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lun, 28 settembre 2026

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  • In evidenza
  • Prezzi benzina e diesel in calo

    14 giugno 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 733

    I prezzi del carburante al 1° giugno secondo la media di Quotidiano Energia

    Prezzo benzina al self service
    Agip: 1,391 euro al litro
    Esso: 1,376 euro al litro
    Api-IP: 1,402 euro al litro (prezzo più alto)
    Q8: 1,376 euro al litro
    Tamoil: 1,362 euro al litro
    No logo: 1,355 euro al litro (prezzo più basso)

    Prezzo benzina al servito
    Agip: 1,581 euro al litro
    Esso: 1,534 euro al litro
    Api-IP: 1,592 euro al litro (prezzo più alto)
    Q8: 1,578 euro al litro
    Tamoil: 1,478 euro al litro
    No logo: 1,413 euro al litro (prezzo più basso)

    Prezzo diesel al self service
    Agip: 1,275 euro al litro
    Esso: 1,261 euro al litro
    Api-IP: 1,288 euro al litro (prezzo più alto)
    Q8: 1,261 euro al litro
    No logo: 1,241 euro al litro (prezzo più basso)

    Prezzo diesel al servito
    Agip: 1,467 euro al litro
    Esso: 1,421 euro al litro
    Api-IP: 1,486 euro al litro (prezzo più alto)
    Q8: 1,464 euro al litro
    Tamoil: 1,370 euro al litro
    No logo: 1,30 euro al litro (prezzo più basso)

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  • Zara chiude 1.200 negozi

    14 giugno 2020 • In evidenza • 669

    La scelta del colosso spagnolo è legata alle enormi perdite avute durante il lockdown, circa 400 milioni di euro, con un crollo del fatturato di 3,3 miliardi a fronte di un aumento delle vendite online. Zara non sarebbe l’unica grande catena ad aver patito le chiusure durante il lockdown, una situazione che in parte sembra una conseguenza del boom degli e-commerce a discapito delle vendite nei negozi fisici. Mentre infatti le vendite nei negozi sono calate, nel primo trimestre dell’anno sono aumentate del 50 per cento quelle online, una percentuale arrivata al 95 per cento ad aprile, durante il lockdown. Tra marzo e metà maggio, con l’obbligo di chiusura, i negozi di abbigliamento hanno avuto grosse perdite, una situazione che non è del tutto migliorata nelle ultime settimane: a pesare un pò la sfiducia di provare abiti ma anche le difficoltà economiche per le famiglie che in questo momento sembrano voler spendere il loro denaro altrove piuttosto che per l’abbigliamento.

    In arrivo 450 negozi più grandi
    Zara, dunque, si ritrova in un limbo come tante altre catene. Il colosso ha deciso di chiudere i negozi più piccoli, quelli più facilmente sostituibili con le vendite online. Le chiusure dovrebbero interessare soprattutto Europa e Asia. A fronte della rinuncia dei negozi più piccoli, la catena punterà quindi all’e-commerce ma anche all’apertura di 450 negozi più grandi.

    Nonostante le perdite subite durante la pandemia, Inditex ha confermato che tra gli obiettivi di crescita vi sono l’aumento delle vendite fino al +6% e una riduzione dei costi operativi. Per superare questo momento di stallo, in cui l’afflusso negli store è basso a causa delle regole imposte, 1,7 miliardi saranno investiti nei negozi, che dovrebbero diventare come centri di distribuzione per smaltire le scorte di magazzino e per il ritiro degli acquisti online. Nel 2022, il gruppo pensa che le vendite online rappresenteranno il 25% del suo business. Insomma, nonostante la crisi del momento, che sembra momentanea, le prospettive sono buone.

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  • Conti pubblici in piena crisi

    14 giugno 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 867

    La Relazione annuale della Banca d’Italia sull’economia è caduta nello stesso giorno in cui l’ISTAT rivedeva al ribasso i numeri del pil italiano per il primo trimestre, con una crescita acquisita per il 2020 del -5,5%. Questo significa che, nel caso in cui il pil nei restanti tre trimestri non variasse sul piano congiunturale, la nostra economia si contrarrebbe di tale percentuale. Ma il pil è atteso al collasso proprio nel periodo aprile-giugno, per cui il -8% atteso dal governo con l’ultima revisione effettuata nel Def per il 2020 appare ottimistico. Il governatore Ignazio Visco ha stimato la contrazione tra un -9% e un -13%. Quest’ultimo dato è stato commentato dallo stesso come frutto di “ipotesi più negative, anche se non estreme”. Uscendo fuori dal linguaggio istituzionale, ha voluto spiegare che lo scenario peggiore sinora ipotizzato sia tutt’altro che remoto e verrebbe seguito da una ripresa per il prossimo anno “lenta”.

