USA, cosa ci aspettiamo dal nuovo Presidente

by • 20 novembre 2020 • ESTERICommenti disabilitati su USA, cosa ci aspettiamo dal nuovo Presidente133

Covid-19, economic recovery, racial equity, climate change: sono le quattro priorità indicate nel sito ufficiale del transition-team che deve preparare l’assunzione a gennaio della presidenza Biden.

Quattro scelte che segnano una netta discontinuità con la presidenza Trump che ha sempre sottostimato Covid-19, non ha mai pronunciato una parola sui ricorrenti fenomeni di razzismo, ha disdetto gli accordi di Parigi sul clima, dissestato il multilateralismo e le istituzioni di governance internazionale.
Fin dai primi atti, dunque, la vittoria democratica apre una pagina nuova su due fronti essenziali.

Il primo fronte è riunificare una società americana che il voto indica profondamente divisa e lacerata. Da una prima analisi della distribuzione del voto esce il volto di due Americhe molto distanti. Hanno votato maggiormente per Biden le donne (56%), i giovani (62%), le generazioni di media età (52%), mentre Trump ha raccolto maggiori consensi tra gli uomini (52%)e negli ultra sessantenni (52%).

Se per Trump ha votato una maggioranza di bianchi (58%), su Biden si è riversato gran parte del voto multiculturale (l’87% dei neri, il 66% degli ispanici, il 63%degli asiatici). E guardando all’istruzione il 55% dei laureati ha scelto Biden, mentre tra i non laureati i consensi sono pari.

Intorno a Biden si è riunita l’America che crede nei valori liberali, nel multiculturalismo, nei diritti civili. L’America bianca che dispone di un maggiore reddito e maggiore istruzione, concentrata nei centri urbani. E contemporaneamente l’America dei neri e degli immigrati.

Per Trump ha votato maggiormente l’America bianca rurale e dei piccoli centri, i settori sociali di minore reddito e più esposti alla precarietà. L’America che vive il mondo e ogni diversità come un’insidia, si sente assediata (dalla Cina, dai neri, dai gay) e coltiva sentimenti di esclusione. Non è una novità. Lo si era già visto nel voto che quattro anni fa portò a Trump alla Casa Bianca, quando fece sentire la sua voce “l’America degli esclusi“, di chi colpito dalla crisi di quegli anni vide messi in discussione lavoro, reddito, futuro dei figli.

Non a caso Trump, la sera di quelle vittoria, ringraziò il “forgotten men”, l’uomo dimenticato. È lo stesso elettorato a cui Trump si è rivolto anche questa volta: e se non gli è bastato per vincere, ci è però andato vicino. Riunificare questa America lacerata è dunque il primo compito che Biden si è dato. Non sarà semplice, stante la radicalizzazione estrema che si è consumata nella campagna elettorale più brutale e violenta che l’America ricordi. E tuttavia è un compito ineludibile.

Non meno impegnativo il compito di Biden di fronte al secondo fronte: ridefinire il posizionamento internazionale degli Stati Uniti che Trump ha dissestato, indebolendo i rapporti transatlantici, aprendo guerre commerciali, delegittimando le istituzioni internazionali, mettendo in causa il multilateralismo.

America First si è in realtà tradotta in “America alone”, una condizione di solitudine che ha reso più insicuro e inquieto il mondo senza che ne derivasse più autorevolezza per gli Stati Uniti.

Biden è chiamato, dunque, a riscrivere le coordinate della politica estera americana: ricostruire un saldo rapporto con l’Europa, anch’essa chiamata a un rilancio del suo ruolo e delle sue politiche; restituire autorità e credibilità alle istituzioni internazionali; contribuire a riprogettare un sistema multilaterale che tenga conto di un mondo più largo e plurale; ridefinire le regole dei mercati aperti e degli scambi internazionali; investire il peso degli Stati Uniti nelle issues globali, dalla lotta alla pandemia al climate change, dalla tutela dei diritti umani al governo dell’intelligenza artificiale.

Obiettivi alti che richiedono visione e strategie di lungo periodo per un mondo investito da profondi cambiamenti. Se ha un significato affermare che dopo Covid-19 “nulla sarà più come prima”, allora serve un salto di qualità nell’immaginare e progettare un mondo nuovo, così come si è fatto ogniqualvolta eventi traumatici hanno sconvolto la vita dell’umanità.

Così accadde all’indomani della prima guerra mondiale quando il presidente Wilson promosse la creazione della Società delle Nazioni per superare le devastazioni prodotte dal nazionalismo. E così accadde all’indomani del secondo conflitto mondiale quando gli Stati Uniti furono i promotori della creazione dell’ONU, della FAO, dell’OMS, dell’Unesco, del Fondo Monetario e della Banca Mondiale. E addirittura ancora a conflitto aperto, nel 1944, promossero gli accordi di Bretton Wood che avrebbero regolato l’economia mondiale per più di mezzo secolo.

Questa è l’America di cui anche oggi il mondo ha bisogno. E i sentimenti di sollievo e speranza che hanno salutato l’elezione di Joe Biden e Kamala Harris caricano il presidente degli Stati Uniti e la sua Vicepresidente di una impegnativa responsabilità.

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