Capire la Cina

by • 20 agosto 2020 • ESTERI, In evidenzaCommenti disabilitati su Capire la Cina289

Per intuire cosa la Cina vorrebbe diventare e in che direzione desidera muoversi, occorre tornare alle radici di questa cultura millenaria. I progetti che la Cina sta provando a perseguire hanno un preciso significato storico-psicologico, sono il retaggio di un passato lontano. Senza un’analisi culturale e psicologica sarà difficile trattare con i cinesi, sarà complicato capirne gli obiettivi e sarà arduo intendere il ruolo che vorrebbero ricoprire nel mondo nei prossimi decenni.

Per provare a comprendere la Cina bisogna partire dalla sua genesi.
La storia cinese non ha vissuto una continuità politica ma piuttosto una continuità culturale. La Cina ha sviluppato sistemi politici differenti nel corso dei quattro millenni della sua storia. Sebbene la Repubblica Popolare di fatto non abbia avuto un popolo omogeneo sono state la compattezza, la forza della cultura cinese e la diversità di auto-percezione rispetto agli altri a garantire la continuità della sua identità attraverso le generazioni e i cambiamenti politici.

I primi embrioni della cultura cinese si manifestarono tra il Fiume Azzurro e il Fiume Giallo, verso la fine del secondo millennio a.C. e si svilupparono rapidamente a causa del surplus agricolo conseguente ad uno sfruttamento tecnologicamente avanzato delle risorse naturali disponibili. I cinesi del tempo si organizzarono politicamente dapprima dandosi strutture feudali sotto gli Zhou (periodo delle primavere e degli autunni, 770 a.c.- 481 a.c.); poi, dopo la loro caduta, sorsero regni in competizione tra di loro che durarono fino al 221 a.C., quando lo stato di Qin conquistò i territori dei rivali dando vita al primo impero della storia cinese.
La dinastia Qin non durò a lungo e alla sua caduta i popoli precedentemente conquistati si riunirono sotto la dinastia Han (III secolo a. C-III secolo d.C.): in questo periodo, si affermò l’identità culturale cinese. Da questo momento in poi, il termine con cui i cinesi definiranno sé stessi è proprio quello di popolo Han (o discendenti del Drago, o Zhongguo ren, gente del regno di mezzo).
L’etnia Han (in realtà è la somma di diversi gruppi che iniziarono ad avvertire un sentimento che li accomunava e che li distingueva dai “barbari” che li circondavano) al giorno d’oggi costituisce il 92% del popolo cinese e il 20% dell’intera popolazione mondiale.
I cinesi si riferiscono comunemente al proprio Paese usando il termine Zhongguo (composto di Zhōng, “centrale”, e Guó, “regno”, “Stato”).
Questa parola antica ha una valenza religiosa e cosmologica, indicando la “civiltà celestialmente centrata”. Con l’avvento dell’impero, divenne poi sinonimo di terra di insediamento dei cinesi Han, che si contrapponeva alle terre abitate dai “barbari” appartenenti ad etnie differenti. I cinesi percepirono i confini del proprio regno come quelle linee che dividono popoli con differenze culturali insanabili.
Sotto la dinastia mancese dei Qing (XVII-XVIII secolo) il termine perse, tuttavia, questa connotazione strettamente legata all’appartenenza etnica al gruppo Han, per espandersi fino a comprendere l’intera compagine di gruppi etnici raccolti sotto l’egida del potere dei Qing.
Nel diciannovesimo secolo il filosofo tedesco Schelling sosteneva che: i cinesi non sono un popolo ma l’unità che tiene insieme questo smisurato consorzio di genti è percepita come universale, ossia essi si auto-percepiscono come il genere umano nella sua interezza, il “tutto sotto il cielo”, tianxia, che delimitava i possedimenti dell’imperatore.
La Cina si autorappresentava come un’isola delimitata dal mare ad est, dai barbari a nord ed ovest, e dalle montagne a sud-ovest. L’ecumene o tianxia delimita la culla di una civiltà superiore alle altre culturalmente e moralmente, una civiltà che pone il confucianesimo al centro tanto da adottarlo come filosofia ufficiale dell’impero. Un concetto, quello di impero, che nell’accezione cinese appartiene alla sfera della morale e della cultura e non della politica.
Gli Han si ritengono discendenti da antenati comuni, da qui l’usanza di riferirsi a sé stessi come ai “Discendenti dell’Imperatore Yan e dell’Imperatore Giallo”, locuzione non priva di significati particolari, soprattutto in un clima politicamente teso, quale è quello esistente tra la Cina e Taiwan.
L’élite comunista si sta servendo di questa comune discendenza e del collante culturale per giustificare la loro volontà di portare “le terre irredente” (leggi Taiwan) sotto il dominio politico della Repubblica Popolare Cinese. La dirigenza comunista desidera riportare in auge la situazione in cui l’imperatore regnava su tutto ciò che era sotto il cielo, tianxia, e riceveva tributi dai paesi vicini.
Il declino della dinastia Qing fece venir meno la narrazione sino-centrica (attualmente tanto di moda tra le élite comuniste). In seguito alle guerre dell’oppio le potenze occidentali costrinsero la Cina a rinunciare a questo sistema tributario e al controllo di diversi territori. Nel 1912 Sun Yat Sen (nella foto in copertina) fondò la repubblica di Cina, Zhonghua minguo, mentre nel 1949 in seguito ad un’aspra guerra civile venne formata la Repubblica Popolare cinese, ossia la Zhonghua Renmin Gonghe Guó, da parte di Mao Zedong che si assicurò il controllo del Tibet e dello Xinjiang a protezione del nucleo geopolitico del paese, la costa orientale.
Nonostante la continuità culturale, va sottolineato come l’etnia Han non rappresenti l’interezza della nazione del XXI secolo. La Cina ospita al suo interno una molteplicità etnico linguistica considerevole, esplicitata dalle 5 stelle della propria bandiera che rappresentano accanto all’etnia Han le quattro etnie più importanti ossia quella Mancese, Tartara, Tibetana e Mongola.
Il concetto stesso di Cina come ha detto Sabine Dabringhaus, ossia Zhongguo, racchiude in sé sia le dinastie regnanti sia tutti i popoli di confine che vivono sull’attuale territorio statale, la cui storia diviene così parte della storia cinese. In questo quadro, il susseguirsi delle dinastie va letto come un processo di accumulazione che ha reso l’unità (tongyihua) della Cina sempre più grande.
Il pensiero storiografico fornisce la legittimazione per il raggiungimento di uno status che finora la Cina non è mai riuscita a realizzare: la nazione cinese omogenea. È fondamentale prendere in considerazione questo fattore per comprendere come le strategie cinesi perseguano in primo luogo questo obiettivo di coesione interna. Solo secondariamente, sono al servizio di interessi di politica estera.

