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  • Ipocondria, la malattia immaginaria che nasconde la nostra fragilità

    6 novembre 2020 • SOCIALE • 2112

    Fenomeno della modernità, ma già presente nell’antica Grecia, l’ipocondria è un disagio legato all’idea o alla paura di avere una malattia grave o addirittura mortale.
    Per primo ne parlò Ippocrate.

    Il sapere produce forza, ma anche incertezza. Da quando abbiamo sviluppato una medicina scientifica siamo diventati più consapevoli dei mali che potrebbero affliggerci, nel corpo e nell’anima.
    A testimonianza di una modernità che è però antica, in occidente siamo diventati ipocondriaci da un paio di millenni: il termine ipocondria risale a Ippocrate che descrisse il “male degli ipocondri”, un disordine dello stomaco e della mente, che cagionava problemi digestivi, grande melanconia e paura di morire. La congiunzione di stomaco e tristezza non deve sorprendere: i greci credevano che nell’addome fosse situata la sede dei sentimenti e delle passioni umane.

    Al giorno d’oggi la diagnosi riconosciuta in modo unanime è quella individuata in un manuale americano adottato universalmente, il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders). Esso definisce l’ipocondria come “la preoccupazione legata alla paura oppure alla convinzione di avere una malattia grave basata sulla erronea interpretazione di sintomi somatici da parte del soggetto”; inoltre “la preoccupazione persiste nonostante la valutazione e la rassicurazione medica appropriata”, e “la durata dell’alterazione è di almeno 6 mesi”.

    Il vero ipocondriaco, insomma, non riconosce la natura psicologica del suo problema e ricerca la soluzione medica della malattia. Dietro il timore di malattia vi è un grande senso di vulnerabilità e debolezza, gestito erroneamente ricercando un’impossibile certezza di perfetta sanità.
    Il paziente non riesce mai a trovare una risposta adeguata al malessere perché non viene mai affrontato il vero problema, che è il senso di fragilità personale.

    L’ipocondria è rara nell’infanzia, più frequente nell’adolescenza e nella vecchiaia e la si riscontra in ambedue i sessi, anche se quello femminile sembra esserne maggiormente soggetto.
    Il decorso tende a prolungarsi, con andamento vario e sembra guarire spontaneamente solo in un decimo dei pazienti. Numerosi sono stati gli studi che hanno cercato di dare una spiegazione. Alcuni suggeriscono una predisposizione genetica e l’aver sofferto di malattie gravi durante l’infanzia. Vi sono poi i vantaggi del ruolo di malato, perseguiti però non consapevolmente: aumento dell’attenzione da parte dei familiari ed evitamento delle responsabilità, come ad esempio la mancata frequenza scolastica. Altri studi includono anche gli abusi fisici e sessuali.

    Insomma, l’ipocondria è un disagio legato all’idea o alla paura di avere una malattia grave o addirittura mortale, quale può essere un tumore o l’AIDS. I pazienti sono molto attenti ad ogni piccolo cambiamento somatico e tengono costantemente sotto controllo il loro fisico, controllandolo di continuo alla ricerca attiva della presenza di eventuali segni di malattia. Per tale ragione richiedono così di frequente ripetuti test diagnostici e visite mediche, diventando ospiti abituali di ambulatori e servizi di pronto soccorso. L’esito favorevole delle indagini non riduce, tuttavia, la preoccupazione e non riesce a rassicurare i pazienti. Gli ipocondriaci, purtroppo, nutrono la ferma convinzione che i medici con cui sono venuti a contatto non siano stati in grado di capire la vera natura del loro problema e quindi di fornirne una soluzione adeguata.

    L’ipocondriaco interpreta in modo erroneo segnali fisici innocui, come se fossero l’evidenza di una grave malattia. Si preoccupa sia delle normali funzioni corporee (quali il battito cardiaco, la peristalsi o la sudorazione) che delle alterazioni fisiche di lieve entità (come ad esempio il raffreddore o un colpo di tosse). Sensazioni fisiche vaghe, come il “cuore affaticato” o le “vene dolenti” vengono sospettate di essere segni di malattia che “devono” essere indagati e preoccupandosi per i quali l’ipocondriaco mette in atto i comportamenti prima descritti. I segnali fisici mal interpretati e la costante attenzione al proprio corpo non sono però l’unico punto di partenza dell’allarme del soggetto ipocondriaco. Possono esserlo anche le notizie di malattia apprese dai mezzi di comunicazione con un certo impatto emotivo, come la notizia di epidemie o anche la semplice divulgazione scientifica. Parimenti il venire a conoscenza di patologie che hanno colpito amici o parenti può innescare la preoccupazione per un organo specifico o per una data malattia.

