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  • In evidenza
  • La crisi delle compagnie aeree

    17 aprile 2020 • In evidenza • 942

    Il coronavirus sta costringendo milioni di persone alla reclusione forzata e chi aveva prenotato un volo in questo periodo è stato costretto a rinunciare.

    In realtà la crisi potrebbe andare andare avanti ancora per molto tempo, la ripresa degli spostamenti, soprattutto per viaggi di piacere, non arriverà nel breve termine. Nonostante tutto molte compagnie aeree stanno vendendo biglietti per date future, anche di mesi, a prezzi low cost. È facile quindi chiedersi se sia o meno il caso di approfittare di queste promozioni o aspettare, considerando che al momento nessuno sa davvero quando durerà questa pandemia.

    La strategia delle compagnie aeree sembra chiara: stimolare la domanda riducendo i prezzi, una strategia seguita anche da alcuni hotel di lusso nelle grandi città che propongono persino camere da 50 euro a notte. Ryanair, ad esempio, offre voli da 39,99 euro a tratta persino in piena estate. Un volo Bologna-Berlino, andata e ritorno, a fine luglio, costa 80 euro, mentre l’anno scorso, per lo stesso periodo, il prezzo era più alto. Costi simili anche verso altre destinazioni europee e addirittura più bassi per partenze ad ottobre o novembre. Altre compagnie invece danno la possibilità di prenotare e poi cambiare data gratis qualora non si riesca più a partire oppure voucher da spendere.

    Un trend al ribasso
    Secondo gli esperti però, considerando che l’emergenza andrà avanti ancora per parecchio, è logico pensare che questo trend al ribasso sia solo all’inizio e quindi i veri affari si potrebbero fare aspettando tempi migliori.
    Sarà anche importante considerare che una volta che l’emergenza sarà rientrata, molti paesi adotteranno nuove politiche per i viaggiatori, le attrazioni potrebbero essere chiuse o ad entrate contingentate. Nell’incertezza più assoluta, chi ama il rischio, e magari non vuole rinunciare ad un volo scontatissimo schedulato tra l’estate e l’autunno, per essere ottimisti, può sempre acquistarlo e sperare nel rimborso o cambio data a costo zero qualora non sia più possibile partire. Le stesse agenzie consigliano sempre l’assicurazione per la cancellazione ad un piccolo sovrapprezzo. In questo momento così incerto, in cui non sappiamo neppure quando si potrà tornare a viaggiare, ogni se sembra d’obbligo.

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  • Eurobond, Germania e Olanda non li vogliono

    17 aprile 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 988

    In attesa di vedere quali misure adotterà l’Eurogruppo per far fronte all’emergenza Covid-19, vediamo cosa sono i tanto discussi eurobond e perché Germania e Olanda non li vogliono.

    Gli eurobond (per la crisi attuale ribattezzati come coronabond) sono titoli di debito emessi da un debitore che ha bisogno di un credito e acquistati dai creditori, che però sono garantiti da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Se uno Stato non dovesse essere più in grado di ripagarli, sarebbero gli altri a farlo per lui. Sul tavolo europeo da oltre dieci anni sono stati anche il pomo della discordia durante la crisi del 2008, ma furono accantonati per il rifiuto di Paesi come Germania e Olanda. Rimessi in gioco da Paesi come l’Italia, la Spagna, ma anche la Francia hanno incontrato ancora una volta il rifiuto degli Stati Membri con minor debito pubblico.

    Da una parte i Paesi del Sud credono che i coronabond siano la migliore risposta che possa dare l’Europa a questa crisi, anche perché eviterebbero che il debito pubblico dei Paesi più colpiti da questa crisi (Italia con un debito sopra il 130% del PIl prima della crisi) e Spagna (con il 98%) aumentasse ulteriormente.

    Dall’altra, ci sono i Paesi come Germania e Olanda che vedono negli eurobond più rischi che vantaggi e più ingiustizia che solidarietà. Il problema che nasconde l’eurobond è che il suo rifiuto fa sì che i Paesi del Sud si sentano meno protetti, mentre la sua approvazione viene vissuta come uno sfruttamento per i Paesi del centro e del nord d’Europa, i più rigorosi in termini di deficit, debito pubblico e tasso di risparmio.