    Goldman Sachs aveva stimato nei mesi scorsi un pesante -11,6% per l’Italia. Cosa significherebbe il -13% paventato da Visco? In cifre, il valore del pil crollerebbe a 1.550 miliardi di euro, ipotizzando anche un’inflazione nulla. Sarebbe il livello più basso dal 2006, rispetto al quale, però, in termini reali risulterebbe di quasi il 18% più basso. A maggio, tanto per fare un esempio, i prezzi sono diminuiti mensilmente e annualmente dello 0,1%. Dunque, altre variazioni negative farebbero scivolare l’Italia nella deflazione, pur contenuta. Essa avrebbe un impatto negativo sugli indicatori macro, perché il valore nominale del pil scenderebbe ulteriormente e farebbe impennare ancora di più deficit e debito pubblico.

    Conti pubblici in piena crisi
    E andiamo proprio ai conti pubblici. Il governo ha messo sinora in campo misure di sostegno ai redditi per complessivi 80 miliardi, un disavanzo fiscale extra che si aggiunge ai circa 45 miliardi già preventivati per il 2020 con la legge di Stabilità, prima che nemmeno si conoscesse la parola Coronavirus. Inoltre, poiché il pil nominale crollerebbe di circa 230 miliardi, il minore gettito fiscale atteso sarebbe di non meno di 97 miliardi. In totale, il deficit esploderebbe a circa 220 miliardi, pari al 14% del pil. Il debito si sarà portato nel frattempo a circa 2.630 miliardi, equivalente al 170% del pil. E non possiamo escludere che la crisi più dura delle già pessime previsioni non costringano il governo a intervenire con altre misure in deficit, sempre che i mercati finanziari ci accordino ancora la loro fiducia.

    Poiché negli altri paesi andrà solo un po’ meglio, con l’Eurozona che dovrebbe arretrare tra l’8% e il 12%, stando alla BCE, diremmo che “mal comune, mezzo gaudio”. Il problema è che i nostri margini fiscali risultano nettamente inferiori, a causa dei livelli di indebitamento già alti prima della pandemia e, soprattutto, la ripresa economica da noi rischia di essere più lenta. Ciò si porterebbe dietro due conseguenze devastanti: distruzione a lungo termine di posti di lavoro e crisi fiscale. Al contrario, più velocemente un’economia riesce a uscire dalla crisi e più il “buco” di bilancio da questa provocato si rimargina e i recuperi della produzione ricreano occupazione. Ma l’Italia partiva con un -4% di pil reale rispetto al lontano 2007. Il timore che siamo precipitati in una depressione simile a quella vissuta dall’Occidente dopo la crisi del 1929 si fa ogni giorno più fondato.

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  • Esami universitari a distanza, se cade la connessione prova invalidata

    5 giugno 2020 • In evidenza • 869

    Un brivido corre lungo la schiena di ogni studente universitario prossimo all’esame: terrà la connessione? Dalla tenuta o meno del collegamento web dipende il superamento della prova (a distanza). “Un malfunzionamento del sistema di ripresa, connessione o un’inquadratura non idonea comporteranno l’annullamento della prova…”, recita uno dei punti base delle linee guida dell’università di Tor Vergata, la seconda di Roma. In un Paese molto mal messo quanto a device e qualità della connessione (non lo diciamo noi, lo dice l’Istat) sembra veramente paradossale che il destino di prove così importanti per il percorso di uno studente sia affidato alla tenuta della connessione: “Nel caso di perdita di connessione o di interruzioni ripetute, la commissione valuta e si esprime in merito alla validità della prova”, è scritto nelle linee guida per gli esami a distanza orali dell’università La Sapienza. L’Italia nella fotografia del 9 marzo è esattamente la stessa oggi: non c’è stato alcun passo avanti quanto ad avanzamento tecnologico, potenziamento dei collegamenti web, cablaggio, fibra e quant’altro. Garanzie inesistenti, quindi, prima di parlare di sanzioni.

    Sembra incredibile e rocambolesco, ma è così. E quando mancano pochi giorni allo svolgimento degli esami della sessione estiva nessuno sta ponendosi il problema, una vera e propria tenaglia per ragazzi da mesi reclusi per affrontare passaggi così delicati. Sarà anche discutibile (e lo è), ma almeno la ministra Lucia Azzolina sulla scuola ha fatto delle scelte, ha osato, ha avuto coraggio anche nell’errore. Gaetano Manfredi, ministro dell’Università, al di là di qualche sporadico intervento sulle matricole prossime venture, ben poco si è occupato dell’attuale platea di universitari. In alcuni casi, esami scritti, se cade la connessione l’esame “viene tramutato in prova orale”, secondo le linee guida dell’università di Bologna. Come abbiamo già sottolineato la macchina infernale degli esami universitari a distanza prevede, soprattutto negli Atenei del Nord, l’adozione del Sistema Proctoring, attraverso il quale lo studente è rilevato in ogni sua manifestazione emotiva quando è davanti alla webcam: rumori, fogli che si muovono, spostamento della testa e delle palpebre, tutte condizioni che possono mettere anzitempo fine all’esame e decretare la bocciatura.