    Sicuramente si tratta di un disagio della modernità e della tensione contemporanea al benessere assoluto e certo. Tuttavia, il termine era già presente nella Grecia classica, civiltà già segnata dall’ambizione tecnica di controllare la realtà. Tutta sta nel mettersi d’accordo sul significato del termine modernità. L’ipocondria ci dice che la modernità è antica, più di quanto possiamo sospettare.

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  • Marchi italiani che resistono alla pandemia

    6 novembre 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 631

    La nuova classifica dei migliori marchi pubblicata da Interbrand con lo studio Best Global Brands, sembra fotografare un interessante cambiamento in atto. A crescere sono soprattutto i marchi legati ai social media e mezzi di comunicazione. Basta vedere che Instagram è arrivato al 19esimo posto, Youtube al 30esimo e Zoom al 100esimo posto.

    I marchi italiani in classifica
    Una crescita importante ha visto alcuni marchi accelerare nell’ultimo anno.
    In pole troviamo Gucci al 32esimo posto, Ferrari al 79esimo posto, e Prada che si piazza al 99esimo. Questi brand sono riusciti a resistere nonostante la pandemia.

    I migliori marchi 2020
    Il primo posto tra i migliori marchi se lo aggiudica Apple con un valore di 322,999 miliardi di dollari. Al secondo posto ecco Amazon, con 200,667 miliardi di dollari. Terzo posto per Microsoft, che conquista la medaglia di bronzo con un valore che si avvicina a 166,001 miliardi. La quarta posizione è per Google, con un valore da 165,444 miliardi ed è sceso di una posizione rispetto allo scorso anno. Al quinto posto troviamo Samsung seguita da Coca-Cola, Toyota, Mercedes-Benz, McDonald’s e Disney che chiude la top ten dei migliori marchi con il più alto valore. Secondo Mandredi Ricca, Global Chief Strategy Officer di Interbrand:

    «Sarebbe facile ascrivere la crescita di brand come Apple, Amazon, Adobe e Microsoft alla crisi sanitaria in realtà si tratta di un’accelerazione legata alla necessità, per qualsiasi azienda , di poter offrire i propri prodotti e servizi e raggiungere i propri clienti in modi che siano indipendenti dal contesto: modelli di business legati a luoghi fisici (pensiamo a una rete di punti vendita), basati sulla densità (come in ambiti dell’intrattenimento), a contatti personali, e così via sono naturalmente a più alto rischio in un mondo in rapido cambiamento. In realtà, oggi parlare di brand tecnologici è un errore: oggi qualsiasi brand deve essere tecnologico per esistere, e la tecnologia sta ai brand come l’acqua ai pesci».

    Basti pensare a Spotify con un aumento del 52%, Netflix che è riuscita ad avere un incremento del 41% ma anche Tesla e Johnnie Walker. Ci sono poi quei marchi che hanno sofferto la pandemia da covid e sono scesi. Basti pensare a Zara e H&M.

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  • «Dal giudice il meno possibile»

    6 novembre 2020 • In evidenza, SOCIALE • 1837

    Accordo tra la Confcommercio e il Tribunale arbitrale nazionale per una veloce risoluzione delle liti
    30 OTTOBRE 2020

    SASSARI. Un accordo rivoluzionario per arrivare a risolvere il più possibile le controversie legali senza dover ricorrere al giudice. Un progetto che ha come obiettivo quello di far risparmiare i costi derivanti dai procedimenti giudiziari e i tempi di attesa per la risoluzione delle controversie, che spesso si misurano in anni.

    Nel Nord Sardegna un passo deciso verso questa direzione si è registrato grazie all’alleanza tra Confcommercio Imprese per l’Italia-Nord Sardegna e il T.G.A.N. ovvero il Tribunale giudiziario arbitrale nazionale con sede nazionale a Olbia.

