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  • In evidenza
  • Il “quantitative easing” sta aiutando Francia e Italia

    14 febbraio 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 658

    Che il rapporto tra il governatore Christine Lagarde e la Germania non sarebbe stato semplice lo avevamo percepito prima ancora che la francese s’insediasse alla BCE, ma dai primi passi mossi a Francoforte abbiamo avuto conferma che le tensioni con il principale azionista dell’istituto, la Bundesbank, siano destinate a montare.

    Non solo l’annunciata revisione del target d’inflazione manda su tutte le furie il tedesco Jens Weidmann, il quale teme che l’obiettivo possa essere mutato al rialzo; adesso, ci si mettono i dati sul “quantitative easing”. A gennaio, la BCE ha acquistato titoli per un controvalore di 20,35 miliardi di euro, in linea con i numeri lasciati in eredità da Mario Draghi.

    Tuttavia, la composizione degli acquisti già di per sé stupisce. Ben il 40% riguarda il comparto corporate. Nei dettagli, i corporate bond in portafoglio salgono a gennaio di 4,6 miliardi a quota 189,12 miliardi. I covered bond emessi dalle banche dell’Eurozona aumentano di 3,7 a 267,3 miliardi. Gli Abs, al contrario, scendono di 285 milioni a 28,1 miliardi e, infine, i titoli di stato salgono di 12,3 miliardi a quota 2.115,3. Nel mese, abbiamo che le obbligazioni societarie hanno inciso per il 22,6% degli acquisti complessivi, i covered per il 18,2% e i titoli di stato per il 60,4%.

    Con il primo round del QE, quello iniziato nel marzo 2015 e conclusosi nel dicembre 2018, ai titoli di stato venne riservata una quota superiore all’80%, per cui i numeri di questi primi mesi di QE2 si rivelano nettamente più bassi. Ma non è solo questa la vera sorpresa. Sempre a gennaio, ai Bund della Germania è stata dedicata una quota di appena il 3% del totale degli acquisti, quando quella teoricamente spettante sarebbe del 26%. In valori assoluti, appena 366 milioni contro 3,2 miliardi. Peggio è andata all’Olanda, i cui titoli sovrani in portafoglio sono stati ridotti di 3,9 miliardi. Anche la Spagna ha subito una forte decurtazione con una quota solo dell’1,6%.

    Il segnale “politico” della BCE alla Germania
    I vincitori sono stati palesemente Francia e Italia.

    La prima si è beccata il 60,4% della torta con 7,4 miliardi, il triplo a cui avrebbe avuto diritto; noi il 37%, pari a 4,55 miliardi, oltre il doppio del 16% spettante. Questo significa che Francia e Italia hanno beneficiato complessivamente di acquisti a gennaio per 7,4 miliardi superiori, una deviazione significativa e che rischia di spingere alla “guerra” la Bundesbank contro Lagarde. Vero è che la Germania starebbe usufruendo di acquisti proporzionalmente maggiori per il suo mercato corporate, ma i tedeschi lamentano che la distribuzione sproporzionata degli acquisti di titoli di stato porti a una compressione artificiosa degli spread, alimentando l’azzardo morale tra i governi beneficiari.
    Probabile che questi numeri risentano delle difficoltà alla BCE di trovare Bund disponibili a sufficienza e che, comunque, vi si porrà rimedio nei mesi successivi con acquisti più copiosi a favore di Germania, Olanda e altri stati fiscalmente virtuosi del Nord Europa. Se così fosse, il restringimento dello spread BTp-Bund registrato a gennaio potrebbe essere seguito da una ri-divaricazione. E se, invece, fosse un segnale “politico” lanciato a Berlino? Lagarde è tra i più critici dell’austerità fiscale tedesca, sostenendo da anni che la Germania dovrebbe contribuire alla ripresa del resto dell’Eurozona aumentando gli investimenti pubblici e/o tagliando le tasse, anziché continuare a chiudere i bilanci in attivo.