    Al di là degli innumerevoli ricorsi che pioveranno ci chiediamo se è giusto, se sia sostenibile appendere il profitto dei ragazzi alla connessione. Sono gradite delucidazioni, spiegazioni, risposte sensate al criterio verso cui stiamo andando.

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  • La crisi europea è innanzitutto culturale

    5 giugno 2020 • In evidenza • 601

    Una unione di stati per consolidarsi ha bisogno di una legge comune e di un comune sentire: invece in questi decenni abbiamo unificato codici e moneta, ma non abbiamo sintonizzato i nostri cuori in un unico afflato. Ecco dunque dilagare nel continente il mito della “finis Europae”: agitato come speranza salvifica dai sovranisti, come minaccia apocalittica dagli unionisti.

    Alberto Moravia, grande romanziere della realtà, già negli anni ottanta nel suo Diario europeo ammoniva: “La gloria di quest’Europa è stata in passato la diversità delle nazioni che la componevano. Ora bisognerà vedere se l’Europa, dopo essere vissuta di questa diversità, saprà evitare di morirne”.

    Per favorire il rafforzamento di un comune sentire non sarebbero certo mancati i punti di riferimento. Quasi un secolo fa, in mezzo alla tempesta (guerre mondiali, tirannie, depressioni economiche) Benedetto Croce pubblicava la Storia d’Europa nel secolo decimonono: centinaia di vibranti pagine per raccontarci che era stata la “religione della libertà” la forza motrice delle vicende continentali postnapoleoniche. Oppure lo scrittore ceco Milan Kundera, che in diversi saggi si è interrogato sul destino del romanzo e sul destino europeo, concludendo che il romanzo è stato il grande dono fatto dall’Europa all’umanità: il romanzo come strumento di comprensione dell’esistenza.

    Alberto Moravia, Benedetto Croce, Milan Kundera: tre maestri di cultura europea. Il guaio è appunto che in questi decenni non abbiamo lavorato abbastanza per arrivare a una letteratura europea, a un teatro europeo, a un cinema europeo… del cinema americano conosciamo persino i film di serie b, ma non sappiamo il nome del più grande regista sloveno. Possibile che il teatro estone contemporaneo non abbia prodotto una commedia meritevole di essere apprezzata dal pubblico italiano? Chi è il più celebre poeta portoghese vivente?
    Accanto alla moneta unica avremmo dovuto istituire, per tutti, lezioni di cultura europea. Come possiamo sperare, in questo drammatico momento, che popoli che non si conoscono davvero si aiutino l’un l’altro per evitare di affondare insieme?

    Non che siano mancate iniziative culturali d’eccellenza, ma le masse si sono dovute accontentare dell’Eurofestival. Causa coronavirus l’edizione 2020 è stata cancellata, ma sabato 16 maggio hanno trasmesso una specie di festa della musica leggera europea, non competitiva e con i cantanti a distanza chilometrica tra loro. Diodato ha cantato nel silenzio innaturale dell’Arena di Verona deserta. Davanti ai teleschermi, sbadiglianti, eravamo in pochi.

    Così muore il sogno europeo.

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  • Il peso fiscale deprime i risparmi Italiani

    5 giugno 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 624

    Il salvadanaio degli italiani si è rotto, e già da parecchi anni.
    Se ancora pensiamo di essere un popolo di formichine, quello invidiato nei decenni d’oro in cui insieme al Giappone dominavamo le classifiche internazionali per capacità di risparmio, ci sbagliamo di molto grosso. I dati OCSE dovrebbero lasciarci impietriti, sebbene conosciamo sulla nostra pelle l’andazzo negativo da ormai troppo tempo. Ci affacciavamo agli anni Novanta con una propensione al risparmio, misurata in rapporto al reddito disponibile, nettamente sopra il 20%, circa il doppio della media OCSE. Cinque anni più tardi, la percentuale restava sopra il 16%, pur in discesa. Ma già all’alba del nuovo Millennio, scendevamo al 7,4%, un dato che rimarrà quasi stabile fino alla crisi finanziaria del 2008. Di lì, il diluvio.

    Lo scorso anno, le famiglie italiane hanno messo da parte appena il 2,66% del loro reddito disponibile, cioè al netto delle tasse. Nell’Eurozona, i dati si mostravano inferiori ai nostri fino al 2008, mentre nel 2019 ci hanno più che doppiati con il 5,65%. Incredibile la situazione in Germania, dove la propensione al risparmio si è attestata all’11%, che oltre ad essere circa 4 volte superiore a quella italiana, si mostra sostanzialmente in linea con i livelli di metà anni Novanta.

