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  • Ai neogenitori un pacchetto maternità

    6 marzo 2020 • In evidenza, SOCIALE • 740

    Tutine, set da bagno, bavaglini: la scatola donata dal governo come bonus-neonato

    Dal 1938, in Finlandia, il governo invia alle future mamme una grande scatola piena moltissime cose utili per il primo anno di vita del neonato. Il pacchetto maternità, o baby box, contiene circa 60 articoli, tra questi vestiti, una coperta, un completo pesante, cuffiette, calzini, un set di lenzuola, un set per l’igiene del bimbo, un materasso, un bavaglino, un peluche, un libro illustrato. E anche prodotti per la cura personale delle mamme.

    Il mittente è Kela, l’ente pubblico di previdenza sociale. Ogni donna può scegliere se ricevere dallo stato un buono di 170 euro oppure il kit per la maternità, ma quasi tutte scelgono la seconda opzione.

    Il pacchetto di maternità non è disponibile in commercio. È disponibile esclusivamente come una prestazione offerta nell’ambito del sistema di sicurezza sociale finlandese. Gli articoli in esso contenuti provengono da una procedura di gara competitiva conforme al diritto dell’UE.

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  • La matematica del contagio

    6 marzo 2020 • In evidenza, SALUTE • 1982

    C’è un numero, diverso per ogni malattia, che si chiama «erre con zero» e indica le persone che, in media, ogni individuo infetto contagia: se quella cifra è inferiore a 1, la diffusione si arresta da sola.

    La matematica del contagio è semplice. Tanto semplice quanto cruciale. Ora che abbiamo imparato a lavarci le mani come si deve, il secondo aspetto a cui dovremmo rivolgere la nostra attenzione è proprio, a sorpresa, la matematica. Se rinunciamo allo sforzo, rischiamo di non capire granché di quanto ci sta accadendo e di lasciarci prendere, come molti in queste ore, da suggestioni poco fondate.

    Per cominciare dividiamoci in tre gruppi. Un segreto della matematica è di non andare mai troppo per il sottile, e la matematica del coronavirus distingue la popolazione, tutti noi, in modo grossolano: ci sono i Suscettibili (S), cioè le persone che potrebbero essere contagiate; gli Infetti (I), cioè coloro che sono già stati contagiati; e i guariti, i Recovered (R), cioè quelli che sono stati contagiati, ne sono usciti e ormai non trasmettono più il virus. Ognuno di noi è in grado di riconoscersi all’istante in una di queste categorie, le cui iniziali formano il nome del modello a cui gli epidemiologi si rivolgono in queste settimane come a un oracolo: il modello SIR. Fine.

    Ok, non proprio fine. Manca almeno un altro concetto. Dentro il modello SIR, dentro il cuore di ogni contagio, si nasconde un numero, diverso per ogni malattia. Nei giorni scorsi è spuntato qua e là in discussioni e articoli. Viene indicato convenzionalmente come R0, «erre con zero», e il suo significato è di facile interpretazione: R0 è il numero di persone che, in media, ogni individuo infetto contagia a sua volta. Per il morbillo, ad esempio, R0 è stimato intorno a 15. Vale a dire che, durante un’epidemia di morbillo, una persona infetta ne contagia in media altre quindici, se nessuna è vaccinata. Per la parotite, R0 è all’incirca 10. Per il nostro coronavirus, la stima di R0 è intorno a 2,5. Qui qualcuno salta subito alle conclusioni e smette di leggere: «Evviva! È basso! Al diavolo la matematica!». Non esattamente. L’R0 dell’influenza spagnola, quella del 1918, è stato calcolato retrospettivamente intorno a 2,1.

    Ma per adesso non vogliamo affrettarci a stabilire se l’erre-con-zero del coronavirus sia alto o basso. C’interessa sapere, più in generale, che le cose vanno davvero bene quando R0 è inferiore a 1. Se ogni infetto non contagia almeno un’altra persona, la diffusione si arresta da sola, la malattia è un fuoco di paglia, uno scoppio a vuoto. Se, al contrario, R0 è maggiore di 1, anche di poco, siamo in presenza di un principio di epidemia.

    Per visualizzarlo, basta immaginare che i contagiati siano delle biglie. Una biglia solitaria, il famigerato paziente zero, viene lanciata e ne colpisce altre due. Ognuna di queste ne colpisce altre due, che a loro volta ne colpiscono altre due a testa. Eccetera. È quella che viene chiamata una crescita esponenziale, ed è l’inizio di ogni epidemia. Nel primo periodo, sempre più persone vengono contagiate sempre più velocemente. Quanto velocemente, dipende dalla grandezza di R0 e da un’altra variabile fondamentale di questa matematica trasparente e decisiva: il tempo medio che intercorre tra quando una persona viene infettata e il momento in cui quella stessa persona ne infetta un’altra — una finestra temporale che, nel caso di Covid-19, è stimata a circa sette giorni.