    Sarebbe un’ingerenza bella e buona nella sfera fiscale, dalla quale Francoforte dovrebbe per statuto restare estranea, ma se c’è una cosa che abbiamo imparato sin dallo scoppio della crisi dei debiti sovrani è che la BCE sia molto meno ortodossa di quanto la si dipinga, almeno sul piano pratico, pur mostrandosi tale su quello della retorica. E se Draghi chiuse i rubinetti della liquidità alle banche della Grecia dal febbraio del 2015, riaprendoli solo dopo che il governo Tsipras firmò un memorandum d’intesa con i partner dell’area, costringendolo sostanzialmente a capitolare, non sorprende che Lagarde stia facendo leva sullo stato forte dell’euro, affinché muti indirizzo.

    Berlino non dipende certo dagli acquisti BCE, ma certo è che veda come fumo negli occhi una politica monetaria interventista e non neutrale sul mercato obbligazionario. E la francese intenderebbe far capire ai tedeschi che senza una contropartita fiscale si muoverà come meglio crede per mantenere unita l’area e al riparo da possibili nuove crisi.

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  • Reddito cittadinanza: serve una profonda revisione

    14 febbraio 2020 • In evidenza, SOCIALE • 923

    Ad un anno dall’entrata in vigore del reddito di cittadinanza, le polemiche non si placano. Anche il governo ammette più o meno velatamente che occorre rivedere qualcosa perché così com’è stato concepito non va bene. Alla luce dei fatti, è stato uno slogan elettorale che i contribuenti non hanno minimamente apprezzato.

    Così, il premier Conte promette che sarà fatto un tagliando a breve, anche perché, di fatto, non ha prodotto quei risultati tanto attesi, ossia la possibilità di trovare lavoro. L’assunzione di centinaia di navigator a spese dello Stato per cercare di introdurre nel mondo del lavoro i beneficiari del reddito di cittadinanza ha, infatti, dato scarsi risultati.

    Reddito di cittadinanza, in arrivo il primo tagliando
    Secondo gli ultimi dati dell’Inps gli italiani che percepiscono il Reddito di Cittadinanza sono 915 mila mentre, a far data lo scorso dicembre, avrebbero trovato lavoro appena in 28.763 persone a fronte di assunzioni alle dipendenze del Ministero del Lavoro di oltre ai 2.900 navigator per due anni. Così, la misura di contrasto alla lotta alla povertà si è trasformata in un sussidio permanente con mantenimento a spese della collettività. In questo senso molti rimpiangono i “lavori socialmente utili” istituiti dall’ex premier Massimo D’Alema che quantomeno, a fronte di un sussidio pubblico mensile, obbligava i disoccupati e gli indigenti a prestare attività di utilità sociale presso la pubblica amministrazione.

    Reddito di cittadinanza per contrastare la povertà
    “Il reddito di cittadinanza, operativo da meno di un anno in Italia, per combattere la povertà penso che serva e vada mantenuto, ma migliorandone il funzionamento. In questo senso e’ sicuramente utile fare un tagliando, discutendone con gli enti locali e le realta’ del terzo settore che sul campo combattono ogni giorno la povertà’“. Lo afferma, Antonio Misiani, viceministro dell’Economia aggiungendo che “le critiche del Fondo Monetario Internazionale rispecchiano in parte il dibattito che c’e’ stato in Italia nei mesi scorsi“. Serve quindi agganciare la prestazione economica a un effettivo svolgimento di attività lavorativa perché non è pensabile che si possano sostenere costi sociali simili in un momento in cui il Paese fatica a crescere economicamente.

    Italia Viva all’attacco contro il reddito di cittadinanza
    A sostenerlo energicamente è anche Italia Viva in Senato che fa notare come in Italia vi siano storture e incomprensibili ingiustizie che col nuovo secolo dovrebbero essere già state superate. Le ricercatrici dello Spallanzani di Roma, alle prese con lo studio sul “coronavirus” prendono 900 euro al mese e non sono manco sicure del posto di lavoro, mentre lo Stato dà fino a 1.400 euro al mese per il reddito di cittadinanza per stare a casa fare nulla. “La nostra richiesta è chiara – dicono i senatori di Italia Viva – le somme utilizzate per il Reddito di Cittadinanza vanno destinate ad incentivi per le assunzioni, come la riduzione ulteriore del cuneo fiscale“. Un chiaro messaggio ad abolire questa forma di sussidio e a sostituirla con altri incentivi più efficaci e incisivi per stimolare la crescita economica e difendere i salari.