    L’accordo, recentemente siglato dai rispettivi presidenti, Antonio Sole e Marco Albano, ha sancito la nascita di una nuova partnership che si propone l’obiettivo ambizioso di promuovere su tutto il territorio la cultura del giudizio arbitrale e della mediazione civile e commerciale, grazie ad una presenza radicata e capillare che ha portato all’apertura di nuove sedi già operative in tutto il Nord Sardegna: Sassari, Alghero, Oristano, Tempio Pausania, Olbia e Nuoro, coordinate dal vice presidente Gianni Deriu.

    Il servizio di risoluzione stragiudiziale delle controversie è dedicato principalmente agli associati di Confcommercio, ma tutti i cittadini, privati, consumatori, imprese, spesso scoraggiati dai costi e dalla durata dei processi ordinari, che ora potranno risolvere le controversie e tutelare i propri diritti accedendo ad un’alternativa extragiudiziale, prevista dalla legge, rapida, semplice e veloce, ma allo stesso tempo efficiente ed efficace.

    Il Tribunale giudiziario arbitrale nazionale, infatti, è sia una Camera arbitrale regolarmente costituita, sia un organismo di mediazione civile e commerciale iscritto nel registro riconosciuto dal ministero della Giustizia. Nel suo operato, si avvale di un team di mediatori civili iscritti all’albo tenuto dal ministero della Giustizia e di giudici arbitri abilitati a svolgere attività propedeutica all’azione giudiziaria, come detto, in tempi brevi (massimo 90 giorni). Opera nelle materie previste dalla legge (a titolo esemplificativo: condominio, diritti reali, usucapione, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno, da circolazione di veicoli e natanti, da responsabilità medica e da diffamazione a mezzo stampa o con altro mezzo, contratti assicurativi, bancari e finanziari) proprio con l’obiettivo di decongestionare i tribunali ordinari favorendo una soluzione delle liti in tempi brevi e certi, con il vantaggio che l’accordo tra le parti ha efficacia di titolo esecutivo, mentre l’emissione del lodo ha validità legale equivalente a una sentenza di primo grado.

    Per attivare il servizio basterà recarsi, previo appuntamento telefonico, nelle sedi di Confcommercio dove saranno istituiti degli appositi front office, contattando i numeri dedicati:
    – Sassari 079 2599500,

    – Olbia 0789 23994,

    – Tempio 079 630539,

    – Alghero 079 951867.

    Tutte le informazioni sono reperibili anche sui siti web del T.G.A.N agli indirizzi:
    www.mediatoristragiudiziali.it e www.tribunalearbitralenazionale.it.

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    Il Tribunale Arbitrale Nazionale è un importante punto di accesso cui rivolgersi nell´ipotesi in cui si intenda far decidere una controversia senza fare ricorso all´Autorità Giudiziaria Ordinaria.

    Il Tribunale Arbitrale Nazionale, convenzionato con l’Organismo di Mediazione civile e commerciale, è riconosciuto dal Ministero della Giustizia al numero 1031 del Registro Organismi di Mediazione.
    In molti paesi europei come, Francia, Belgio, Spagna, Svizzera, Germania e tanti altri, le liti giudiziarie sono decise, in gran parte, attraverso la procedura arbitrale.

    L’Arbitrato è un procedimento “Giudiziario” che permette di avere Giustizia Rapida (mediamente 4-6 mesi invece di 4-8 anni dei Tribunali Ordinari) tramite appositi professionisti “Giudici Arbitri“, le cui sentenze sono equiparabili a quelle ottenute in Tribunale Ordinario, come previsto dal Codice di Procedura Civile.

    Prima ancora di procedere all’arbitrato “Giudiziale” viene esperita la procedura di mediazione civile a costi inferiori a quelli della giustizia ordinaria. (Se il valore della lite non supera 250mila euro, le spese di avvio al procedimento di mediazione sono di appena quaranta euro, oltre alle spese di procedura e alle spese in caso di successo del procedimento).

    Il Tribunale Arbitrale Nazionale è presente in molte regioni italiane diretto dal Presidente Dott. Marco Albano che si avvale di un team composto da più professionisti, studiosi e giuristi con affermata esperienza in molteplici settori per garantire i migliori servizi nelle seguenti sezioni :

    Sezione 1
    – Controversie Condomini
    – Successioni Ereditarie
    – Comodato
    – Diritti Reali

    Sezione 2
    – Patti di Famiglia
    – Affitto di Aziende
    – Divisioni
    – Mediazioni Volontarie

    Sezione 3
    – Locazione
    – Contratti assicurativi, bancari e finanziari
    – Risarcimento del danno da responsabilità medico-sanitaria
    – Risarcimento del danno da diffamazione a mezzo stampa o altro

    La Conciliazione Civile è una nuova legge dello Stato e rappresenta il decongestionamento nei Tribunali in Italia. È una possibilità concreta di risolvere in tempi brevi, max 90 giorni, termine disposto dalla Legge, controversie civili e commerciali sorte tra due o più parti in conflitto.