    I Paesi del Nord, inoltre, considerano che il meccanismo dell’eurobond non sia immediatamente applicabile perché comporterebbe una modifica della stessa Costituzione di questi Paesi, mentre ne esiste un altro già pronto e poco utilizzato: Il Meccanismo europeo di Stabilità (MES). Si tratta di uno strumento condiviso da 19 Stati membri dell’euro che emette bond europei sulla base di capitale versato e garanzie. Ma si tratta di un meccanismo che comporterebbe un aumento del debito pubblico. L’Italia si è presentata all’Eurogruppo pretendendo nessuna condizionalità all’utilizzo del meccanismo Salva-Stati, neanche quelle di un prestito “light” proposte dalla Germania.

    Sul tavolo della discussioni dell’Eurogruppo ci sono anche gli aiuti della Banca europea degli investimenti e il nuovo fondo proposto dalla Commissione europea per aiutare i governi a finanziare la cassa integrazione. Temi su cui sembra molto più facile trovare un accordo condiviso.

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  • Insegnanti, 4.500 nuovi posti

    17 aprile 2020 • In evidenza • 1102

    Il Ministro dell’istruzione, Lucia Azzolina, ha appena annunciato il via libera alle assunzioni per recuperare parte dei posti liberati nell’estate del 2019 da quota 100.

    Con “quota 100”, sono stati liberati ben 4.500 nuovi posto, che a breve saranno occupati da altrettanti insegnanti, vincitori di concorso o presenti nelle Graduatorie ad esaurimento, che non hanno potuto occupare questi posti lo scorso settembre perché non erano stati messi a disposizione.

    Il provvedimento fa già parte di una norma inserita nel decreto scuola approvato in autunno voluto dalla stessa Ministra.

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  • 730/2020, le novità del modulo

    17 aprile 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 805

    L’Agenzia delle Entrate ha messo a disposizione la versione definitiva del più importante e utilizzato documento fiscale per la dichiarazione dei redditi.

    Il nuovo 730/2020 contiene per quest’anno importanti novità che è bene conoscere.

    Innanzitutto va ricordato che il modello 730 può essere presentato dai lavoratori dipendenti e pensionati per la dichiarazione annuale dei redditi. Dal 15 aprile, inoltre, sarà disponibile il 730 precompilato che permette di visualizzare online, accedendo al portale dell’Agenzia delle Entrate con le proprie credenziali, i propri dati fiscali già raccolti dal fisco e pronti per la trasmissione.

    La dichiarazione per l’erede
    Ma la novità più importante per quest’anno è rappresentata dall’estensibilità della dichiarazione anche agli eredi. L’erede che presenta la dichiarazione per conto del contribuente deceduto dovrà barrare la casella “Rappresentante o tutore o erede” del frontespizio del modello e indicare il proprio codice fiscale nella casella «Codice fiscale del rappresentante o tutore o erede.

    Figli a carico
    Da quest’anno il limite di reddito per i figli a carico sale a 4.000 euro, pertanto il modello 730 è stato aggiornato tenendo in considerazione tale importo reddituale. Di conseguenza, a partire dalle dichiarazione relative al 2019 e solo per figli che abbiamo meno di 24 anni possono essere considerati a carico del genitore solo quanti non abbiano percepito redditi superiori a questo importo. mentre nelle altre situazioni il reddito complessivo posseduto dai figli resta quello più basso di euro 2.840,51.

    Spese di istruzione
    Salgono a quota 800 euro le spese di istruzione detraibili. Con effetto dall’anno 2019 sale anche l’importo massimo annuo delle spese per cui si può fruire della detrazione irpef che passa da 786 dell’anno 2018, alle attuali 800 euro. Tale detrazione spetta per le spese sostenute per la frequenza delle scuole dell’infanzia del primo ciclo di istruzione e della scuola secondaria di secondo grado del sistema nazionale di istruzione. In caso di più figli fiscalmente a carico l’importo massimo della spesa detraibile di euro 800 spetta per ciascuno di essi.