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  • Buoni pasto, commissioni onerose

    14 febbraio 2020 • In evidenza • 1312

    Se non cambiano le regole, i buoni pasto, detti anche ticket restaurant, potrebbero presto diventare un ricordo per i dipendenti. I buoni pasto, erogati dai datori di lavoro in convenzione con le società di ristorazione, garantiscono quotidianamente il pranzo o la cena a milioni di lavoratori, ma non sempre sono un vantaggio per chi è tenuto ad accettarli.

    Se da un lato, i ticket restaurant godono di uno speciale regime fiscale per cui non sono soggetti a tassazione per il lavoratore dipendente, dall’altro lato, cioè per chi li riceve, l’incasso non è mai quello espresso dal valore del buono pasto. Così capita che molti ristoratori, bar o supermercati tendano oggi a storcere il naso nei confronti di chi paga con i ticket restaurant.

    Un terzo del valore del ticket se ne va in fumo
    Benchè, come detto, per incentivare l’utilizzo dei buoni pasto lo Stato applichi regimi fiscali vantaggiosi per i lavoratori, è diventato oneroso per gli esercenti accettare e gestire i titoli di credito così incassati. Fra commissioni, costi di gestione e tempi di incasso, un ristoratore ci rimette in termini economici fino al 30% del valore del ticket. Ciò, oltretutto, va a costituire reddito imponibile per il valore pieno del buono pasto sul quale devono essere poi pagate le tasse. Quindi, tasse su tasse. Per non parlare poi dei tempi di incasso che tendono ad arrivare a 30-40 giorni e in alcuni casi anche a 60 (dipende dalle società di gestione dei ticket). Sicché i piccoli esercenti tendono a non rinnovare più le convenzioni con le società dei ticket restaurants o a rifiutarsi di accettarli.

    Costi di gestione troppo alti
    In molti casi, bar e ristoranti propongono degli sconti alla clientela se non pagano con buoni pasto. In altri aumentano i prezzi per scoraggiarne l’utilizzo. Del resto il piccolo ristoratore o barista che deve fare ogni giorno i conti con i costi di gestione del locale e pagare puntualmente la miriade di tasse che grava sull’attività commerciale, non può attendere i tempi di incasso dei ticket restaurant da parte delle società e vedersi oltretutto decurtato l’importo spettante.

    Cosa ben diversa per le grandi catene di ristorazione o per i supermercati che, dato il volume di affari, non hanno problemi a subire ritardi o decurtazioni.

    Ristoratori pronti allo stop
    Il sistema dei buoni pasto è quindi al collasso e “se non ci sarà un’inversione di rotta immediata, quasi tre milioni di dipendenti pubblici e privati potrebbero vedersi negata la possibilità di pagare il pranzo o la spesa con i ticket“. Il grido d’allarme parte dalle associazioni dei consumatori e dei commercianti, pronti a dare battaglia e a rifiutarsi di rinnovare le convenzioni. “Siamo arrivati ad un punto limite di sopportazione” – proseguono – “e siamo pronti a smettere di prendere i buoni pasto” senza una riforma. Il rischio è che molte altre società di gestione facciano la fine di Qui!Group, azienda leader dei buoni pasto alla pubblica amministrazione , fallita nel 2018 con 325 milioni di euro di debiti, di cui circa 200 milioni nei confronti degli esercizi convenzionati.

