolatosi in men che si dica il principio dell’indifferenza del luogo di produzione all’interno della stessa UE, quando l’allarme pandemia sarà cessato, le basi di questa disunione dovranno essere necessariamente riviste. Qualcuno eccepirà che gli errori siano stati commessi dagli stati-nazione e non da Bruxelles, ma è un dato di fatto che Commissione, Europarlamento, Consiglio europeo, Corte di Giustizia e parzialmente la BCE non siano serviti a nulla, ciascuno nei rispettivi campi, per spegnere l’incendio e impedire che l’emergenza sanitaria si aggravasse.

    Emergenza Coronavirus, ecco come l’Europa ha fregato l’Italia ancora una volta
    L’area Schengen è andata a farsi benedire e con essa la logica delle frontiere sempre aperte. Il Patto di stabilità è stato sospeso e sarà difficile ripristinarlo a emergenza finita. L’unica costante è stata l’assenza di solidarietà tra stati.
    Come potrà trattare la UE con Londra sulla Brexit a difesa delle quattro libertà di movimento all’interno del mercato unico (merci, servizi, capitali e persone), se l’asse franco-tedesco che la governa ha dimostrato che gli scambi di merci e servizi non siano affatto certi, lasciando eventualmente un’economia sprovvista di importazioni fondamentali?

    Quanto accaduto costringerà ciascuno stato a ripensarsi in una dimensione sempre più nazionale e meno europea dopo la crisi. Quando un’impresa produttrice di beni sensibili delocalizzerà all’estero per rivendere i suoi prodotti in Italia, difficilmente non si potranno opporre questioni di sicurezza nazionale per impedire che metta il naso fuori dai confini nazionali, dato che non vi sarebbe più alcuna certezza concreta di trovarsi nella disponibilità di tali beni all’occorrenza.

    Questo modus operandi gradualmente porrà fine al mercato unico, almeno come lo abbiamo inteso finora. Da una logica continentale si passerà a una più nazionale e al posto della globalizzazione propriamente detta si opterà in misura crescente per una “regionalizzazione” delle aree produttive, che è in fin dei conti il progetto ultimo di Donald Trump.

    La crisi dell’euro
    E l’euro? Passano gli anni e si scrivono le stesse cose: la moneta unica è disfunzionale, reggendosi su una politica monetaria comune a cui corrispondono 19 mercati finanziari e 19 politiche fiscali. Il metro del “one size fits all” non funziona e qui la solidarietà non c’entra. Paesi come Germania e Olanda hanno beneficiato di un cambio più debole di quello che avrebbero avuto tenendosi le rispettive monete nazionali, esportando a più non posso e, nel caso dell’Aja, attirando capitali e imprese con una legislazione fiscale di favore. I paesi entrati nell’Eurozona in condizioni macro più deboli hanno certamente mancato all’appuntamento rinviando il varo delle riforme necessarie al loro rilancio, ma non sono stati aiutati nemmeno dal gap di spesa per interessi sul pil, che ne ha ristretto i margini di manovra politica, oltre che dei conti pubblici.

    I “Coronabond” sono certamente un trucco di Italia, Spagna e Francia per contenere formalmente i danni di questa emergenza sui loro bilanci nazionali, ma l’alternativa sarebbe condannare un gruppo nutrito di stati a chiedere assistenza finanziaria al MES, ritrovandosi di fatto commissariati dal giorno dopo. Per quanto sia nella logica umana ottenere rassicurazioni formali nel caso si concedano aiuti, questo non può essere nella natura di una unione monetaria, la quale si dovrebbe reggere anche sull’accettazione di un minimo trasferimento della ricchezza dalle aree più forti a quelle più deboli per tamponare situazioni di crisi in breve tempo. Se si attendono i tempi di attuazione ed efficacia delle riforme, infatti, il clima politico rischia di deteriorarsi e di rendere impopolare l’euro stesso, com’è accaduto.