    Le procedure di mediazione, garantiscono il patto di riservatezza-segretezza

    Maggiori informazioni:
    Tribunale Arbitrale di Olbia
    Via Gallura, 2 – 07026 Olbia (OT)
    +39 393 513 95 82
    info@tribunalearbitralenazionale.it

    CHIAMA IL +39 333 1275726

    INVIA UN E-MAIL A info@tribunalearbitralenazionale.it

    Nella foto il Dott. Marco Albano
    Presidente del Tribunale Arbitrale Nazionale

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  • Milano 2021, vietato fumare nei parchi

    6 novembre 2020 • In evidenza • 525

    A Milano, dal primo gennaio 2021, sarà messo al bando fumare all’aperto in determinate aree, come prevede la delibera che ha già avuto l’ok dalla giunta e che lunedì sarà esaminata durante il Consiglio comunale. Una proposta che fa storcere il naso a Gianluca Comazzi, consigliere comunale e capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale. “Mentre a Milano i contagi salgono ogni giorno, sottolinea, l’economia è al collasso e il trasporto pubblico fa acqua da tutte le parti, l’assessore alla Mobilità ha annunciato oggi che a partire dal 1 gennaio 2021 ai milanesi sarà vietato fumare nei parchi, negli stadi, nelle fermate del tram e nei cimiteri. Sembra una barzelletta, ma è tristemente vero”.

    “Anziché ampliare il numero di corse, prosegue Comazzi, contingentare gli ingressi nelle stazioni della metropolitana, intensificare i controlli per evitare assembramenti dentro i convogli e sospendere Area C, il Comune di Milano si preoccupa dei mozziconi di sigaretta per terra e del fumo passivo″.

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  • Fuorilegge le ricette mediche di «comodo»

    30 ottobre 2020 • In evidenza, SALUTE • 758

    Lo stesso codice deontologico vieta la prassi diffusa di rilasciare prescrizioni di farmaci, ad aesempio dopo una chiacchierata telefonica con il paziente. E questo riguarda anche le ricette bianche.

    Scatta il falso ideologico per il medico che, per fare un favore al farmacista che ha venduto un farmaco senza ricetta, lo prescrive sotto dettatura sul suo ricettario bianco. La Corte di cassazione (sentenza 28847), conferma la condanna per la prescrizione di un medicinale senza aver mai visto il paziente. Senza successo la difesa fa presente che le ricette “incriminate” non erano rosse, e dunque a carico del servizio sanitario nazionale, ma “fogli” liberi del medico di base che non agiva come pubblico ufficiale. Ad avviso dell’imputato la ricetta bianca era una semplice scrittura privata, che non conteneva nessuna attestazione di fatti di cui doveva essere provata la verità, ed aveva il solo scopo di autorizzare il farmacista alla vendita del farmaco, senza dare atto di una patologia. Un modo, insomma, di rimuovere l’ostacolo che la legge pone alla vendita di tutti i farmaci che non siano da banco.

    Per la Cassazione non è così. La Suprema corte, nel confermare la falsità ideologica in certificati, commessa da una persona che svolge un servizio di pubblica utilità, coglie l’occasione per fare il punto sulla differenza tra il ricettario rosso, e quello bianco con la sola intestazione del medico. E ricorda che anche la prescrizione sul ricettario bianco, che il medico deve usare quando svolge attività privata, intramoenia compresa, presuppone un accertamento della sussistenza di un patologia che giustifichi la somministrazione del prodotto, a prescindere dall’obbligo di indicare la diagnosi. Una ricognizione diretta, imposta anche dal Codice deontologico dei camici bianchi che obbliga i sanitari ad indicare nelle ricette, solo dati clinici constatati.