    Buoni pasto: in Italia valgono 3,2 miliardi di euro all’anno
    Nonostante i problemi, i buoni pasto muovo un’economia gigantesca ogni anno. Nel 2019, secondo i dati raccolti dalla Consip, sono stati fatturati pasti per 3,2 miliardi all’anno attraverso i ticket restaurant. “Ogni giorno circa 10 milioni di lavoratori pranzano fuori casa. Di questi, 2,8 milioni sono dotati di buoni pasto e il 64,7% li utilizza come prima forma di pagamento ogni volta che esce dall’ufficio. Complessivamente si stima che nel 2019 siano stati emessi in Italia 500 milioni di buoni pasto, di cui 175 milioni acquistati dalle pubbliche amministrazioni, che li hanno messi a disposizione di 1 milione di lavoratori. In totale, ogni giorno i dipendenti pubblici e privati spendono nei bar, nei ristoranti, nei supermercati i e in tutti gli esercizi convenzionati 13 milioni di euro in buoni pasto“.

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  • Petrolio giù sul Coronavirus

    14 febbraio 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 853

    Il comitato tecnico che unisce i rappresentati dell’OPEC e quelli della Russia non ha trovato un accordo sul taglio della produzione di petrolio, come punta ad ottenere l’Arabia Saudita.
    Mosca continuava a osteggiare l’idea di accrescere la riduzione dell’offerta di altri 500.000 barili al giorno.

    Le quotazioni del Brent sono subito scivolate di oltre l’1%, finendo in area 54,50 dollari al barile, ai minimi dal dicembre 2018. Male anche il WTI, sceso poco sopra i 50 dollari, ai livelli più bassi da inizio 2019. Stamattina, la lieve ripresa sulle dichiarazioni russe a sostegno di un’intesa sui tagli.

    La richiesta di Riad segue il diffondersi del Coronavirus, che impattando negativamente sull’economia cinese, starebbe facendo crollare le importazioni di greggio di Pechino. Nei giorni scorsi, alcune fonti anonime del comparto petrolifero parlavano di un calo di 3 milioni di barili al giorno, il 3% dell’offerta globale. Stando al responsabile finanziario di BP, Brian Gilvary, nell’intero 2020 si registrerebbe un tonfo della domanda globale di 300/500.000 barili al giorno, mentre per Platt Analytics si andrebbe da -650.000 barili al giorno a febbraio a -900.000 a marzo nello scenario migliore, in quello peggiore si passerebbe rispettivamente da -2 milioni a -2,6 milioni di barili al giorno.

    Quest’anno, i prezzi risultano già scesi di quasi il 20%. E questo fa certamente male a tutte le economie produttrici, seppure in misura diversa. La Russia può avvalersi della flessibilità del suo tasso di cambio per compensare tali cali. Quando il greggio ribassa sui mercati, il rublo si deprezza e ciò innalza il valore in valuta locale dei barili esportati. Ad esempio, ieri un barile a Mosca valeva sui 3.450 rubli, gli stessi di metà 2014, quando il Brent costava sui 110 dollari al barile, ma il cambio era molto più forte. Vero è anche, però, che da inizio anno persino la Russia ha accusato un calo delle entrate in rubli per ciascun barile venduto all’estero di quasi il 17%.

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  • Carnevale di Venezia, eventi 2020

    14 febbraio 2020 • In evidenza, SOCIALE • 800

    Si avvicina sempre più anche quest’anno il grande Carnevale, evento che nella città lagunare è particolarmente atteso. Il Carnevale di Venezia del resto è uno dei grandi eventi più famosi al mondo, che raccoglie tanti turisti in giro per il globo. Andiamo a vedere quali sono quest’anno le date clou.

    Carnevale di Venezia
    Lo spettacolo del carnevale di Venezia, anche quest’anno si parte alla grande, la data da segnare in calendario è quella dell’8 febbraio, e si concluderà il 25 dello stesso mese, con il martedì grasso. Per il giorno di esordio si è scelto il canale di Cannaregio per lo spettacolo serale. Il giorno seguente è la volta della Festa Veneziana sull’Acqua.

    Grande appuntamento sabato 15 con la Festa delle Marie, la tradizionale gara di maschere, con il corteo che sfilerà tra le strade del centro. Il 16 febbraio a Piazza san Marco ci sarà invece il Volo dell’Angelo. Le sfilate e i cortei in maschera continueranno nei giorni seguenti. Fino ad arrivare a domenica 23 febbraio. dove avrà luogo lo “svolo”, ovvero il Volo dell’aquila.