    Fine, per davvero. Avendo assorbito queste poche informazioni, possiamo riassumere tutti gli sforzi istituzionali, tutte le misure «draconiane», le quarantene, la chiusura di scuole e teatri e musei, le strade vuote, in un’unica intenzione matematica: abbassare il valore di R0. È quello che stiamo facendo con le nostre dolorose rinunce. Perché quando R0 si abbassa, l’espansione rallenta. E quando R0 viene faticosamente riportato sotto il valore critico di 1, la diffusione inizia ad arrestarsi. A partire da quel momento è l’epidemia stessa, non più le persone, a soffocare.

    Che esagerati!
    Negli ultimi giorni si è aperta una faglia tra chi accetta con umiltà quanto viene disposto dall’alto e chi grida all’esagerazione, alla follia, alla «psicosi collettiva». O magari non grida nemmeno, assume un atteggiamento più sprezzante, più intellettuale, come a dire «poveri stolti, si lasciano infinocchiare», che in fondo è la stessa cosa. Questo tipo di scetticismo è trasversale, non dipende dal livello d’istruzione, né dalla provenienza o dall’età — forse dall’età un po’ sì, gli adulti-adulti sembrano particolarmente inclini. A ogni modo è un atteggiamento umano, ed è particolarmente in voga nella nostra epoca. Ma chi insiste a dire che il contenimento eccezionale messo in atto è «esagerato» non ha capito la matematica. Oppure l’ha travisata.

    Un fraintendimento comune, per esempio, nasce dal raffronto proposto con l’influenza stagionale. Ciò che di Covid-19 assomiglia all’influenza stagionale è il modo del contagio, il fatto che avvenga per lo scambio di goccioline sparate in aria attraverso gli starnuti e la tosse. E ci sono i sintomi generali, certo, che si confondono — una confusione che ha causato ritardi nel contenimento iniziale, nonché incidenti spiacevoli come quello dell’ospedale di Codogno. Ma al momento non c’è alcuna evidenza che il coronavirus debba avere un autonomo picco stagionale per poi recedere, come le influenze ordinarie.

    Riguardo al picco di contagi, poi, qualcun altro si è lasciato ingannare dalla notizia che in Cina sia già stato superato. E che questo accadrà molto presto anche da noi. È l’interpretazione errata di un dato. Sarebbe più corretto dire che «un» picco, il primo, è stato raggiunto e superato in Cina. Ciò è accaduto proprio ed esclusivamente in ragione delle misure iper-restrittive che la Cina ha applicato, ovvero bloccare qualche centinaio di milioni di persone in casa. Non a causa di una caratteristica intrinseca della malattia. Insomma R0, in Cina e poi da noi, è stato trascinato giù a forza. E adesso viene mantenuto basso a forza, come se tutti quanti, ubbidendo alle istituzioni, stessimo premendo sul coperchio di una pentola piena d’acqua in ebollizione.

    Nel momento in cui le misure venissero allentate, in Cina come qui, è probabile che R0 tornerebbe al suo valore «naturale» di 2,5. Il contagio ricomincerebbe a diffondersi esponenzialmente. Gli epidemiologi sanno che il solo modo di fermare sul serio un’epidemia è che il numero di Suscettibili diventi abbastanza basso da rendere poco probabile il contagio. Per esempio quando la popolazione è vaccinata. I vaccini ci fanno passare da Suscettibili a Recovered senza nemmeno attraversare la malattia. Ma non è il nostro caso per il momento. Il Covid-19 è per noi umani ancora troppo nuovo. È saltato da un pipistrello a qualche altro animale, forse un serpente, dove i due codici genetici si sono mescolati in maniera sfortunata, e da quel secondo ospite ha spiccato un altro salto, sull’uomo, con la stessa carica di novità di un’asteroide che fa precipitare sulla Terra un elemento chimico sconosciuto. Non abbiamo anticorpi efficaci e non abbiamo vaccini. Non abbiamo neppure statistica. Tradotto nel modello SIR, significa che siamo ancora tutti Suscettibili.
    Domanda nel test di matematica: «Quanti sono oggi i Suscettibili al Covid-19?». Risposta: «Un po’ più di sette miliardi».