    La cattiva prassi delle “diagnosi” telefoniche
    E questo proprio per evitare, le ricette di comodo, scritte al buio. Chiaramente non c’è alcun obbligo di visita quando il medico conosce già in paziente perché lo ha in cura da tempo, ha sintomi ricorrenti o una malattia cronica. La Suprema corte chiarisce che non può essere considerata attività ricognitiva «nonostante la prassi diffusa in tal senso, quella del medico che prescriva un farmaco semplicemente colloquiando al telefono con un assistito mai incontrato, il quale descrive determinati sintomi, senza averlo mai visitato e senza neanche conoscerne, ad esempio, le potenziali reazioni allergiche ad un determinato farmaco». In linea generale dunque la prescrizione di un medicinale presuppone una vista o la conoscenza diretta di un patologia. Fermo restando che le ricette, di entrambi i colori, condividono la stessa funzione accertativa, le differenze tra fogli bianchi e rossi, ci sono.

    Le ricette dematerializzate
    I giudici sottolineano che la sostituzione della ricetta “colorata” con quella dematerializzata, non influisce sui criteri di creazione a utilizzo. Le regole più stringenti dettate per quest’ultima sono giustificate dal fatto che quanto prescritto pesa sul servizio sanitario nazionale, e può essere usata contro il medico, in caso di uso inappropriato, davanti alla corte dei conti. Circostanza che non vale per la bianca che conserva comunque la sua valenza di certificativa: il beneficiario deve dunque rientrare nella categoria dei soggetti che hanno diritto alla prestazione. E non perché lo dice lo stesso assistito o il farmacista, ma perché risulta al medico.

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  • Crescono i risparmi depositati in banca

    30 ottobre 2020 • ECONOMIA • 597

    L’ultimo rapporto dell’Associazione bancaria italiana (Abi) ci delinea un quadro tendenzialmente negativo per l’economia italiana nei prossimi mesi. La buona notizia è che i risparmi depositati in banca a gennaio nel nostro Paese sono cresciuti di 10 miliardi in un mese e di 125,2 miliardi in un anno (+8%), arrivando a 1.681,9 miliardi di euro, praticamente molto più di quanto sarà il nostro PIL a fine 2020. Per contro, questo boom non è certo generato dalla maggiore capacità di reddito delle famiglie, semmai dalla loro paura per quello che le attende con l’autunno e l’inverno, con l’emergenza Covid tornata già in auge.

    Per capire quanto la pandemia abbia influito sulla lievitazione dei conti bancari, dovremmo confrontare il trend tra il febbraio e settembre di quest’anno, cioè da quando la crisi sanitaria è arrivata in Italia, con lo stesso periodo del 2019. Ebbene, scopriamo che nel periodo febbraio-settembre dello scorso anno i depositi bancari erano aumentati di 67,9 miliardi, mentre nel febbraio-settembre 2020 di 97,6 miliardi, cioè di 29,7 miliardi in più. In modo grossolano, possiamo affermare che il Covid abbia inciso per 30 miliardi.

    Sempre l’Abi ci fornisce altri dati interessanti, vale a dire il costo medio della raccolta tra la clientela (settore privato + Pubblica Amministrazione) e l’interesse medio percepito sui presti erogati a famiglie, imprese e PA. Le banche italiane a settembre avrebbero sostenuto un tasso passivo medio dello 0,52% annuale, a fronte di un tasso attivo praticato del 2,27%. Considerate le masse in gioco, abbiamo che esse hanno dovuto remunerare il risparmio per 9,9 miliardi su base annua, a fronte di 39 miliardi (sempre su base annua) incassati sui prestiti erogati. Il margine d’interesse, quindi, è stato di 29,1 miliardi a settembre.

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  • Covid-19: ‘coprifuoco’ è solo una parola al vento

    30 ottobre 2020 • In evidenza, SALUTE • 882

    “Non possiamo vivere aspettando il vaccino. Il vaccino non può essere la scusa per abbassare la guardia”: così il professor Silvio Garattini, farmacologo e fondatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, commenta le notizie che ogni giorno si rincorrono sull’arrivo, per alcuni imminente, dell’antidoto al Covid-19.

    C’è chi dice che arriverà a dicembre, chi nei primi mesi del 2021: l’attesa, secondo Garattini, è snervante e ingiustificata. “Non possiamo far affidamento solo sul vaccino, afferma. Sicuramente ci darà una grossa mano, ma ora contano solo i comportamenti dei cittadini”.

    Il professore non intende spegnere l’entusiasmo di chi vede nel vaccino un’ancora di salvataggio, ma ci tiene a far riflettere: ”È vero che i vaccini per il coronavirus sono in uno stato avanzato di sperimentazione, ma i dati devono essere ancora elaborati.