    Bonifica ambientale
    Fra le altre novità che il contribuente potrà trovare nel nuovo modello 730/2020 vi è il credito d’imposta per la bonifica ambientale e la detrazione del 50% per le spese di realizzazione di colonnine per la ricarica di auto elettriche. Il primo punto interessa agevolazioni per lavori eseguiti su edifici e terreni pubblici. Per bonifica ambientale s’intende anche quella relativa alla rimozione dell’amianto dagli edifici, della prevenzione e del risanamento del dissesto idrogeologico, della realizzazione o della ristrutturazione di parchi e aree verdi attrezzate e del recupero di aree dismesse di proprietà pubblica. In questi casi è riconosciuto un credito d’imposta del 65% delle somme stanziate.

    Bonus Sport
    Lo “sport bonus” è il riconoscimento di un credito d’imposta del 65% delle erogazioni per enti gestori o proprietari di impianti sportivi pubblici, nei limiti del 20% del reddito imponibile. Anche in questo caso il credito d’imposta è ripartito in tre quote annuali.

    Lezioni private
    Le novità riguardano l’imposta sostitutiva dell’Irpef (e addizionali) sui compensi che derivano da lezioni private e ripetizioni. Potrà essere applicata una tassazione sostitutiva al 15%, che deve essere versare comunque entro il termine per il pagamento dell’Irpef, e rimane la possibilità di ricorrere all’Irpef ordinaria.

    Impatriati
    Fra le altre novità, vi è anche la possibilità di inserire le dichiarazioni dei cosi detti “impatriati” per cui lo Stato riconosce uno sconto fiscale.

    Gli rimpatriati non sono altro che contribuenti italiani che rientrano in Italia dopo lunghi soggiorni all’estero per motivi di lavoro. Per costoro i redditi da lavoro dipendente e assimilati concorreranno alla formazione del reddito complessivo non per l’intero importo ma soltanto nella misura del 30%. Misura che si riduce al 10% se tali contribuenti hanno stabilito la loro residenza in una delle seguenti regioni: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia.

    MODELLO 730/2020 (link pdf)

    Istruzioni per la compilazione (link pdf)

    Il modello 730 può essere utilizzato per dichiarare le seguenti tipologie di reddito:

    – redditi di lavoro dipendente

    – redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente (per esempio, i redditi percepiti dai co.co.co e dai lavoratori a progetto)

    – redditi dei terreni e dei fabbricati

    – redditi di capitale

    – redditi di lavoro autonomo per i quali non è richiesta la partita Iva (per esempio, i redditi derivanti dallo sfruttamento economico di opere dell’ingegno)

    – alcuni dei redditi diversi (per esempio, i redditi di terreni e fabbricati situati all’estero)

    – alcuni dei redditi assoggettabili a tassazione separata (per esempio, i redditi percepiti dagli eredi e dai legatari).

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  • I prezzi diminuiranno?

    17 aprile 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 729

    L’emergenza Coronavirus ha costretto la gran parte dei governi dell’Occidente a disporre la chiusura di quasi tutte le attività commerciali e produttive, al fine di minimizzare i casi di contagio. Forse, non era mai accaduto che contemporaneamente l’intero pianeta si trovasse colpito da uno shock dell’offerta, con la produzione mondiale ad implodere piuttosto simultaneamente e per ragioni extra-economiche. Interessante il paragone con i periodi bellici, che effettivamente presentano alcune similitudini. L’ultima guerra che l’Italia ha conosciuto sul proprio territorio è stata la seconda mondiale combattuta tra il 1940 e il 1945. In quegli anni, la produzione industriale crollò, specie dal 1943, quando le truppe naziste occuparono lo Stivale e distrussero una fetta consistente del capitale fisico delle imprese.

    Alla Germania andò molto peggio, perché gli Alleati bombardarono a tappeto il territorio del Reich. Basti pensare al dramma di Dresda. L’inflazione nel nostro Paese esplose a 3 cifre, anche a causa delle emissioni di Am lire, la moneta delle truppe di occupazione anglo-americane, le quali abolirono il corso forzoso della lira. La situazione si normalizzò dopo la fine della guerra, quando effettivamente i tassi d’inflazione italiani decrebbero con rapidità. Cos’era accaduto? Gli uomini tornarono a lavorare in fabbrica e a svolgere i loro mestieri, la produzione industriale tornò a crescere celermente, anche perché il potenziale intaccato era stato fortunatamente contenuto, e la maggiore offerta di beni e servizi stabilizzò i prezzi.