    In definitiva, il Coronavirus è stato quel classico incidente imprevisto della storia, capace di far saltare in aria tutti i paradigmi su cui si erano retti per decenni le politiche e gli accordi tra stati. La UE ne uscirà distrutta, con una legittimazione ancora più blanda agli occhi non solo dei popoli, bensì degli stessi governi.
    Ha confermato che gli stati-nazione esistono e i loro legittimi interessi sovrastano qualsiasi costruzione unitaria di facciata di questi ultimi 30 anni. Reclamerà ancora più poteri, ma se non è stata in grado nemmeno di far arrivare all’Italia le mascherine necessarie a fronteggiare una situazione di emergenza, non avrà alcun titolo per pretenderli. Non morirà per l’euro-scetticismo dei suoi oppositori, bensì per il riscoperto realismo dei suoi sostenitori.

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  • Le grandi pandemie, la peste nera

    2 aprile 2020 • In evidenza, SALUTE • 2975

    Dal 1346 al 1353 e poi a ondate successive che seguono le invasioni dell’Orda d’Oro tartaro-mongola, lungo la via della Seta arriva la Peste Nera, sempre portata dalle pulci dei ratti.

    All’assedio di Caffa mongoli e cristiani si lanciano a vicenda i cadaveri degli appestati. La piaga colpisce popolazioni europee già defedate dalle carestie iniziate nel 1315 dopo una serie di alluvioni.

    Vittime mai calcolate con precisione, dai 25 ai 100 milioni. Cambia il mondo agricolo del Medioevo, alcuni storici scrivono di «fine dell’antichità«. «Se devo morire fra poco, perché andare nei campi?» è il ragionamento che spinge molti agricoltori ad abbandonare le terre, che presto diventano deserti. Ma chi sopravvive, immunizzato e trasferito nelle città, vivrà meglio: diventerà manodopera ricercata e più pagata di prima, mentre la scarsità di braccia fa crescere ovunque l’innovazione tecnico-meccanica, come la stampa e le armi da fuoco.
    Con meno soldati in campo, ai re e signori occorrono più armi.

    La Peste Nera porta anche i pogrom antisemiti, i peggiori fino ai tempi della Shoa, con gli ebrei accusati come untori. Nel 1348 una bolla di papa Clemente VII vieta di «ascrivere agli ebrei delitti immaginari». Ma la piaga colpisce anche il prestigio della Chiesa: quella «vita e salute» chiesta nelle sue preghiere e processioni, non arriva. E si prepara indirettamente il clima morale e ideologico per l’avvento della Riforma (1517: Lutero affigge le sue tesi a Worms).

    La Peste nera ha avuto anche riflessi sull’arte e letteratura e l’arte: il Decamerone, il blocco della costruzione del Duomo di Siena, la diffusione delle «danze macabre» nella pittura medievale, influenzò la pittura fiamminga con le ossessioni nei quadri di Bosch, «Il trionfo della morte» di Peter Brueghel il Vecchio. E poi il capolavoro cinematografico di Bergman: «il settimo sigillo».

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  • Le grandi pandemie, anno 1968

    2 aprile 2020 • In evidenza, SALUTE • 1534

    Influenza di Hong Kong (H3N2)
    Come nel 1957, anche la nuova pandemia del 1968 si originò dal Sud Est Asiatico che prese il nome di Influenza di Hong Kong.

    Il numero stimato di decessi fu di 1 milione in tutto il mondo.

    L’Iss sostiene inoltre che “In Italia l’eccesso di mortalità attribuibile a polmonite ed influenza associato con questa pandemia fu stimato di circa 20.000 decessi”. Sempre l’Istituto superiore di Sanità afferma che “poiché l’epidemia si trasmise inizialmente in Asia, ci furono importanti differenze con quella precedente: in Giappone le epidemie furono saltuarie, sparse e di limitate dimensioni fino alla fine del 1968. Il virus fu poi introdotto nella costa occidentale degli USA con elevati tassi di mortalità, contrariamente all’esperienza dell’Europa dove l’epidemia, nel 1968–1969, non si associò ad elevati tassi di mortalità”.

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  • La peste nei secoli

    2 aprile 2020 • In evidenza, SALUTE • 1281

    Anni 430-426 a.C. Peste ateniese, 70-100 mila vittime durante la guerra con Sparta, politicamente importante anche perché vi muore Pericle, leader dell’egemonia ateniese.