    Cosa ci è successo? Siamo diventati un popolo di spendaccioni, abbandonando la virtù della frugalità sulla quale le precedenti generazioni avevano ricostruito l’Italia? Niente affatto. Il punto è che risparmi su quanto guadagni e qui arrivano le note dolenti. I salari, calcolati in dollari a prezzi costanti per i dati OCSE e a parità di potere di acquisto, per cui depurati teoricamente dall’effetto cambio e dall’inflazione, in Italia sono rimasti sostanzialmente fermi, crescendo dal 1990 solamente dell’1,8%, contro oltre il +30% messo a segno in Germania e il 24,3% dell’area OCSE.

    E così, se rispetto a quest’ultima, cioè alla media delle economie avanzate, un lavoratore italiano percepiva uno stipendio di quasi il 99% nel 1990, adesso deve accontentarsi di meno dell’81%.

    Verso un calo dei risparmi?
    Le distanze tra Italia e resto del mondo avanzato, insomma, sono aumentate a nostro sfavore. E un altro dato contribuisce a farci capire perché ormai risparmiamo poco anche nel confronto internazionale. Nel 1990, la pressione fiscale nel nostro Paese si attestava al 36,4%, salendo a oltre il 42% degli ultimi anni. In Germania è cresciuta a un ritmo più contenuto, salendo dal 34,8% al 38,2% e nell’area OCSE dal 31,9% al 34,3%. In sostanza, paghiamo molte più tasse che nel resto del mondo ricco, con un “gap” che si è allargato negli ultimi 30 anni da 4,5 a circa 8 punti percentuali.

    E’ vero, la propensione al risparmio viene calcolata al netto della componente fiscale, per cui dovremmo dedurre che l’aumento delle imposte non dovrebbe aver influito sulla minore capacità delle famiglie di accantonare risorse per il futuro. Niente di più sbagliato. Il peso fiscale in crescita ha depresso i redditi disponibili, che sono diventati in molti casi insufficienti per poter risparmiare, coprendo a malapena le spese, anche perché ha contribuito in maniera determinante a fermare l’economia italiana, a fare ristagnare gli investimenti, la produttività e la crescita dei salari, con quest’ultima ad essere stata inesistente, come abbiamo potuto verificare dai dati sopra esposti.

    Il trend è diventato fin troppo negativo e dobbiamo temere che la crisi provocata dal Coronavirus acceleri il calo dei risparmi, con da qui a qualche anno a registrare una propensione media negativa, cioè consumi eccedenti i redditi disponibili, vale a dire inizieremo a intaccare realmente i risparmi accumulati in passato da noi stessi e/o dai nostri genitori e nonni. Sarebbe devastante per le prospettive di crescita dell’economia, la quale per definizione per andare avanti ha bisogno di investimenti, a loro volta finanziati dai risparmi domestici, altrimenti saremmo in balia dei capitali stranieri persino per il mantenimento dei livelli di capitale investiti.

    Entreremmo in una spirale di decrescita tutt’altro che felice, la quale peraltro ha iniziato a palesarsi nell’ultimo decennio abbondante che ci siamo lasciati alle spalle, quello in cui non a caso il pil reale è regredito di 4 punti e la propensione al risparmio è crollata dei due terzi.

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  • EasyJet riprende a volare

    5 giugno 2020 • In evidenza • 1218

    Il 15 giugno la EasyJet tornerà a volare e l’incremento dei voli ci sarà con progressione in base all’allentamento delle restrizioni di ogni paese ed in base alla domanda dei passeggeri. Tra le misure adottate per fronteggiare l’epidemia da Coronavirus ci sarà l’obbligo di indossare le mascherine a bordo e a terra sia dei passeggeri che del personale e la sospensione del servizio di ristorazione a bordo per evitare il più possibile i contatti.

    Si evince inoltre che gli aeromobili quotidianamente verranno puliti approfonditamente e sanificati. Tali misure sono state definite in accordo con le autorità aeronautiche Icao ed Easa. Inoltre la compagnia low cost ha anche introdotto delle misure specifiche anche in aeroporto. Tra queste ci sarà il sistema automatico di deposito bagagli per il check-in di quelli da stiva. Qualora esso non sia disponibile verranno posizionati degli appositi schermi protettivi presso i vari check-in.

    I passeggeri, poi, dovranno scannerizzare i propri documenti in modo tale che il personale di terra e di cabina potranno maneggiarli durante l’imbarco.

    Infine la EasyJet invita i clienti ad effettuare il check-in online e a scaricare la carta di imbarco sullo smartphone o stamparla prima di giungere all’aeroporto.
    Si ricorda nuovamente che la compagnia aerea inizierà a volare gradualmente. Nella prima fase e cioè dal 15 giugno utilizzerà la base di Milano Malpensa mentre da luglio valuterà l’utilizzo delle altre basi di Venezia e Napoli.