    Fondamentalmente non sappiamo ancora almeno tre cose. La prima è se sarà davvero efficace. Non conosciamo la percentuale di protezione: il vaccino può proteggere al 100%, ma anche al 90%, all′80%, fino al 50%. La seconda domanda è: sarà ben tollerato? Questo è un punto importante perché dobbiamo somministrarlo a persone sane e dobbiamo essere sicuri che non farà danni. Il terzo è per quanto tempo sarà in grado di proteggerci. C’è anche da dire che tutta la documentazione riguardante il vaccino dovrà essere approvata da autorità regolatorie e questo processo non è affatto breve. Se avremo risposte positive, le prime dosi saranno messe in commercio all’inizio dell’anno nuovo perché la produzione è già partita. Ma non saranno disponibili per tutti, almeno inizialmente”.

    Quindi, cosa fare nel frattempo? Per il farmacologo, “il singolo deve entrare in gioco, capire che può nuocere all’altro e prendere tutte le precauzioni per non essere veicolo del virus”.

    Anche il governo, però, deve fare la sua parte, prima di tutto rafforzando i controlli: “Si fa presto a dire ‘coprifuoco’, ma chi controlla se la gente va in giro dopo mezzanotte? Chi controlla gli assembramenti e se i tavoli al ristorante sono davvero da sei persone? Bisogna tener presente che non basta dire le cose, bisogna anche farle. E per farle bisogna mettere in piedi tutto un tipo di organizzazione. I controlli vanno organizzati e potenziati: ad esempio, sarebbe giusto spalmarli su tutta la giornata o in alcune fasce d’orario critiche. Altrimenti sono solo parole al vento”.

    Secondo Garattini, altre due macroaree andrebbero riviste: la prima è quella dei trasporti, la seconda è quella dei tamponi. Per quanto riguarda i mezzi pubblici, il professore è convinto che si sia perso tempo: “Si sapeva da marzo che prima o poi il sistema avrebbe riaperto e sarebbe tornato a funzionare, i trasporti andavano gestiti diversamente. I bus sono strapieni, i controlli non si fanno. E il contagio viene favorito”.

    Un altro problema a cui bisognerebbe subito porre rimedio è quello dei tamponi: “Il tracciamento è fallito perché per funzionare richiede una tempestiva presenza di tamponi, che oggi non abbiamo. Non si può sequestrare la gente in casa perché non ci sono tamponi o perché l’iter per farli è troppo lungo. È inaccettabile che le persone si facciano 12 ore di fila al drive-in. Il tampone ha un valore ed è importante, ma è importante anche farlo rapidamente”.

    A proposito di tamponi, Garattini ci tiene a chiarire una convinzione oggi fin troppo diffusa. “Non è vero, afferma, che i tanti contagi di questi giorni siano dovuti solamente all’alto numero di tamponi. Il rapporto sta aumentando. Il numero di positivi sta aumentando. Il numero di morti sta aumentando: ricordiamoci che eravamo quasi a livello zero, ne avevamo due, tre, quattro, poi dieci, ora abbiamo superato quota 100. Il virus si sta diffondendo: è un concetto che dobbiamo accettare, senza cadere in facili allarmismi. La paura genera irrazionalità, noi invece dobbiamo essere razionali. Dobbiamo capire che questo virus c’è e che ne siamo i principali diffusori”.

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  • Christine Lagarde: La frase chiave è “ ricalibrare”

    30 ottobre 2020 • ECONOMIA • 641

    La presidente della Bce si prende un altro mese prima del possibile aumento di 500 miliardi degli acquisti: “Aspettiamo nuovi dati anche su contagi e lockdown: novembre sarà molto negativo”