    Conclusione della manifestazione, come detto, il 25 febbraio con l’Incoronazione della Maria del Carnevale 2020, premiazione che avrà luogo, insieme allo svolo del Leon, ancora una volta a Piazza san Marco.

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  • DENUNCIATE PER SCARICO ABUSIVO LE ABITAZIONI DEI MEMBRI DEL CDA

    11 febbraio 2020 • Dentro la notizia, ARCHIVIO DENTRO LA NOTIZIA, NOTIZIE DAL VILLAGGIO • 4689

    Denunciati alla Procura della Repubblica di Tempio Pausania tutti i componenti dell’attuale C.d.A. del Territorio di Costa Paradiso per scarico abusivo al suolo di reflui domestici.

    Nella denuncia emerge che, non tutti gli immobili, delle oltre duemila abitazioni, sono allacciati alla rete fognaria, in particolare tutti i componenti dell’attuale C.d.A., le cui abitazioni «per lo scarico delle acque reflue domestiche utilizzano le vecchie fosse Imhoff a suo tempo realizzate».

    Per queste ragioni si richiede alla Regione e alla Provincia «di stabilire la sanzione prevista per l’assenza di autorizzazione allo scarico»; al Comune «di revocare l’agibilità degli immobili» e alla Magistratura «di sanzionare lo scarico abusivo e di assumere tutti i provvedimenti necessari a inibire l’utilizzo delle abitazioni».

    Nella prima decade del mese di gennaio 2020, un sopralluogo della Guardia Forestale ha accertato sversamento di liquami sparsi sul terreno del Territorio di Costa Paradiso.

    Redazione Costa Paradiso News
    “La Voce della Nostra Comunità”
    11 febbraio 2020 alle 07:18

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  • LA MOROSITÀ DEI PARTECIPANTI É DI € 1.307.000 AL 31.12. 2019

    7 febbraio 2020 • Dentro la notizia, ARCHIVIO DENTRO LA NOTIZIA, NOTIZIE DAL VILLAGGIO • 3767

    La situazione dei crediti verso partecipanti al 31 dicembre 2019, ammontano complessivamente ad oltre € 1.307.000, così rappresentata:

    € 632.000 per quote riferite agli esercizi precedenti al 30.4.2017;

    € 77.000 per quote riferite all’esercizio 2017-2018 (circa il 5% del richiesto);

    € 225.000 per quote riferite all’esercizio 2018-2019 (circa il 11,5% del richiesto);

    € 373.000 per quote di gestione generale, gestione fognatura ed altre quote 2019-2020, circa il 27,5% dell’ammontare richiesto.

    FONTE UFFICIALE – SITO WEB COMUNITÀ COSTA PARADISO DEL 6 FEBBRAIO 2020

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  • Bce: banche promosse, i banchieri no

    7 febbraio 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 1245

    Il deterioramento di controlli e gestione
    Le banche europee sono ormai solide, ma i banchieri devono mettersi in linea con le regole: come ha sottolineato il presidente del Consiglio di Vigilanza Unica Bce, Andrea Enria, nelle banche dell’eurozona si registra un «deterioramento» relativamente ai controlli e alla gestione. C’è soprattutto un tema di «condotta» da parte dei banchieri, di non efficaci controlli antiriciclaggio e di regole ancora troppo lasche sulle caratteristiche dei manager bancari (il cosiddetto «fit and proper»).

    Enria non fa nomi ma hanno destato scandalo le vicende anche penali che hanno riguardato in Europa colossi come Ing, Deutsche Bank e Danske Bank, a Malta e in Lettonia. E se le banche sono condotte male, spiega Enria, ci sono troppi rischi in più e questo allontana gli investitori.
    Inoltre c’è il tema di redditività: gli utili sono inferiori al costo del capitale e quindi gli istituti devono spingere sull’adeguamento dei modelli di business, sul miglioramento dei criteri di concessione dei crediti e sul taglio dei costi.