    Il confronto emergenza attuale con quell’esperienza regge fino a un certo punto.
    Come allora, siamo in presenza di un crollo della produzione per un fattore esogeno.
    Per fortuna, però, ora non vi è in corso distruzione di capitale fisico o umano, a parte i morti tra i contagiati in età lavorativa. Questo significa che, pur gradualmente per ragioni sanitarie, quando l’allarme sarà cessato e le restrizioni governative allentate, la produzione tornerà a crescere fino a tendere al pieno regime nei mesi successivi. In teoria, questa prospettiva allontanerebbe il rischio di una deriva inflazionistica.

    Probabile una lieve deflazione?
    Esistono due eccezioni a questa tendenza. La prima è rappresentata da quelle attività che, a causa del sostenimento degli elevati costi fissi durante il lockdown, non saranno più capaci di riaprire. Dobbiamo mettere in conto, cioè, che una percentuale, si spera minima, di negozi, uffici e imprese non ce la faccia a riprendersi e chiuda. Si pensi a un ristorante, un bar, un pub, che devono pagare gli stipendi ai dipendenti, l’affitto ai proprietari degli immobili, la luce, il gas, l’acqua, etc. La seconda è data da quei comparti, che risulteranno i più colpiti dalla crisi, per ragioni intrinseche. Parliamo essenzialmente del mondo del turismo: alberghi, ristoranti, lidi, compagnie aeree, agenzie di viaggio, agenzie di escursioni, etc. Probabile che i flussi turistici rimangano in attesa per la gran parte di quest’anno. Chi vorrà spostarsi a lungo raggio, recandosi persino all’estero, temendo di dover ricorrere alle cure sanitarie per il malaugurato caso di contagio?

    Dunque, come nel periodo post-bellico, pur in misura di gran lunga inferiore, probabile che parte del potenziale produttivo venga danneggiato permanentemente dal lockdown. E più esso dura, maggiore la percentuale di attività che non riaprirà più battenti. Ma sarà sufficiente a provocare alta inflazione? E perché nel corso di questa quarantena i prezzi non stanno esplodendo come in guerra? Semplice. A differenza di allora, non avremmo come spendere i nostri soldi, essendo impossibile uscire e muoverci.

    Gli unici beni acquistabili risultano essere quelli primari, che in effetti hanno registrato un lieve surriscaldamento, ma nulla di eclatante o preoccupante.
    Difficile, però, che con la riapertura graduale delle attività, i prezzi esplodano. Al contrario, i consumatori si ritroveranno stressati finanziariamente dal fermo di settimane senza lavoro e imprese e negozianti avranno, al contrario, la necessità di svuotare subito il magazzino per fatturare e incassare liquidità con cui effettuare i pagamenti, compresi gli arretrati. Verrebbe da pensare che vi siano le condizioni ideali per una temporanea deflazione, pur scontando che non tutti i beni e servizi saranno prontamente disponibili come prima per le ragioni sopra spiegate.

    Rischio inflazione concreto
    Detto ciò, il rischio d’inflazione esiste, in Italia come all’estero. L’inflazione è un fenomeno monetario, provocato da un eccesso di moneta in circolazione rispetto al pil, cioè alla produzione di beni e servizi. E questo eccesso rischia di crearsi con i pacchetti fiscali di stimolo all’economia che i governi stanno varando per evitare che la crisi si trasformi in depressione. Ora, immaginatevi per semplicità di ragionamento che tutti gli italiani ricevano un assegno da 1.000 euro da poter spendere a piacimento. Non appena potranno tornare ad uscire, molti si precipiteranno nei negozi per comprare quello che ritengono essere loro necessario, altri ne approfitteranno per regalarsi una qualche soddisfazione dopo mesi di austerità forzata e di clima da panico collettivo. Qualcuno per prudenza risparmierà la cifra in tutto o in parte.

    Fatto sta che, a fronte di una produzione non ancora normalizzatasi, la domanda s’impennerebbe per via dell’alta liquidità e i prezzi schizzerebbero, tanto più se la domanda venisse sostenuta da elevati deficit finanziati da capitali esterni, cioè senza che si registri il contestuale drenaggio di liquidità sul mercato domestico. Nel caso dell’Italia, dove le risorse effettive stanziate dal governo si mostrano relativamente contenute, il rischio esiste fino a un certo punto, mentre in altre economie, dove gli stimoli fiscali varati si presentano ben più generosi, come USA, Germania e Regno Unito, il rischio di un’inflazione potenzialmente fuori controllo vi è tutto.