    Previsioni del tempo
    Un’altra aberrazione riguarda l’accanimento mediatico sul «paziente zero» in Italia. «Il paziente zero» è un titolo perfetto per una serie distopica di Netflix o per un film sugli zombie, e infatti esiste già. Ma il paziente zero italiano è d’interesse pressoché nullo per gli epidemiologi ormai da alcuni giorni. Da quel fantomatico punto d’origine si sono già diramate linee secondarie e terziarie, traiettorie silenziose del contagio, molte delle quali probabilmente latenti. A Firenze, in Liguria, in Germania, negli Stati Uniti, chissà dove.

    E c’è, infine, l’algebra della pericolosità, anch’essa fuorviante. Dividendo il numero di morti per il numero dei contagi conclamati si ottiene un risultato che non impressiona: zero virgola zero qualcosa. Tradotto: «Tanto non si muore!». I virologi si stanno seccando la gola nel ripeterci che il vero problema è un altro. Il tasso di ricoveri necessari per il Covid-19 è infatti piuttosto elevato. Se tutti o buona parte dei Suscettibili diventassero Infetti troppo velocemente, a ricevere un urto pericoloso sarebbe il nostro sistema sanitario. Non è scontato che avremmo le risorse necessarie per fronteggiare adeguatamente un’eventualità simile. Non è scontato che non andremmo in tilt.

    Le azioni «esagerate» intraprese in Cina e adesso da noi si fondano su scenari che sono anch’essi matematici. Non su misure prese a spanne, non su impressioni vaghe o isterismi di massa. Alessandro Vespignani, che alla Northwestern University di Boston sviluppa questi scenari, ha detto: «È come con le previsioni del tempo». Alla base delle simulazioni c’è il semplice modello SIR che abbiamo descritto, ma la teoria viene applicata alla situazione effettiva del nostro pianeta, della nostra società. Per nutrire di realtà il modello vengono utilizzati tutti i dati a disposizione: le mappe satellitari della Nasa, le rotte dei voli e il numero dei rispettivi passeggeri, le informazioni su ogni interazione umana misurabile e perfino certi correttivi psicologici, come la paura, il panico, la cautela. Ecco un ambito in cui i Big Data servono a salvarci la vita. Le simulazioni, una volta lanciate, mostrano come l’epidemia si svilupperà nei giorni successivi entro certi margini di errore, se diverrà una pandemia o invece sparirà. Da quelle analisi procedono le decisioni dei governi. Alzi la mano, ora, chi non crede affatto alle previsioni del tempo, chi programmerebbe una gita al mare domani, sapendo che ilMeteo.it dà il 90% di probabilità di un diluvio.

    Suscettibili e sospettosi
    Ecco un fatto curioso: la diffusione di una notizia falsa è descritta bene dagli stessi modelli SIR che si usano per le epidemie. Anche rispetto a un’informazione errata ognuno di noi appartiene a uno dei tre insiemi: i Suscettibili, gli Infetti oppure i Guariti. Peccato che abbiamo molta più difficoltà ad autocollocarci in quello giusto. Spesso, poi, essere Suscettibili al falso equivale a essere Sospettosi verso il vero. La fatica di accettare che qualcosa di radicalmente nuovo, di «fuori dall’ordinario» stia accadendo è un altro tratto profondamente umano della nostra psiche.

    Una forma di ritrosia verso l’inaspettato, verso lo sconcertante e soprattutto verso il complesso, ha fatto in modo che ci volessero decenni perché il cambiamento climatico fosse accettato da molti. In questo momento è in azione un meccanismo difensivo simile nei riguardi del coronavirus. Non abbiamo anticorpi contro Covid-19, ma ne abbiamo contro tutto ciò che ci sconcerta. È un paradosso del nostro tempo: mentre la realtà diventa sempre più complessa, noi diventiamo sempre più refrattari alla complessità.

    E tuttavia, ciò che sta succedendo in questi giorni non è davvero inedito. «A Singapore il governo e gli ufficiali sanitari lavoravano insieme per impedire che l’infezione si diffondesse. Furono attuate misure draconiane non solo negli ospedali: quarantena obbligatoria per tutti i casi sospetti, multe e condanne per chi non rispettava l’isolamento, chiusura di un grande mercato, chiusura delle scuole, controlli periodici della temperatura a tutti i tassisti. In questo modo l’epidemia fu domata». Sembra che parli di oggi, invece David Quammen sta riportando quanto avvenuto nel 2003 con la Sars. Descrive misure identiche a quelle adottate nel Lodigiano con la sola differenza della severità delle sanzioni penali, perché il nostro sistema si basa sulla fiducia nei cittadini, sull’assioma della loro piena collaborazione.