    Ecco la lista di alcuni voli che riprenderanno sulle seguenti rotte:

    Bari – Milano Malpensa,
    Brindisi – Ginevra,
    Cagliari – Milano Malpensa,
    Catania – Milano Malpensa,
    Lamezia – Milano Malpensa,
    Milano Malpensa – Bari,
    Milano Malpensa – Cagliari,
    Milano Malpensa – Catania,
    Milano Malpensa – Lamezia,
    Milano Malpensa – Napoli,
    Milano Malpensa – Olbia,
    Milano Malpensa – Palermo,
    Napoli – Milano Malpensa,
    Olbia – Milano Malpensa,
    Palermo – Milano Malpensa e
    Ginevra – Brindisi.

    EasyJet lancia uno straordinario concorso ovvero la possibilità di vincere uno dei 10 premi “L’Europa nelle tue mani” grazie al quale si avranno voli gratuiti per 1 anno per se stessi e per una persona a scelta. Si dovrà soltanto inserire il proprio indirizzo e-mail e così si parteciperà all’estrazione dei viaggi gratuiti. Inoltre fino al 26 giugno ogni giorno alle ore 12 verrà annunciata una destinazione a questo link. Accedendo ogni giorno si avranno più possibilità di vincere il premio. L’accesso però potrà avvenire 1 sola volta al giorno e fino al 27 giugno 2020.

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  • Finanza: i consulenti indipendenti

    5 giugno 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 671

    Dal dicembre 2018 esiste un Albo, diviso in tre sezioni, che raccoglie e codifica i professionisti del consiglio, ovvero coloro che fanno un esame di abilitazione e che sono vigilati da un organismo apposito (Ocf) su cui vigila a sua volta la Consob. La prima sezione è la più numerosa e conta 52.943 consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede: sono gli ex promotori finanziari delle reti o delle banche. Fra questi, 33.700 hanno un mandato da una rete o da una banca, e quindi vendono solo i prodotti che hanno in catalogo. Negli altri due elenchi dello stesso albo troviamo invece 268 consulenti autonomi e 38 società di consulenza.

    Per iscriversi occorre possedere requisiti patrimoniali (un’assicurazione con certi standard), organizzativi, di onorabilità (non avere pendenze penali) oltre alla condizione di indipendenza. Devono cioè autocertificare di non avere alcun legame con soggetti finanziari che potrebbero spingerli a suggerire un determinato investimento. Un esempio banale: anche se mio marito o mia moglie lavorano in banca devo dirlo. Il loro lavoro consiste nel farsi pagare il consiglio, perché non vendono prodotti.

    Come lavorano
    Analizzano la situazione patrimoniale del cliente, non solo considerando gli investimenti ma anche la copertura assicurativa o la previdenza e costruiscono una ricetta personalizzata. Poi seguono il cliente nella trattativa con la banca dove tiene i soldi, per finalizzare nel modo migliore l’acquisto o la vendita degli strumenti consigliati.

    Quanto costa il «consiglio»
    La parcella varia in base alla complessità del portafoglio da costruire o da disfare, nel caso in cui si desideri cambiare un investimento fatto precedentemente. E quindi, come accade per avvocati e commercialisti, in base al tempo che il consulente deve dedicare. In soldoni parliamo di una cifra che può oscillare da un massimo dell’1% del patrimonio fino allo 0,4%. In Gran Bretagna, dove il modello della consulenza indipendente è maggioritario, uno studio del 2016 segnalava parcelle orarie tra le 150 e le 195 sterline. A questi costi va aggiunto quello degli strumenti e delle transazioni. Il consulente indipendente lavorerà affinché siano molto bassi: consigliare strumenti costosi in linea generale è contro il suo interesse. Invece per quel che riguarda gli intermediari, nei rendiconti di pagamento troviamo spesso un costo complessivo (mettiamo il 2%) che comprende anche la remunerazione del venditore, nonostante sia obbligatorio segnalarla in modo chiaro. Nel primo anno di applicazione della Mifid 2, infatti, la Consob ha richiamato gli intermediari ad applicare la disciplina. La pandemia ha ritardato la consegna degli ultimi rendiconti. Il 7 maggio scorso la Consob ha mandato una nuova raccomandazione sull’importanza delle regole che impongono comunicazioni trasparenti sui costi.

    Il costo dei prodotti finanziari
    In campo finanziario i costi sono l’unica certezza, quindi partire con un portafoglio adatto alle mie esigenze di rischio e di rendimento e confezionato con strumenti efficienti e dal costo contenuto sarà un vantaggio, mettendo in conto che durante la strada possono esserci periodi in cui perdo, come è accaduto negli ultimi mesi. Se oggi investo un capitale di 12 mila euro per metà sui mercati azionari e per metà sui mercati obbligazionari globali a un costo dello 0,3%, fra dieci anni (ipotizzando lo stesso andamento di mercato degli ultimi 19 anni), avrò in tasca 19.600 euro. Mentre lo stesso investimento, utilizzando un mix di prodotti più costoso (1,5%) renderebbe 17.300 euro, vale a dire oltre 2.200 euro in meno. Il calcolo è stato fatto da AdviseOnly.