    In ogni caso, più ampio il gap temporale tra l’iniezione di liquidità dei governi e il ripristino della produzione, più alto il rischio inflazione. Ecco perché ragione vorrebbe che la gradualità con cui sarà consentita la riapertura delle attività vada di pari passo a quella con cui verranno allentate le restrizioni ai movimenti fino ad essere annullate. Se i governi consentiranno ai cittadini di tornare alle vite di sempre prima ancora che le imprese siano tornate a produrre a pieno ritmo, l’eccesso di liquidità in circolazione farebbe danni alla stabilità dei prezzi.

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  • Una bevuta con i propri cari

    17 aprile 2020 • In evidenza, SOCIALE • 740

    Aperichat per rimanere connessi
    A fine giornata, una volta spento il pc, bisogna concedersi un (meritato) momento di svago. Quando l’orologio segna le 19:00 scatta l’ora dell’aperitivo, un rito sociale irrinunciabile anche durante la quarantena. Sebbene non sia possibile raggiungere i propri cari fisicamente, perché non incontrarli online? Stare (e sentirsi) in compagnia aiuta a distogliere la mente dai cattivi pensieri e a regalarsi un po’ di leggerezza.

    Di questi tempi la tecnologia è decisamente amica, permette infatti di rimanere vicini, anche se lontani, tanto con il fidanzato, quanto con amici e parenti. Come fare quindi per vedersi? Una volta pianificato l’appuntamento non resta che prepararsi ad ‘accogliere’ gli ospiti tramite la webcam, che sia quella del pc, del telefono o del tablet.

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  • Tutelare i settori produttivi, Golden Power

    17 aprile 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 1224

    Il “Golden Power”, è un istituto introdotto in Italia nel 2012 dall’allora governo Monti e teso a difendere gli assets “strategici” nazionali dalle scalate ostili di società straniere, anche con sede in uno degli stati della stessa Unione Europea.

    Ad oggi, la tutela riguarda le società della difesa, quelle attive nella sicurezza nazionale, delle telecomunicazioni, dell’energia e dei trasporti. Stando alle dichiarazioni del sottosegretario alla presidenza del consiglio, Riccardo Fraccaro, il governo punterebbe ad estenderla ai settori alimentare, farmaceutico, bancario, sanitario e assicurativo.

    La “strategicità” del comparto alimentare, ma così come di quello sanitario e finanziario, sarebbe meno facilmente sostenibile. Almeno fino all’esplosione dell’emergenza Coronavirus.
    La pandemia ha svelato alcune criticità possibili per il caso di interruzione della catena produttiva. Supponiamo che il cibo venduto in Italia venisse perlopiù trattato in Cina e che un evento imprevedibile come quello attuale non consentisse più alle aziende di esportarlo sul nostro territorio. Rimarremmo senza nulla da mangiare, una minaccia immediata alla nostra sopravvivenza. Lo stesso ragionamento lo si applichi alla farmaceutica e otterremmo la stessa risposta.

    Verso una globalizzazione regionale
    Tuttavia, di questo passo finiremmo per giustificare l’esigenza di mantenere l’”italianità” in ogni comparto produttivo. L’interpretazione estensiva della Golden Power, quindi, comporta il rischio di chiudere il mercato italiano, “scudandolo” rispetto al resto del mondo. In tempi normali, avremmo detto che si tratti di nazionalismo economico, senonché dobbiamo ammettere che la vicenda Coronavirus abbia creato un forte precedente a favore della svolta e, soprattutto, piaccia o meno ammetterlo, sembra che il futuro stia andando verso una “de-globalizzazione” a favore della creazione di macro-regioni produttive (Nord America, Europa, Asia, etc.).

    La svolta sulla Golden Power s’inserirebbe a pieno titolo in quella internazionale in corso. Ma più che a salvaguardare le aziende alimentari o le piccole e medie imprese, il vero obiettivo del governo sarebbe di mettere sotto tutela le banche italiane. Perché? Da inizio anno, in borsa hanno perso mediamente il 40% e molte di esse trattano ormai a valori azionari pari a solo un quarto del rispettivo patrimonio netto. Chi riuscisse a comprarle, si porterebbe a casa un asset dal valore reale finanche quadruplo, un po’ come acquistare per 100.000 euro un immobile, sulle cui pareti interne risultano appesi quadri dal valore di mercato stimato in 400.000 euro.