    «Spillover», il libro di Quammen, meriterebbe un articolo a sé. Basti dire, qui, che è il modo migliore per comprendere le varie sfaccettature, la complessità per l’appunto, di questa epidemia. Per non viverla come una strana eccezione o un flagello divino. Per metterla in relazione ad altri disastri ecologici del nostro tempo, come la deforestazione, la cancellazione degli ecosistemi, la globalizzazione e il cambiamento climatico stesso. E per entrare, addirittura, nella mente del virus, decifrarne le strategie, intuire perché la specie umana sia diventata così golosa per ogni patogeno in circolazione. A volte Spillover fa paura, è vero, complice il pipistrello nero della copertina, e a volte fa addirittura sobbalzare, per esempio quando si domanda — era il 2012 — se il Next Big One, la prossima grande epidemia attesa dagli esperti, sarà causato da un virus e se comparirà «in un mercato cittadino della Cina meridionale». Preveggenza? No. Solo scienza. E un po’ di storia. Strano che Spillover non sia esaurito sugli scaffali, come i gel antisettici e le mascherine.

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  • Le nostre spese che controlla l’Agenzia delle Entrate

    6 marzo 2020 • In evidenza, SOCIALE • 641

    L’incubo più o meno dichiarato di qualsiasi cittadino. Perché, che si stia con la coscienza a posto o meno, un accertamento del Fisco non è mai una bella notizia e difficilmente fa dormire sonni tranquilli. Vediamo, quindi, cosa controlla maggiormente l’Agenzia delle Entrate.

    Il Fisco, infatti, ha accesso diretto praticamente a tutti i dati dei contribuenti: guadagni, datore di lavoro o clienti, spese sostenute e così via. E, oltretutto, l’ultima legge di bilancio ha stretto ulteriormente le maglie dei controlli.

    I soggetti che rischiano maggiormente sono proprio i professionisti. Specialmente perché i redditi dei lavoratori dipendenti, essendo già tassati in busta paga, non hanno bisogno di ulteriori accertamenti. Al contrario dei professionisti, che potrebbero anche non dichiarare i redditi reali.

    Per i suoi accertamenti, l’Agenzia delle Entrate utilizza strumenti noti quali il redditometro, il risparmiometro, oltre ai controlli incrociati tra giacenze e movimenti sui conti corrente con i redditi e i patrimoni dichiarati dal contribuente stesso. Così facendo, a seconda delle attività esercitate, l’Agenzia delle Entrate può controllare con efficacia le categorie da mettere sotto la lente per la verifica fiscale.

    Ma quali sono le voci di spesa che vengono maggiormente incrociate con i redditi dichiarati e a disposizione del contribuente (professionista o dipendente) finito sotto accertamento?

    canoni di locazione di un immobile;

    auto di lusso;

    assicurazioni auto;

    viaggi;

    lavori di manutenzione dell’appartamento;

    visite specialistiche;

    mutuo per l’acquisto di un’immobile;

    smartphone;

    abbonamenti;

    collaboratori domestici;

    centri benessere e cura della persona;

    ristoranti.

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  • Gli account Instagram più seguiti al mondo

    6 marzo 2020 • In evidenza, SOCIALE • 785

    Cristiano Ronaldo si conferma, se non il personaggio del momento, almeno il più amato su Instagram. il suo account è infatti il più seguito al mondo, con circa 182 milioni di followers. Seguono personalità dello spettacolo e della musica internazionale, tra cui Ariana Grande e Selena Gomez, ma anche il volto di tanti film d’azione semiseria, Dwayne Johnson.

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  • Istruzioni per le locazioni brevi

    6 marzo 2020 • In evidenza, SOCIALE • 808

    Compilare la Certificazione Unica per i redditi da locazioni brevi

    Vediamo insieme in che modo dichiarare i redditi da locazione ad uso abitativo di durata non superiore ai 30 giorni.

    Nel comma 5 dell’articolo 4 del Dl 50/2017 si dispone che “i soggetti residenti nel territorio dello Stato che esercitano attività di intermediazione immobiliare, nonché quelli che gestiscono portali telematici, qualora incassino i canoni o i corrispettivi relativi ai contratti di cui ai commi 1 e 3 dell’articolo 4, ovvero qualora intervengano nel pagamento dei predetti canoni o corrispettivi devono operare, in qualità di sostituti d’imposta, una ritenuta del 21 per cento sull’ammontare dei canoni e corrispettivi”. La ritenuta si applica all’atto del pagamento con versamento e rilascio della certificazione dovuta.