    Nel 2005, nel Dna estratto dai denti di uno scheletro sepolto in un cimitero militare dell’epoca, viene isolato un batterio di febbre tifodea. E si pensa a questo, o a un antenato del virus Ebola, come origine della pandemia.

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    Anni dal 130 d.C in poi, Peste antonina, con 5-10 milioni vittime, forse vaiolo o morbillo portato a Roma dalle Legioni dopo la campagna contro i Parti, per alcuni storici segna l’inizio della fine politica e militare dell’Impero. Vi muore l’imperatore Lucio Vero.

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    Anni 541-542 e poi a ondate fino al 750: Peste Giustinianea. L’origine è il batterio Yersina Pestis dei ratti, co-fattore la paurosa densità abitativa di Costantinopoli. Sono in totale fra i 50 e 100 milioni i morti stimati in totale.

    Percorso storico: Giustiniano, ultimo imperatore di lingua latina, vince la campagna contro i Vandali e poi cerca di strappare l’Italia ai Goti. Ma in un porto lungo il Nilo i suoi soldati vengono a contatto con una barca proveniente dall’Etiopia e carica anche di ratti: contagio inevitabile, portato poi anche a Costantinopoli, che allora aveva 500.000 abitanti , e in Italia dai legionari che tornano in patria.  È considerata da alcuni storici la causa della fine dell’impero d’Oriente.

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  • Le grandi pandemie, anno 1918

    2 aprile 2020 • In evidenza, SALUTE • 1099

    La Spagnola
    La più spaventosa è stata la Spagnola, pandemia del 1918-1920 (dilagata in due ondate, una primaverile e una autunnale, seguita forse negli Usa da due altre ondate minori fino al 1925). Esplosa alla fine della Grande Guerra, quando le popolazioni erano più debilitate e le truppe si muovevano da un continente all’altro, e trasmessa attraverso uccelli o suini dal virus H1N1.
    Ha ucciso fra i 50 e 100 milioni di persone nel mondo, molto di più delle vittime della stessa Grande Guerra.

    Arrivò fino ai confini del globo abitato, sull’Artico. Fu chiamata così perché ne parlarono per primi i giornali spagnoli e quelli americani, forse ancora influenzati dalla censura militare, preferirono evitare l’onta sul loro Paese. Perché, pare, la pandemia arrivò negli Usa con i soldati americani di ritorno dall’Europa. Non si conoscevano cure, se non rimedi empirici contro la febbre e la mascherina facciale o l’isolamento: tutto inutile o quasi. Solo nel 1938 il virologo Thomas Francis riuscì ad isolare il virus e a provare l’esistenza di altri virus influenzali, ma la strada verso il vaccino era ancora lunga e le cause dell’estinzione della pandemia sono ancora oggi tema di dibattito.

    Le conseguenze
    La Spagnola provocò un terremoto demografico e migratorio: molti lasciarono le proprie nazioni alla ricerca di Paesi «sani», che però non c’erano, e colpì soprattutto giovani e adulti sani che, nella normale vita civile producendo, vendendo e comprando merci, erano la spina dorsale del sistema economico.

    La pandemia provocò ovunque la crisi della domanda e dell’offerta, della produzione e del consumo: un vero choc per qualsiasi Paese anche economicamente sano (anche se la manodopera, diventata ricercata e rara, ottenne salari migliori). Il Pil dell’Europa occidentale calò del 7,5%. Tutto questo non poteva non avere effetti destabilizzanti sui sistemi politici e sociali interni. La repubblica di Weimar, grande «bolla» di vuoto politico e incertezza economica, nasce in Germania nel novembre 1918, in coincidenza con la fine della Grande Guerra e l’inizio destabilizzante della Spagnola. E il vuoto di Weimar preparerà l’arrivo di Hitler.
    Secondo alcuni storici la Spagnola, che coinvolse tutta l’Europa e gli Usa, è alla fine una delle concause indirette anche della Seconda Guerra Mondiale.