    E quale sarebbe il pericolo di un sistema bancario in mani straniere? Le nostre banche sono uscite malconce dalla crisi del 2008-’09, con una montagna di crediti deteriorati perlopiù smaltita solo per via di vendite forzate pretese dalla BCE e con contraccolpi molto pesanti sui bilanci. Per contro, detengono oltre 1.811 miliardi di liquidità dei clienti italiani, di cui 1.578 in forma di depositi. Inoltre, hanno a bilancio circa 400 miliardi di euro di BTp in controvalore. In altre parole, tutti i risparmi del sistema Italia di cui risultano in possesso ammontano a oltre il 100% del pil e sono creditori per circa un quinto dell’intero debito pubblico negoziabile sul mercato.

    La questione banche
    Per spiccioli, una grande banca straniera oggi si comprerebbe la stragrande maggioranza degli istituti italiani. Tutta MPS vale appena 1,3 miliardi, UBI 2,8, Mediobanca 4,7, BancoBPM 1,85, Credem 1,3. Per trovare valori a doppia cifra, dobbiamo arrivare ai 25 miliardi di Intesa Sanpaolo e ai 15,50 di Unicredit. Immaginate che una banca tedesca venga a fare shopping nello Stivale, rilevandone il controllo del tessuto bancario. Avrebbe modo di attingere alla enorme liquidità delle controllate per investirla laddove ritiene che sia più opportuno sulla base delle sue relazioni con il tessuto produttivo. In sintesi, prenderebbe i soldi dei risparmiatori italiani e li presterebbe alle imprese tedesche, che per storia e rapporti consolidati riterrebbe più sicure, in quanto conosciute.

    Non facciamone una questione di nazionalità, quanto di praticità. Ma la conseguenza di questa perdita di italianità delle banche sarebbe la privazione per le piccole e medie imprese domestiche di quella liquidità necessaria per investire e persino per la gestione ordinaria. E con ogni probabilità si registrerebbe un disinvestimento progressivo anche riguardo al nostro debito pubblico, com’è emerso nei mesi scorsi con Unicredit, il cui amministratore delegato Jean-Pierr Mustier ha segnalato una crescente fuga dall’Italia, annunciando al contempo un forte taglio dei BTp a bilancio. Ci ritroveremmo, in sostanza, senza una delle principali fonti di domanda per il finanziamento del nostro debito sovrano.

    Non crediate che all’estero sia semplice rilevare una banca. Sempre nei mesi scorsi, quando si era diffusa la voce che Unicredit fosse interessata ad acquisire il controllo di Commerzbank, il sistema politico e finanziario tedesco ha fatto quasi scudo contro l’ipotesi. E nemmeno in quel caso fu un problema di nazionalità, sulla quale semmai si specula agli occhi dell’opinione pubblica, quanto di opportunità. Le banche sono scrigni in cui spesso si custodiscono i segreti più inconfessabili di un sistema Paese.

    Buona parte delle loro azioni è frutto di un “do ut des” esplicito o implicito con le istituzioni nazionali. Le Casse di risparmio tedesche devono prestare denaro senza problemi all’imprenditoria locale e in cambio ricevono dal governo federale la garanzia che nessuna entità straniera spulcerà mai nei loro bilanci, spesso traballanti. Gli istituti italiani comprano debito pubblico e ricevono tutela dallo stato contro eventuali “ingerenze” esterne sul piano regolamentare e/o concorrenziale. Il Golden Power è l’ultimo tassello di un modus operandi europeo ad oggi non codificato in leggi scritte, ma non per questo meno scrupolosamente osservato.

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  • Renzo Piano ringrazia i lavoratori del ponte di Genova

    9 aprile 2020 • In evidenza • 787

    L’architetto che ha firmato il progetto del nuovo viadotto sul Polcevera si rivolge alle maestranze al lavoro anche in questi giorni di emergenza.