    Come si compila la certificazione
    Esposizione dei dati in forma aggregata: nel punto 1 “N. contratti di locazione” si riporta il numero complessivo dei contratti stipulati relativi alla singola unità immobiliare

    Esposizione dei dati in forma analitica: il punto 1 non deve essere compilato

    Nei punti 2 e 3 si indica, rispettivamente, se si tratta di un contratto con locazione dell’intera unità immobiliare o con locazione parziale

    Nel punto 4 si riporta l’anno relativo al periodo di locazione; ad esempio, se un contratto ha avuto durata per un periodo compreso tra il 2018 e il 2019 ma il pagamento è stato effettuato nel 2019, vanno compilati due righi, distinguendo l’importo di competenza del 2018 e del 2019

    Nel punto 5, si indicano i giorni della durata del contratto di locazione.

    Nei punti da 6 a 13 si indicano i dati relativi all’indirizzo dell’immobile

    Il punto 14 riporta l’importo del corrispettivo lordo

    Il punto 15 riporta l’ammontare della relativa ritenuta con il codice tributo 1919

    Il punto 16 infine va barrato se il destinatario della certificazione non è proprietario dell’unità immobiliare.

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  • Test F1 2020 Barcellona

    6 marzo 2020 • SPORT, In evidenza • 1314

    E’ stato Sebastian Vettel con la Ferrari il più veloce nella seconda giornata del secondo round di test invernali sulla pista di Barcellona in vista del debutto del campionato mondiale di Formila 1 in programma il 15 marzo a Melbourne. Mentre una rottura ha costretto Hamilton a fermarsi.

    Vettel davanti a tutti
    Il campione tedesco ha ottenuto il tempo di 1:16″841, la miglior prestazione della giornata. I test si sono disputati su una pista sporca per via della pioggia caduta nella notte. Vettel nel pomeriggio si è dedicato ad un long run, cioè una simulazione Gran Premio.

    Pierre Gasly ha portato l’Alfa Tauri a 225 millesimi da Vettel; quindi Lance Stroll con la Racing Point a 0″277. Grande sorpresa anche per la Williams che con Nicholas Latifi è stato di quasi mezzo secondo più lento. Dietro alla McLaren di Lando Norris, a sei decimi, la Red Bull di Max Verstappen, più lento di nove decimi rispetto alla rossa numero 5. In pista per l’Alfa Romeo in questo giovedì c’era Antonio Giovinazzi che non è andato oltre il dodicesimo tempo, a 2″8. Non è difficile prevedere che i piloti impegnati cercheranno la migliore prestazione cronometrica, con vettura scarica di benzina, in modalità pole position. Complessivamente nei cinque giorni di prova fin qui disputati Vettel ha ottenuto la terza posizione dietro Hamilton e Bottas.

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  • Ridisegnare l’Irpef nel segno della equità

    2 marzo 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 656

    L’appello arriva forte dagli «Stati generali dei commercialisti»
    I conti sono evidenti: il regime fiscale attualmente in vigore schiaccia soprattutto coloro che hanno un reddito compreso tra i 28 e i 55 mila euro l’anno.

    «Si tratta di una pressione iniqua e quasi insostenibile – accusa Massimo Miani, presidente dei commercialisti italiani -. Per chi dichiara tra 28 e 55 mila euro l’aliquota marginale Irpef è al 38% e aggiungendo le addizionali si va ben sopra il 40% di pressione fiscale.
    A questi livelli siamo in presenza di una attività espropriativa del ceto medio. La riforma fiscale di cui si parla non può non tener conto di questa iniquità. Bisognerà cercare di intervenire sulle priorità che si chiamano semplificazione ed equità fiscale. Crediamo di poter svolgere un ruolo importante in tal senso grazie alla nostra esperienza e alla nostra professionalità. Del resto più del 75% delle entrate fiscali arriva attraverso l’assistenza dei commercialisti».

    Da tempo i professionisti chiedono un ruolo più attivo prima che le riforme e i nuovi testi normativi vengano varati. «Per esempio in tema di semplificazione – continua Miani – siamo sempre alle solite: annunci a cui non seguono i fatti. Si susseguono stratificazioni di leggi fiscali che complicano il compito di contribuenti e professionisti. Al contrario di ciò che si può immaginare, i commercialisti non temono le semplificazioni. Non solo non le temono: le auspicano. Anche perché sanno che, per quanto semplice possa essere il sistema fiscale, quando c’è da dichiarare qualcosa di più di un semplice reddito di lavoro dipendente, di pensione e qualche detrazione, il parere di un esperto di fiducia sarà sempre richiesto».
    Parlando di riforma fiscale, andrebbero affrontati dei cambiamenti non solo per il mondo dei lavoratori dipendenti ma anche per quello degli autonomi. «Lo chiediamo da tempo ai vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni – aggiunge Miani -. Per poter ridisegnare l’Irpef nel segno della equità, dell’efficienza e della trasparenza del prelievo, è necessario avere anzitutto ben chiaro quali redditi vi siano effettivamente soggetti, ossia l’effettivo ambito di applicazione dell’imposta».