    Quali sono i prodotti consigliati
    Gli Etf, exchanged traded fund, sono uno degli strumenti più consigliati dai consulenti indipendenti anche a chi ha 5 mila o 10 mila euro da investire. Gli Etf sono fondi quotati (come le azioni) che riproducono nel modo più fedele possibile un indice di mercato. Vuol dire grande diversificazione e riduzione del rischio (se un titolo va male, un altro andrà bene). I costi di gestione possono essere oltre dieci volte inferiori rispetto a quelli dei fondi tradizionali, proprio perché non devono remunerare né un gestore né una rete di vendita.

    Etf e fondo tradizionale a confronto
    Prendiamo l’S&P 500, il paniere dei 500 titoli più importanti quotati a Wall Street: gli Etf che lo «copiano» offrono agli investitori la possibilità di comprare l’indice della Borsa americana con commissioni di gestione che non superano lo 0,15%, i più economici si accontentano addirittura dello 0,05%. Con un fondo tradizionale il costo sarebbe stato tra l’1,5% e il 2,5%, non sempre ripagato da una performance migliore di quella dell’indice. Dall’analisi Morningstar di giugno 2019, negli ultimi dieci anni il 91,2% dei fondi disponibili per gli investitori europei che investono sulla Borsa Usa non è riuscito a battere gli Etf che riproducono l’indice di WallStreet.

    A conti fatti, quindi, se si considera il peso dei costi in un lasso di tempo molto lungo, e che comprende anche periodi di calo delle quotazioni come per esempio gli ultimi sei mesi del 2018, la maggior parte dei gestori attivi che propongono all’investitore una strategia per battere Wall Street, cioè il mercato più efficiente del mondo, raramente riesce nell’impresa.

    Le nuove regole
    Negli ultimi anni nuove norme europee (Mifid e Mifid 2) hanno messo le basi per un cambiamento, rendendo obbligatoria sia la profilazione del cliente in base alla sua capacità di rischiare, sia una maggiore trasparenza sulla rendicontazione dei costi e sulle modalità di remunerazione dei vari servizi, consulenza compresa, da parte di tutti gli intermediari. Inoltre, con undici anni di ritardo rispetto alle legge, è stata istituzionalizzata per la prima volta la figura del consulente «puro», cioè di chi vende solo consigli finanziari, facendosi pagare a parcella. Esattamente come fanno gli avvocati o i commercialisti. In teoria banche e sim (società di intermediazione mobiliare) possono optare per la consulenza a parcella in base alla Mifid, ma in realtà in Italia i pochi esempi riguardano soprattutto clienti istituzionali o con grandi patrimoni. Oppure servizi di roboadvisor (consulenza finanziaria digitale basata su formule matematiche o algoritmi).

    Saremmo disponibili a pagare per un consiglio professionale su come investire i nostri soldi in questo momento di grande incertezza economico-finanziaria? Un’indagine Consob del 2019 rivela che l’80 per cento di chi ha ricevuto una qualche forma di consulenza risponde di non avere alcuna idea di come funziona il meccanismo. Vediamolo. Il mercato del risparmio, in Italia come nel resto dell’Europa continentale, è dominato da banche e assicurazioni che hanno sempre venduto al cliente sia prodotti che consulenza «implicita». Vuol dire che dentro alla voce «commissione» che il cliente paga per acquistare azioni, obbligazioni o fondi assicurativi, una parte va a remunerare il venditore. Una formula che lascia aperta la porta a conflitti di interesse, ti vendo quello che conviene a me, anche se non sei in grado di capirlo né di sopportarne la rischiosità, e che fa pensare al cliente di non aver pagato anche per il consiglio.

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  • Costa Paradiso, il C.d.A. e le tasche vuote

    4 giugno 2020 • Dentro la notizia, ARCHIVIO DENTRO LA NOTIZIA, NOTIZIE DAL VILLAGGIO • 4298

    L’ordine del giorno del Consiglio di Amministrazione della Comunità di Costa Paradiso, convocato il 14 marzo u.s. dal presidente Gianni Monterosso, ha evidenziato alcune gravi problematiche:

    1) Le allarmanti previsioni economiche che rischiano di far rimanere il C.d.A. con le tasche vuote.