    «Siete stati straordinari in quello che avete fatto e siete ancora più straordinari oggi a metterci tutta questa energia e questa generosità. Voi siete un po’ come i medici oggi. Loro con abnegazione, con forza e con coraggio lavorano negli ospedali e voi lavorate su questo cantiere. Lavorate in sicurezza, siate prudenti». Sono le parole che l’architetto Renzo Piano, che ha firmato il progetto del nuovo ponte di Genova, ha voluto esprimere in un video messaggio dedicato ai lavoratori di Fincantieri Infrastructure, impegnati nel cantiere della Val Polcevera, anche in questi giorni di piena emergenza sanitaria legata al coronavirus. «Avete tutta la mia gratitudine e quella di tutti quanti», ha concluso l’archistar. Guarda Il video (link)

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  • Covid-19, previsioni per l’economia italiana

    9 aprile 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 865

    Nel quadro della recessione globale più profonda dal secondo dopoguerra l’Italia, con un settore servizi e turismo caratterizzato da piccole e medie imprese, e un settore pubblico con un debito già elevato, rischia di essere tra gli Stati più fragili.
    Nessun paese potrà uscire da solo dalla crisi, occorre un forte e tempestivo piano a livello europeo per fronteggiare l’emergenza e rilanciare l’attività economica, non solo sotto il profilo finanziario, ma anche della crescita reale.

    Nello scenario base, ipotizzando una lenta e selezionata rimozione dei blocchi anti-contagio a partire da inizio maggio, la contrazione del Pil italiano nel 2020 sarà almeno del 6,5%: in un solo anno, una recessione di portata equivalente alla caduta del biennio 2008-2009. Si stima nei primi due trimestri dell’anno una riduzione del Pil superiore al 10% rispetto alla situazione pre-crisi, con differenze settoriali molto ampie: dal -10% della manifattura al -27% dei servizi legati al turismo, fino al -16% dei servizi di trasporto e delle attività legate all’intrattenimento.

    Nonostante le misure fiscali già annunciate (oltre due punti percentuali di Pil in totale quest’anno), cospicue ma limitate dall’elevato debito pubblico, la profondità della recessione e la lentezza della ripresa non potranno che indebolire ulteriormente la capacità produttiva e le finanze pubbliche del paese. Nello scenario base l’Italia si ritroverebbe nel 2022 con un livello del Pil ancora al di sotto del livello 2019 di oltre 2 punti percentuali, con un debito sovrano inchiodato al 150%.

    Coronavirus, l’impatto sull’economia internazionale
    In questo contesto, la stabilità macroeconomica verrà garantita solo in un quadro di maggiore condivisione a livello europeo degli oneri della crisi sanitaria e dei suoi effetti. La natura dello shock, simmetrico ed esogeno, necessita di una risposta comune sia nel fronteggiare l’aumento di spese legato alle esigenze immediate sia per sostenere la ripresa dell’economia reale. Nessun paese potrà uscirne da solo. Finanziare queste spese con emissioni di titoli europei permetterebbe di ridurne l’onere sui bilanci nazionali e di fare anche un passo in avanti verso la creazione di quel safe asset continentale che potrebbe favorire la diversificazione del rischio dei sistemi finanziari. Non procedere su questa strada rischierebbe di indebolire il progetto europeo, mettendone a rischio il futuro.

    Mentre dieci anni fa lo scoppio della crisi originò dalla finanza, oggi la natura dello shock è di tipo reale (i blocchi alle attività e le quarantene). In questa prima fase sta colpendo in particolare i servizi, la fetta più importante del valore aggiunto nei paesi avanzati, con più occupati rispetto alla manifattura e dove le vendite perse difficilmente possono essere recuperate. La natura reale e globale di una crisi che parte dai servizi comporta effetti moltiplicativi molto pesanti legati agli scambi internazionali, rendendo la riduzione di attività particolarmente intensa.

    Pur con tutte le incertezze legate alla durata e all’intensità delle chiusure, e alla successiva reattività con cui i diversi paesi proveranno a riprendersi, si stima per il 2020 una recessione dell’economia mondiale (-1,6%), diffusa ai paesi industrializzati e non, dove solo la Cina evita una flessione grazie al rimbalzo positivo già nella seconda parte dell’anno. Per fare un confronto, nella Grande Recessione del 2009, la caduta globale dell’attività era stata dello 0,4%. Il traino di Pechino e l’ipotesi di ritorno alla “quasi normalità” entro la fine dell’anno per tutti i paesi industrializzati, è comunque alla base della previsione di una caduta del commercio mondiale “solo” del 9,4%. Nel 2021 il rimbalzo dell’economia globale dovrebbe attestarsi al 4,6%.