    Il futuro della professione
    Tra i temi affrontati durante gli stati generali della categoria c’è il futuro della professione. L’intelligenza artificiale e la digitalizzazione dei processi ne stanno già cambiando il volto. «Ne siamo consapevoli – ammette il presidente dei commercialisti italiani – ma la nostra categoria ha risorse e competenze da spendere in vari settori nel pubblico e nel privato. Per esempio i commercialisti possono diventare i funzionari di controllo di primo livello sui finanziamenti europei. Affidare a un professionista appositamente formato un’area delicata come quella dei finanziamenti comunitari potrebbe aumentare o mettere al sicuro i finanziamenti che arrivano dall’Europa per enti pubblici o privati. Poi c’è la certificazione in ambito fiscale: per esempio il visto di conformità sulla compensazione dei crediti o la certificazione del bilancio sono mansioni che già svolgiamo ma che possono essere più ampie e più diffuse all’interno della nostra categoria».

    «Possiamo diventare il management delle Pmi italiane»
    E poi c’è l’eterna aspirazione a diventare parte integrante del sistema delle piccole e medie imprese italiane, quelle che, spesso, non hanno un sistema manageriale interno ma che si affidano alla consulenza dei commercialisti. «Alla luce della riforma sulla crisi d’impresa c’è ampio spazio per la consulenza – concorda Miani – possiamo diventare il management delle Pmi italiane, bisognerà investire in formazione e avere un sistema ordinistico in grado di sorvegliare e sanzionare eventuali abusi. Per riuscirci però, abbiamo bisogno di collaborare con le istituzioni competenti: se si aprisse un dialogo con le procure, aumenteremmo la nostra capacità di vigilanza e la nostra efficacia. Infine, bisogna pensare a un salto dimensionale anche per gli studi professionali: i due terzi dei commercialisti lavora in studi individuali. Per crescere servono competenze più ampie e organismi più strutturati»

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  • Le liti per i sedili reclinabili

    2 marzo 2020 • In evidenza, SOCIALE • 723

    Reclinare o no? Alcune compagnie sottolineano di non avere più questo dubbio: i loro sedili hanno lo schienale fisso. Ma la maggior parte delle società evita di pronunciarsi e rimanda al buonsenso. L’unico a esporsi è stato Ed Bastian, amministratore delegato di Delta Air Lines. «Se vuoi reclinare sarebbe opportuno chiedere se va bene a chi c’è dietro. Io non reclino», ha detto alla Cnbc. Non che abbia fatto cambiare idea a tutti. «I veri cattivi qui sono le compagnie — attacca sui social un utente —: hanno passato gli ultimi decenni a peggiorare l’esperienza in volo mettendo a bordo sempre più sedili».

    Ogni giorno vengono comunicate tra 2 e 17 «frizioni» tra i passeggeri. Poi ci sono quelle non riportate dal personale di volo. A bordo si litiga sempre di più. Una causa — al netto dello stato emotivo delle persone sedute vicine a perfetti sconosciuti per un po’, dentro a un cilindro di metallo e ferro sparato a 900 chilometri orari, a 10-12 mila metri di quota — è la riduzione dello spazio pro capite. Negli anni Sessanta la distanza media tra i sedili in classe Economica era di quasi 90 centimetri.

    Poi nel 1978 gli Usa hanno approvato l’«Airline Deregulation Act», l’insieme di leggi che liberalizza il settore nel Paese. I prezzi si sono ridotti, ma anche lo spazio, prima sulle low cost, poi su quelle tradizionali. Oggi — facendo una media su oltre 300 tipi di velivolo di corto e medio raggio nel database di SeatGuru — ci sono 10,5 centimetri in meno. E i jet volano pure più pieni: in Europa, calcola la Iata (l’associazione di categoria), il tasso di riempimento medio è stato dell’85% nel 2019. Sulle low cost si sale al 96-97%. Anche per questo nel 2014 qualcuno aveva inventato un aggeggio «difendi-ginocchia» che impediva allo schienale davanti di muoversi.