    La Bce e le fusioni
    In quest’ottica la Bce non ostacola le «aggregazioni». Enria ha anzi specificato che la Vigilanza spiegherà i suoi orientamenti sul tema. Molte fusioni sono infatti frenate dal timore dei banchieri di una richiesta di ulteriore capitale da parte della Vigilanza. Enria si dice comunque «soddisfatto» complessivamente dell’esercizio «Srep» sul fronte del capitale: dei 109 istituti analizzati, solo in 6 restano sotto la soglia. Di questi, quattro hanno risolto i problemi di capitale già a fine 2019.
    Per la prima volta è stato pubblicato il dato sulla richiesta di capitale aggiuntivo, di «secondo pilastro» (pillar 2), che le banche di solito non pubblicavano, tranne le italiane che risultano tra le meno rischiose.

    Il primato del Credem
    In testa in Europa tra le banche commerciali, e terza nell’eurozona, c’è il Credem, con una richiesta dell’1% di capitale supplementare. Mediobanca è ottava (1,25%),con Bnp e Apobank. Intesa Sanpaolo (1,5%) 11esima, Unicredit (1,75%) al 23esimo posto con altre 16 banche; seguono Bper (2%), Ubi, Banco Bpm e Ccb (2,25%) Iccrea.
    In coda Mps e Popolare di Sondrio (richieste del 3%). Le banche sono migliorate anche nei crediti deteriorati, dimezzandosi dai mille miliardi di euro di npl del 2014 ai 543 miliardi di fine 2019.

    Le classifiche
    Il Credem sale sul podio delle banche europee giudicate meno rischiose dalla Banca centrale europea e alle quali la vigilanza bancaria, a conclusione dell’esame Srep 2019 ha chiesto meno capitale aggiuntivo (pillar 2) rispetto a quello stabilito per legge (pillar 1). All’istituto emiliano è stato chiesto di aumentare il Cet1 ratio (il capitale di miglior qualità) dell’1%: solo a Crh, una banca francese specializzata nel rifinanziamento di mutui, e a Sfil, una banca pubblica di sviluppo, sempre francese, la richiesta è stata più bassa.

    Mediobanca, Intesa e le altre italiane
    Tra le 108 banche che hanno autorizzato la pubblicazione dei risultati dello Srep, entra nella top ten anche Mediobanca (1,25%), ottava assieme a Bnp e Apobank. Intesa Sanpaolo, con una richiesta di capitale aggiuntivo dell’1,5%, è undicesima assieme ad altre 11 banche, e tra le prime se si considerano gli istituti commerciali di grandi dimensioni.
    Unicredit (1,75%) è appaiata nel gruppo di 17 banche che si trovano in 23/a posizione. Bper con il 2% figura tra le banche che si dividono la 42/a posizione, Ubi, Banco Bpm e Ccb (2,25%) si trovano nel gruppo che condivide il 59° posto, seguite al 77° posto da Iccrea e altre sei banche. Chiudono l’elenco Mps e la Popolare di Sondrio che figurano nel gruppo in 91/a posizione a cui viene chiesto un cuscinetto di Cet1 del 3%.

    I requisiti
    Il requisito di capitale di secondo pilastro viene fissato dalla Bce per ogni banca al termine dello Srep «l’esercizio annuale (Processo di Revisione e Valutazione Prudenziale – Supervisory Review and Evaluation Process) in cui il supervisore esamina i rischi delle banche e conseguentemente determina i requisiti di capitale individuale e la guidance per ogni banca, in aggiunta al minimo di capitale richiesto legalmente».

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  • Ora si può pagare a rate su Amazon

    7 febbraio 2020 • In evidenza • 774

    Buone notizie per i patiti dello shopping online, da ora si potrà pagare a rate anche su Amazon. Il servizio sarà attivo per il mercato italiano, vediamo per quali articoli e come.

    Amazon forniva già il servizio di pagamento a rate in Paesi come Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Germania. Da pochi giorni, però, la possibilità di rateizzare è estesa anche all’Italia, ma con alcuni paletti. Ad esempio, per i prodotti nuovi e i dispositivi Amazon nuovi e ricondizionati certificati, venduti e spediti da Amazon.it.