    Negli Stati Uniti, infine, dove è in corso di approvazione un pacchetto di misure senza precedenti da 2.000 miliardi di dollari (il 9,3% del reddito nazionale, più del livello del Pil italiano) in aiuto a imprese e famiglie, il Pil nel 2020 cadrà del 2,5%, per poi riprendersi del 3,6% l’anno successivo.

    Le previsioni di S&P per l’economia europea dopo il coronavirus
    L’Eurozona, secondo S&P Global Ratings, affronterà a causa della pandemia una recessione nell’ordine di un calo del 2% del Pil nel 2020, pari a 420 mila miliardi di euro di Pil reale. I rischi sono tutti al ribasso, comunque, dal momento che la pandemia potrebbe durare più a lungo del previsto, deprimendo il Pil dell’eurozona addirittura del 10%. Nel 2021 ci si aspetta però un rimbalzo del +3%, oltre ad un ulteriore +1,5% nel 2022 e 2023.

    Al momento, nota l’istituto di rating, le misure fiscali e monetarie oltre che le politiche economiche in genere saranno la chiave per affrontare l’emergenza economica che seguirà questo periodo. Tuttavia, pur avendo tutti i Paesi dell’Unione adottato misure simili, non tutti sperimenteranno la stessa velocità di ripresa a causa del diverso “respiro” fiscale che le rispettive economie saranno in grado di tirare. In particolare Francia e Germania hanno più fondi per finanziare la disoccupazione rispetto a Italia e Spagna, le quali hanno anche un maggior numero di Pmi indipendenti, che saranno le aziende maggiormente danneggiate dallo choc economico. E’ quindi più probabile che le economie francese e tedesca si riprenderanno più in fretta delle altre.

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  • Prepariamoci

    9 aprile 2020 • In evidenza • 729

    L’emergenza coronavirus ci sta costringendo a cambiare molte abitudini a partire dall’impossibilità di frequentare luoghi come palestre, cinema, musei o ristoranti. Tornare alla normalità non sarà affatto semplice considerando che i tempi potrebbero essere molto lunghi.

    Dai trasporti ai luoghi pubblici e la shut-in-economy
    Tornare alla normalità sarà un processo graduale e abbastanza lungo ma bisognerà fare i conti anche con dei cambiamenti veri e propri come ad esempio restrizioni nei luoghi di assembramento come stazioni o aeroporti, a partire dalla misurazione della temperatura che potrebbe diventare una pratica imposta, oppure accessi contingentati o con controlli con sanificazioni di questi luoghi. Dunque, già prendere un treno, un aereo o spostarsi con la metro potrebbe rappresentare la prima prova di un cambiamento che via via andrà ad interessare tutto il resto.

    Per quanto riguarda bar, ristoranti, cinema o luoghi di ritrovo, come eventi e concerti, non sarà affatto da escludere che diventerà una pratica quotidiana quella di creare ingressi contingentati, posti assegnati o il rispetto di determinate distanze all’interno dei locali mentre molte attività come negozi o palestre potrebbero iniziare a pensare alla vendita online di prodotti per andare avanti o lezioni da remoto. La crescita della shut-in-economy è da tenere in seria considerazione così come un isolamento sociale che andrà sciogliendosi gradualmente. Le aziende, i negozi e le attività potrebbero aprire in maniera graduale così come in maniera graduale le persone, magari divise per fasce di età, potranno tornare mano a mano ad uscire.

    Rischio disintegrazione sociale
    Cambiamenti anche per le scuole e le università, dove la pratica delle lezioni online potrebbe svilupparsi ancora di più oppure bisognerà che le università si riorganizzino con numeri chiusi dando la possibilità agli studenti di ascoltare lezioni da casa.

    E non è nemmeno da escludere che le persone saranno monitorate tramite app o braccialetti come accade ad Hong Kong, dove le persone in quarantena sono seguite con braccialetti intelligenti.

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Attualità

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    26 settembre 2026 • 4720

    L’Avv. Salvatore Pinna – Dall’Italia all’Ilustre Colegio de Abogados de Madrid

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