    L’esperto
    «Non c’è una norma che stabilisce se reclinare il sedile al di fuori delle fasi di decollo e atterraggio nelle quali è vietato», precisa subito Fabio Nicolai, direttore centrale regolazione aerea dell’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac). È vero che lo spazio per le gambe si è ridotto e gli aerei sono sempre più pieni ma — ricorda Nicolai — «le compagnie sono comunque tenute e rispettare la distanza minima stabilità dalle autorità come l’europea Easa». L’esperto non è molto convinto della proposta di alcuni di far installare sedili non reclinabili per evitare le tensioni. «Imporlo per legge limiterebbe la libertà operativa delle compagnie», sostiene. Per questo c’è solo una cosa da fare: comportarsi con buonsenso: «Io chiedo sempre a chi c’è dietro se posso reclinare».

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  • Lotta al contante, gli effetti collaterali

    2 marzo 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 731

    La banca centrale di Helsinki ha lanciato l’allarme: le famiglie in Finlandia sono indebitate mediamente per il 127% medio dei loro redditi e buona parte di questo deterioramento delle condizioni finanziarie sarebbe legato alla lotta al contante perseguita dai governi e che si è tradotta in un aumento dell’uso di carte di credito e bancomat per effettuare i pagamenti.

    Nel 2018, qui solamente il 19% delle transazione avveniva cash, il restante 82% grazie all’utilizzo di carte. Tuttavia, l’istituto teme che l’ampia diffusione delle carte di credito e debito stia spingendo le famiglie ad avere sempre meno il controllo della loro situazione finanziaria, unitamente al crollo dei tassi di mercato, che ha fatto impennare a 100 miliardi di euro i mutui erogati al 2019, +40% rispetto al 2010.

    Il resto lo starebbe facendo anche la diffusione di società di micro-credito, spesso sfuggenti alla vigilanza, che offrono prestiti anche con l’invio di un sms, ma a tassi più alti delle banche ordinarie. E così, 390.000 finlandesi, il 7% della popolazione complessiva, non si mostra più capace di onorare i debiti, in aumento del 30% nell’ultimo decennio.

    La lotta al contante non è diventata un problema solamente in Finlandia. La vicina Svezia si fregia da tempo del titolo di società avviata a diventare la prima “cashless” al mondo e con una velocità impressionante. Se nel 2014, secondo un sondaggio condotto dalla Riksbank, l’87% degli intervistati rispondeva di avere effettuato almeno un pagamento in contanti nell’ultimo mese, quest’anno la percentuale risulta scesa al 61%. La stragrande maggioranza della popolazione paga con carta di credito, anche perché non avrebbe grandi alternative. Dai negozi ai bar, passando per bus e persino le toilette pubbliche, nessuno quasi più riceve pagamenti in banconote e monetine, nonostante la banca centrale non le abbia affatto messe fuori corso forzoso.

    Perché conviene tenersi il contante
    Sebbene gli svedesi si mostrino favorevoli perlopiù alla svolta “cashless”, il 70% di loro per un sondaggio Sifo vorrebbe godere della libertà di pagare come vorrebbe.

    A lamentarsi non sono stati negli ultimi anni solamente i rappresentanti dei pensionati, che pure nel 2016 raccolsero quasi 140.000 per una petizione con la quale hanno chiesto al governo di tutelare l’esistenza del contante. Anche i giovanissimi risultano tra i più colpiti, perché se è vero che al di sotto di una certa età non abbiano accesso alla carta di credito o al bancomat dei genitori, questo significa che non sarebbero più capaci nemmeno di comprarsi le caramelle. Per non parlare dei più poveri, spesso sprovvisti di un conto bancario, oppure dei turisti, che a differenza del passato non possono più minimizzare i costi del cambio effettuando la conversione dalla propria valuta alla corona svedese con un’unica operazione.
    E un po’ tutti in Svezia temono di essere finiti per dipendere troppo dalle carte. Cosa accadrebbe se per una qualsiasi ragione non vi fosse attiva la linea per pagare ai POS? Non sarebbe meglio avere la possibilità in ogni caso di pagare anche con banconote e monetine, così da avere sempre la certezza di poter effettuare una qualche transazione, qualsiasi cosa accadesse? Che non siano lamentele prive di fondamento lo dimostra la stessa richiesta della Riksbank alle banche svedesi di qualche tempo fa, ovvero di emettere più liquidità in circolazione, paventando il rischio di tagliare fuori dall’economia reale le fette più deboli della popolazione, tra cui quelli senza accesso ai conti bancari.