Per dare senso alla missione storica cinese serve una grande narrazione che in parte è stata costruita da Xi ma in parte ancora manca. Il segretario del partito comunista e la dirigenza dovranno trovare dei collanti per compattare i popoli cinesi, allo stesso tempo sollecitandone le ambizioni politiche comuni.
Per tornare ad essere il centro dell’Asia i cinesi non possono accettare che Taiwan parte della cultura nazionale sia politicamente fuori dalla Repubblica Popolare e cosi devono dimostrare di poterla riprendere, perché parte della tianxia a livello morale e culturale prima che politico. Per fare questo servono un esercito, una marina, un’aviazione tali da assicurare la deterrenza nei confronti degli americani (gli Stati Uniti dal canto loro non possono permettere che la Cina riprenda Taiwan).
È fondamentale capire come la Cina abbia bisogno di rafforzarsi internamente e di risolvere le proprie debolezze interne per continuare ad esistere, ad essere coesa, a dare un senso alla cultura cinese e alla storia cinese.
Partendo da queste chiavi di lettura si può comprendere il significato psicologico della rinascita del drago, di ritorno della storia cinese, di cui i progetti sono espressione e strumento attraverso cui raggiungere obiettivi chiave: essere per la prima volta della storia uno Stato omogeneo e allo stesso tempo tornare ad essere lo Stato al centro del mondo.
Tutto questo ha lo scopo di dare una missione alla storia cinese (utile al potere per legittimarsi) consentendo alla Cina di occupare il ruolo nel mondo che i rapporti di forza naturalmente le assegnerebbero.
Nella cultura cinese ha più importanza il bene della comunità rispetto a quello individuale (Confucio). L’obiettivo della Cina è chiaramente quello di tornare ad essere dominante in Asia e tutto deve essere sottoposto a questa finalità. La frase del libro dei trentasei stratagemmi ci ricorda : Sacrifica il pruno per salvare il pesco. Ci sono circostanze in cui occorre sacrificare degli obiettivi a breve termine per conseguire quello a lungo termine. Per tornare grande, però, la Cina dovrebbe prima rinsaldare la coesione e ristabilire l’ordine interno. Come diceva Confucio: <<Per mettere il mondo in ordine, dobbiamo mettere la nazione in ordine. Per mettere la nazione in ordine, dobbiamo mettere la famiglia in ordine, per mettere la famiglia in ordine, dobbiamo coltivare la nostra vita personale, per coltivare la nostra vita personale, dobbiamo prima mettere a posto i nostri cuori>>. Serve quindi un progetto per ordinare il mondo e per dare un senso ai sacrifici del popolo cinese. Un popolo che accetterebbe di sobbarcarsi l’onere di ascendere a superpotenza solo se questo lo portasse ad arricchirsi. Serve una narrazione capace di ordinare la nazione e di far sentire le identità nazionali come parte di una comune comunità cinese.
Al fine di perseguire l’obiettivo principale in politica estera, i cinesi hanno bisogno di partner e di rendere dipendenti altri Stati dalla loro economia, la Belt and Road Initiative è funzionale a questi scopi. Attraverso questo progetto la Repubblica Popolare attuerebbe investimenti in infrastrutture in Stati partner che alla lunga potrebbero legare l’economia di questi paesi a quella cinese, rendendo digeribile e maggiormente appetibile una strategia che pur potendo apparire economico commerciale è, invece, geopolitica. È Interessante constatare come una delle frasi del libro dei trentasei stratagemmi sia estremamente calzante per spiegare la genesi del progetto: Prendi a prestito un cadavere per resuscitare lo spirito. Tradotto, significa prendi un’istituzione, una tecnologia, un metodo o anche un’ideologia che è stata dimenticata o scartata e appropriatene per il tuo scopo. Riporta in vita qualcosa dal passato, idee, usi, tradizioni, dandogli un nuovo scopo o reinterpretandoli secondo i tuoi scopi.
Questo è quello che è stato fatto con le Vie della Seta che sono “l’abito” perfetto per perseguire tutti questi obiettivi, per cercare di rendere appetibile questo progetto e coinvolgere più attori possibili.
Attingendo ancora dalla loro millenaria cultura i cinesi estrapolano dal libro dei trentasei stratagemmi dei consigli su come fare per rendere digeribile il progetto: Adorna l’albero con fiori finti ossia attraverso l’uso di artifici e travestimenti, rendi qualcosa di vantaggioso per te appetibile agli altri. Che cos’è la Nuova Via della Seta se non la creazione di un “albero di connessioni” utili a rendere più forte il “tronco principale” ossia la Repubblica Popolare Cinese?

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