    Inoltre, nel caso in cui si acquisti più di un prodotto per il quale è prevista l’opzione di pagare a rate, il dilazionamento sarà comunque consentito per un solo articolo per ciascuna categoria (ad esempio: abbigliamento, elettronica e così via) o per ciascuna famiglia di dispositivi (Kindle, dispositivi Alexa).

    Selezionando l’opzione di pagare a rate nel momento dell’acquisto, si autorizza automaticamente Amazon ad addebitare le rate sulla carta utilizzata per la transazione. Tutto sarà contenuto nella consueta email di conferma inviata da Amazon. Non è possibile effettuare ulteriori acquisti a rate finché l’utente non avrà finito di pagare le rate della precedente transazione.

    Per poter usufruire dell’opzione di pagare a rate su Amazon bisogna essere in possesso dei seguenti requisiti:

    – avere un account attivo da almeno un anno;

    – fornire una carta di debito o di credito valida (non una prepagata) che non scada prima di 20 giorni dopo la scadenza dell’ultima rata;

    – avere “una buona cronologia di pagamenti su Amazon.it”, ovvero: aver acquistato abbastanza spesso sul marketplace.

    Il prezzo dell’articolo acquistato viene suddiviso in cinque rate uguali senza interessi o altri oneri finanziari. Eventuali costi di spedizione vengono conteggiati nella prima rata che verrà pagata alla data di spedizione. Le successive saranno addebitate ogni 30 giorni a partire dalla prima.

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  • la nuova mappa delle Regioni

    7 febbraio 2020 • In evidenza • 1337

    Tredici regioni azzurre, sei rosse: 13 al centrodestra, 6 al centrosinistra.
    È la nuova mappa delle Regioni disegnata dalla ultima tornata elettorale, quella in Emilia-Romagna, dove è stato confermato governatore il dem Stefano Bonaccini, e quella in Calabria, dove per la prima volta è stata eletta governatrice una donna, Jole Santelli, candidata di Forza Italia.

    Nel 2014 ben 16 Regioni italiane erano amministrate dal centrosinistra e tre dal centrodestra.

    Nel 2019 il rapporto di forze si era ribaltato: l’ultimo voto, prima di quello in Emilia-Romagna e Calabria, era stato in Umbria e aveva assegnato la vittoria al centrodestra di Donatella Tesei.

    Con ques’ultima tornata elettorale e il “pareggio” tra centrodestra e centrosinistra le proporzioni restano invariate. Nel 2020, a maggio o a giugno, andranno a votare altre 6 Regioni: Veneto, Toscana, Campania, Puglia, Marche e Liguria.

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Attualità

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    26 settembre 2026 • 4715

    L’Avv. Salvatore Pinna – Dall’Italia all’Ilustre Colegio de Abogados de Madrid

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    26 settembre 2026 • 43225

    ULTIME NOTIZIE DAL VILLAGGIO

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    24 settembre 2026 • 1593

    NUOVA INTEGRAZIONE ALLA PROCURA PER IL CDR DI COSTA PARADISO

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    17 settembre 2026 • 2183

    DISSEQUESTRO DEL DEPURATORE DI COSTA PARADISO

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    16 settembre 2026 • 1584

    COSTA PARADISO: LA DENUNCIA-QUERELA DEL 2 SETTEMBRE SI RAFFORZA

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    24 settembre 2026 • 1593

    NUOVA INTEGRAZIONE ALLA PROCURA PER IL CDR DI COSTA PARADISO

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    17 settembre 2026 • 2183

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    COSTA PARADISO: LA DENUNCIA-QUERELA DEL 2 SETTEMBRE SI RAFFORZA

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    16 settembre 2026 • 3492

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    COSTA PARADISO, UNA GESTIONE CHE HA TRADITO LA FIDUCIA DEI PROPRIETARI

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    10 settembre 2026 • 1737

    Dopo la denuncia di Pasquale Ferrara, la Prefettura ha ciò che mancava

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    3 settembre 2026 • 2651

    COSTA PARADISO: DEPOSITO DENUNCIA-QUERELA PER CDA E CDR

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