    E poche settimane fa, persino la BCE ha bacchettato l’Italia sulla lotta al contante, notando come i pagamenti elettronici non sia “perfettamente equivalenti” al cash sul piano dei costi per i consumatori e come una società senza banconote e monetine rischi di colpire soprattutto i più deboli. Del resto, sembra paradossale che le banche centrali stampino monete che non vengano accettate o che i governi impongono di non accettare come pagamenti, pur restando a corso forzoso, cioè teoricamente obbligatorie da accettare. L’allarme della Finlandia conferma, infine, il sospetto di molti di noi, che più facile diventa pagare e senza ricorrere all’uso di un asset fisico, più difficile tenere sotto controllo il bilancio familiare.

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  • Cedolare secca, cosa cambia nel 2020

    2 marzo 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 1027

    Cedolare secca 2020 canone concordato
    La cedolare al 10% per le locazioni residenziali a canone calmierato è stata confermata senza scadenze. Ad essere interessati, come specificato dal Sole 24 Ore, “sono i contratti siglati nei Comuni ad alta tensione abitativa – e negli altri indicati nella delibera del Cipe – secondo le intese locali tra sigle della proprietà edilizia e i sindacati degli inquilini (i classici contratti 3+2)”.

    Cedolare secca 2020 affitti brevi
    E’ possibile applicare la cedolare secca al 21% per gli affitti brevi. Su questo fronte, è ancora aperto il contenzioso sulla ritenuta che non viene applicata dai portali che si occupano delle locazioni abitative di durata non superiore a 30 giorni. Come spiegato dal Sole 24 Ore, lo scorso 18 settembre il Consiglio di Stato ha rinviato la questione alla Corte di giustizia europea. Si è ancora in attesa di una decisione, nel frattempo “i locatori che si vedono accreditare il canone senza ritenuta non rischiano sanzioni, ma hanno l’onere di pagare normalmente le imposte”.

    Cedolare secca 2020 affitti abitativi
    Per quanto riguarda i normali affitti abitativi, la cedolare secca al 21% sui contratti a canone di mercato è sempre in vigore.

    Cedolare secca 2020 immobili commerciali
    Niente cedolare secca nel 2020 invece per gli immobili commerciali. l viceministro dell’Economia, Antonio Misiani, ha detto che se ne riparlerà nel 2021. Ad oggi, la cedolare secca per gli immobili commerciali è possibile solo per coloro che hanno siglato la locazione di un negozio (categoria catastale C/1) entro il 31 dicembre 2019.

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Attualità

  • "SARDEGNA NEWS - COSTA PARADISO NEWS", PROFILO ISTITUZIONALE DI PASQUALE FERRARA,"PASQUALE FERRARA", PROFILO ISTITUZIONALE DI PASQUALE FERRARA, SARDEGNA, TRINITÀ D'AGULTU E VIGNOLA, TRINITÀ D'AGULTU E VIGNOLA, VALLEDORIA, COSTA PARADISO, CASTELSARDO, BADESI, SANTA TERESA DI GALLURA, AGLIENTU, SASSARI, SARDEGNA, COSTA ROSSA, COSTA SMERALDA, REGIONE SARDEGNA, "LA NUOVA SARDEGNA", "UNIONE SARDA","VIDEOLINA"

    26 settembre 2026 • 4718

    L’Avv. Salvatore Pinna – Dall’Italia all’Ilustre Colegio de Abogados de Madrid

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    26 settembre 2026 • 43227

    ULTIME NOTIZIE DAL VILLAGGIO

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    24 settembre 2026 • 1596

    NUOVA INTEGRAZIONE ALLA PROCURA PER IL CDR DI COSTA PARADISO

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    17 settembre 2026 • 2185

    DISSEQUESTRO DEL DEPURATORE DI COSTA PARADISO

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    COSTA PARADISO: LA DENUNCIA-QUERELA DEL 2 SETTEMBRE SI RAFFORZA

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    NUOVA INTEGRAZIONE ALLA PROCURA PER IL CDR DI COSTA PARADISO

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    DISSEQUESTRO DEL DEPURATORE DI COSTA PARADISO

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    COSTA PARADISO: LA DENUNCIA-QUERELA DEL 2 SETTEMBRE SI RAFFORZA

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    16 settembre 2026 • 3494

    Obblighi immediati per il Comune di Trinità d’Agultu e Vignola

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    13 settembre 2026 • 3344

    COSTA PARADISO, UNA GESTIONE CHE HA TRADITO LA FIDUCIA DEI PROPRIETARI

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    10 settembre 2026 • 1739

    Dopo la denuncia di Pasquale Ferrara, la Prefettura ha ciò che mancava

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    3 settembre 2026 • 2653

    COSTA PARADISO: DEPOSITO DENUNCIA-QUERELA PER CDA E CDR

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