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  • Le grandi pandemie, anno 2003

    2 aprile 2020 • In evidenza, SALUTE • 991

    Nel 2003 arriva la Sars (prima epidemia da coronavirus del ventunesimo secolo), molto contagiosa ma poco letale (8240 vittime nel mondo).

    Fu portata dalle anatre selvatiche del Guangdong (l’antica provincia cinese meridionale di Canton) e il virus fu identificato dal medico italiano Carlo Urbani, che ne rimase vittima.

    La SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) ha rappresentato la prima minaccia globale del XXI secolo. Comparsa nella provincia cinese meridionale del Guangdong negli ultimi mesi del 2002, la SARS approdava poi a Hong Kong e Hanoi, provocando improvvisi focolai epidemici. Tra il 12 e il 15 marzo 2003, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per la prima volta nella sua storia, ha lanciato un allarme mondiale, raccomandando di rimandare i viaggi provenienti da aree affette o verso le aree infette.

    Anche l’Italia, come gli altri Paesi europei, ha dovuto far fronte all’emergenza e organizzare adeguate risposte. La morte del medico Carlo Urbani, avvenuta alla fine del mese di marzo, e la coraggiosa presa di posizione dell’OMS, contribuivano a sensibilizzare i mezzi d’informazione di massa, determinando un picco di attenzione quando, all’inizio di aprile, venivano segnalati due casi sospetti di SARS. A metà del mese di aprile, la situazione precipitava a seguito del decesso, avvenuto a Napoli, di una persona con sospetta SARS, rivelatasi poi affetta da una rara infezione batterica contratta in Tailandia (un’area apparentemente “non affetta”).

    Preceduta da una conferenza stampa, il 17 aprile 2003 veniva costituita la Task Force sulla SARS del Ministero della Salute (Gruppo permanente per la valutazione del rischio e il controllo della SARS e delle emergenze di origine infettiva, costituito presso la Sezione III del Consiglio Superiore della Sanità). Sino alla fine di aprile, l’aumento nel numero dei nuovi casi di SARS in estremo Oriente e l’arrivo di alcuni casi sospetti o probabili nel nostro Paese, determinava un livello di guardia piuttosto elevato che culminava, agli inizi di maggio, con la riunione dei Ministri della Sanità europei, a Bruxelles, nel corso della quale si apriva una fase di dibattito serrato sulle misure da prendere a livello aeroportuale e sulla loro potenziale efficacia. Infine, con l’arrivo dell’estate (giugno) e lo spegnersi dei focolai epidemici, da Hong Kong a Toronto e da Pechino a Taipei, iniziava la fase di riflessione sul da farsi nell’evenienza di una ricomparsa della SARS.

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  • Le grandi pandemie, anno 1957

    2 aprile 2020 • In evidenza, SALUTE • 1658

    L’influenza asiatica
    Nell’ultimo secolo, un’altra epidemia trasmessa da uccelli (anatre selvatiche dalla Cina) è stata l’influenza asiatica del 1957, provocata da un virus sottotipo dell’H1N1.

    Durò due anni e fece 1 milione di vittime nel mondo, ma diluita nel tempo non ebbe grandi conseguenze sul boom economico in corso.

    Secondo quanto riferito, l’influenza asiatica del 1957 si trattava di un virus “composto da tre diversi geni di un virus H2N2 originato da un virus dell’influenza aviaria A, inclusi i geni di emoagglutinina H2 e neuraminidasi N2 e il cui numero stimato di decessi fu di circa 1,1 milioni in tutto il mondo”. L’Iss conferma che “con l’Asiatica del 1957, fu molto diffuso ed evidente il fenomeno di polmoniti primariamente virali. In contrasto a quanto osservato nel 1918, le morti si verificarono soprattutto nelle persone affette da malattie croniche e meno colpiti furono i soggetti sani. Il virus dell’Asiatica (H2N2) era destinato ad una breve permanenza tra gli esseri umani e scomparve dopo soli 11 anni, soppiantato dal sottotipo A/H3N2 Hong Kong”.

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    DISSEQUESTRO DEL DEPURATORE DI COSTA PARADISO

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