    Non sono mancate critiche al C.d.A. per spese preventivate e sostenute negli ultimi tre anni (2017-2019) come appresso indicate:

    – Spese legali € 330.678,55;

    – Costi di lavoro subordinato € 2.592.067,76

    – Funzionamento Uffici e Guardiania € 327.827,04

    – Consulenze € 133.128,43

    – Assistenza Medica Estiva € 147.579,66

    – Interessi passivi Abbanoa € 110.451,95

    – Gettoni commissione tecnico artistica € 4.400,00

    – Incarichi e servizi professionali € 275.821,21

    – Perdite e Svalutazione Crediti € 323.407,08

    Il 14 marzo 2020 la dott.ssa Maria Luisa Ferrari, tesoriere, comunica all’intero C.d.A. che la situazione finanziaria non è rosea, e all’unanimità hanno deliberato di procedere, se necessario, con la richiesta del saldo per l’esercizio 2019-2020 e dell’acconto per l’esercizio 2020-2021, pari al 90% della quota dell’esercizio precedente, entro la prima decade del mese di maggio.

    Lo stesso giorno il Consiglio discute delle possibili conseguenze nella gestione della Comunità derivanti dalla situazione creata dal Coronavirus. Si verbalizza il seguente testo:  “E’ lecito presumere che una parte dei partecipanti non pagherà la quota condominiale per le difficoltà economiche del momento e per la certa contrazione degli affitti. Il che dà spazio a previsioni pessimistiche sulla situazione finanziaria della Comunità a partire dal prossimo mese di luglio”.

    La Comunità di Costa Paradiso, condotta dal presidente Gianni Monterosso, è in una difficoltà economica evidente.

    2) L’inammissibile spreco d’acqua dovuto principalmente alla rete idrica fatiscente;

    Nessun commento del Presidente Gianni Monterosso in merito alle mancate migliorie alla rete dell’acquedotto nonostante lo stanziamento fondi di € 54.500,00 previsto nel conto economico 2017-2019 (spesi soltanto in minima parte € 7.771,40);

    Nessun commento del Presidente Gianni Monterosso in merito all’insufficiente manutenzione ordinaria dell’acquedotto con uno stanziamento di fondi di € 85.000,00 previsto nel conto economico 2017-2019 e spesi soltanto € 35.648,59.

    Singolare la decisione che ha spinto il C.d.A. nel preventivare, dal 01.05.2019 al 30.04.2020,  perdite acquedotto fino a € 65.000,00 a carico dei proprietari e non utilizzare per intero, nell’arco di tre anni, gli ingenti fondi già stanziati per migliorie alla rete idrica e per la manutenzione ordinaria dell’acquedotto.

    L’attuale organo amministrativo della Comunità del Territorio Costa Paradiso, in carica dal 18 marzo 2017, è composto dai seguenti soggetti:

    Monterosso Giovanni (presidente)
    Pedace Claudio (consigliere)
    Mulas Ferdinando (vicepresidente)
    Angeli Stefano (consigliere)
    Ferrari Maria Luisa (tesoriere)
    Ognissanti Luciano (consigliere)

    Redazione Costa Paradiso News
    “La Voce della Nostra Comunità”
    4 giugno 2020 alle 10:18

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    COSTA PARADISO, INAMMISSIBILE SPRECO DI ACQUA

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    Il SINDACO DI TRINITÀ CHIEDE AL C.d.A. LA RIDUZIONE DELLE SPESE DI GESTIONE COMUNITARIE

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    IL TESORIERE COMUNICA CHE LA SITUAZIONE FINANZIARIA NON È ROSEA
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    DENUNCIATE PER SCARICO ABUSIVO LE ABITAZIONI DEI MEMBRI DEL CDA
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    LA MOROSITÀ DEI PARTECIPANTI É DI € 1.307.000 AL 31.12.2019

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  • Università, lezioni online fino a gennaio 2021

    1 giugno 2020 • In evidenza, SOCIALE • 924

    La fase 2 delle Università italiane è ufficialmente cominciata il 4 maggio e durerà fino al 31 luglio: i portoni degli Atenei sono dunque aperti ma di fatto si può entrare solo in laboratori e biblioteche, a turni e su prenotazione. Ogni università ha stilato il proprio calendario che generalmente non comprende le lezioni, che sono finite, ma neppure gli esami e la discussione delle tesi di laurea. La didattica resta online non solo in Lombardia dove i rettori avevano fatto sapere da subito di voler rinviare la riapertura delle aule. Ci sono rare eccezioni, coma la Sapienza di Roma che da metà giugno dà la possibilità di discutere la tesi in presenza e, se le condizioni di sicurezza lo permetteranno, di fare esami per piccoli gruppi.

    I fuorisede
    Le indicazioni restano molto flessibili: in questo finale di anno accademico; a mancare non è la volontà ma gli studenti che sono in gran parte tornati a casa, per tornare in Ateneo dovrebbero muoversi su treni e bus. Molti fuorisede hanno disdetto stanze e appartamenti per limitare le spese, causando per la prima volta da anni un calo nelle cifre chieste per gli affitti del prossimo anno. Persino gli open day si stanno svolgendo via web. E il primo appuntamento in aula per le matricole sarà l’esame di ingresso a Medicina: il test è previsto per il 3 settembre e se non si troveranno abbastanza spazi per accogliere decine di migliaia di studenti in un solo giorno la prova potrebbe essere scaglionata, come ha spiegato il ministro dell’Università Gaetano Manfredi.

    Riaprire a settembre
    I rettori ieri mattina si sono riuniti in modalità telematica per pianificare la Fase 3 che comincerà a settembre e durerà fino al 31 gennaio: l’indicazione, ha spiegato il presidente della Crui e rettore del Politecnico di Milano Ferruccio Resta, è di tornare all’attività in sede: «Non ci stancheremo mai di sottolineare che l’università è una comunità fatta di menti, di persone e di relazioni». Ma almeno fino al 31 gennaio non si tornerà alla normalità. E gli Atenei si stanno preparando ad una didattica mista o «blended» come la definiscono nei documenti.

    I dubbi
    Aprire sì, ma senza abbandonare le lezioni a distanza, ha spiegato Guido Saracco, rettore del Politecnico di Torino: per una struttura come la sua che ha il 15% di studenti stranieri e il 45% che vengono da fuori Piemonte, pensare di riavere sicuramente tutti in aula è fantascienza. Dunque bene le lezioni a distanza fino a fine gennaio, ma le grandi università rischiano di fare tutto l’anno prossimo online. Del resto, guardando oltre confine, questa è la scelta annunciata due giorni fa dall’Università di Cambridge.

    La didattica mista
    A Padova due settimane fa sono state approvate le linee guida per la ripresa: i 188 corsi di studio dell’Ateneo saranno in forma mista; per i corsi più numerosi faranno due gruppi per alternare una settimana dal vivo e una da remoto. Spiega il rettore Rosario Rizzuto: «In questo strano semestre siamo riusciti a non rallentare il percorso di studio degli studenti con la didattica online, che per noi è stata un successo. L’anno accademico prossimo torneremo ad essere il luogo dove studenti e professori si incontrano».

    Gli studenti stranieri
    E infatti per non perdere iscritti anche la Conferenza dei rettori raccomanda «di non dimenticare gli studenti fuorisede, né quelli fragili, né tantomeno gli stranieri». «Il nostro sistema universitario deve poter conservare la propria attrattività, spiega Maurizio Tira, rettore dell’Università di Brescia. Deve poter dire agli studenti stranieri: iscrivetevi, portate a termine le procedure e, se non fosse ancora possibile, iniziate l’anno accademico online».

    Le matricole
    La vera incognita del prossimo autunno per le università sono le matricole: le stime di queste settimane indicano come possibile la perdita di 35 mila studenti. Nel decreto rilancio il ministro Manfredi ha ottenuto, nel pacchetto da un oltre un miliardo per il comparto delle Università, 200 milioni in più per finanziare borse di studio e riduzioni delle tasse universitarie, che nelle intenzioni del governo potrebbero riguardare la metà degli studenti.

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Attualità

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    28 settembre 2026 • 4720

    L’Avv. Salvatore Pinna – Dall’Italia all’Ilustre Colegio de Abogados de Madrid

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    28 settembre 2026 • 43257

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    24 settembre 2026 • 1604

    NUOVA INTEGRAZIONE ALLA PROCURA PER IL CDR DI COSTA PARADISO

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    17 settembre 2026 • 2190

    DISSEQUESTRO DEL DEPURATORE DI COSTA PARADISO

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    16 settembre 2026 • 1588

    COSTA PARADISO: LA DENUNCIA-QUERELA DEL 2 SETTEMBRE SI RAFFORZA

Dentro la notizia

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    24 settembre 2026 • 1604

    NUOVA INTEGRAZIONE ALLA PROCURA PER IL CDR DI COSTA PARADISO

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    17 settembre 2026 • 2190

    DISSEQUESTRO DEL DEPURATORE DI COSTA PARADISO

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    16 settembre 2026 • 1588

    COSTA PARADISO: LA DENUNCIA-QUERELA DEL 2 SETTEMBRE SI RAFFORZA

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    16 settembre 2026 • 3497

    Obblighi immediati per il Comune di Trinità d’Agultu e Vignola

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    13 settembre 2026 • 3347

    COSTA PARADISO, UNA GESTIONE CHE HA TRADITO LA FIDUCIA DEI PROPRIETARI

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    10 settembre 2026 • 1742

    Dopo la denuncia di Pasquale Ferrara, la Prefettura ha ciò che mancava

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    3 settembre 2026 • 2655

    COSTA PARADISO: DEPOSITO DENUNCIA-QUERELA PER CDA E CDR

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    3 settembre 2026 • 2257

    COME SCRIVERE ALL’ AVV. SALVATORE PINNA

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