    Christine Lagarde non ha deluso le attese ma nemmeno le ha pienamente soddisfatte. Nel mezzo della seconda ondata della pandemia Covid, il Consiglio Direttivo della Bce nella riunione di fine ottobre ha concordato all’unanimità di rinviare a dicembre ogni decisione sugli strumenti monetari che restano sostanzialmente invariati. Tra poco più di un mese, con le nuove proiezioni macroeconomiche e con alle spalle novembre che sarà “molto negativo”, l’Eurotower “ricalibrerà i suoi strumenti come appropriato”. “Questa è la frase chiave”, ha detto Lagarde rileggendo ed enfatizzando in conferenza stampa il passaggio del comunicato in cui si parla appunto di “ricalibrare” il suo arsenale monetario. E per tutti gli strumenti, Lagarde intende “tutti quelli che abbiamo”, da usare “con tutta la flessibilità che abbiamo – Pepp in cima – per indirizzare ogni sviluppo della situazione”. I primi lockdown in alcune zone dell’Eurozona e le pressioni esterne non hanno accelerato la mano del Consiglio Bce dal quale si attende un incremento di ulteriori 500 miliardi del programma pandemico di acquisto titoli da 1350 miliardi. Se ne parlerà a dicembre, quindi, anche se non si può escludere un Consiglio direttivo straordinario prima di allora. Un dato è chiaro: la politica monetaria dovrà essere “ricalibrata”, su questa necessità “ci sono pochi dubbi”, ha detto Lagarde. Aggiungendo che ricalibrare può voler dire anche “estendere” e che, sebbene oggi ci sia stata unanimità nel lasciare tutto invariato, “non vuol dire che ci debba essere sempre per prendere delle decisioni”. Tradotto: messaggio per i falchi del Consiglio, l’unanimità per ampliare gli acquisti non è necessaria.

    Le nuove misure dipenderanno comunque dall’andamento della seconda ondata di contagio, dell’impatto delle misure di contenimento e dalle politiche fiscali dei governi. Molti Paesi stanno introducendo nuovamente restrizioni ai movimenti delle persone per frenare la curva dei positivi nel Vecchio Continente prima che vada fuori scala, con versioni più o meno light dei lockdown già sperimentati durante la prima ondata dell’epidemia. Il quadro macroeconomico si va perciò rapidamente deteriorando: “Gli ultimi dati ci dicono che l’economia europea sta perdendo slancio più rapidamente del previsto”. L’Eurotower si aspetta un mese di novembre “molto negativo” perché rifletterà la perdita di velocità delle economie Ue e l’aumento dei contagi. Il quarto trimestre registrerà chiaramente un “significativo” rallentamento, “ma non sappiamo se la crescita sarà negativa”. Sul fronte inflazione, resterà negativa “nei prossimi mesi fino all’inizio del 2021″, assicurando però “che non c’è rischio di deflazione”.

    La conferma di nuove misure a dicembre a risollevato i listini europei che dalla mattina boccheggiavano, riportandoli verso la parità. I segnali positivi però si fermano qui, ancorati alle attese per il futuro. “La significativa risalita del tasso
    d’infezione e il conseguente rafforzamento delle misure di contenimento a partire dalla fine dell’estate costituiscono un chiaro freno alle prospettive di breve termine”, ha detto Lagarde.

    Per il momento prevale una preoccupata attesa per poi agire a dicembre sulla base delle previsioni aggiornate. La Bce ha lasciato quindi i tassi d’interesse invariati, il ‘refi’, tasso di rifinanziamento principale, resta fermo allo 0%, quello sui prestiti marginali allo 0,25% e quello sui depositi a -0,50%. Quanto al Pepp, sembra si stia facendo largo tra i membri del Direttivo che i 1350 miliardi potrebbero non bastare per far fronte a una seconda ondata.

    La politica monetaria della Bce comunque continuerà a fare il suo dovere, ha garantito Lagarde, aggiungendo di fare affidamento sulla politica fiscali dei governi. “E’ un bene che per la prima volta in molti anni la politica monetaria e quella fiscale lavorino insieme, mano nella mano. Voglio essere onesta, non sarei sorpresa se ci fosse un supporto fiscale ancora maggiore nel 2021”.

    Quando al Recovery Fund, lo ha definito un “game changer”, ma ha messo in guardia gli Stati membri sui costi di eventuali ritardi, dal momento che il fondo europeo per la ripresa è impigliato da settimane nei negoziati tra Consiglio Ue e Parlamento sul bilancio pluriennale e sul rispetto dello stato di diritto. “Il Consiglio direttivo ritiene importante che il Next Generation EU diventi operativo senza ritardi e che i fondi siano utilizzati per spese pubbliche produttive”. Da parte sua, “la Bce c’era durante la prima ondata del virus, ci sarà anche durante la seconda ondata”, ha assicurato Lagarde.

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  • Piazza Affari, Londra e Parigi umiliano il sistema-Paese

    23 ottobre 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 638

    La politica e i media del Bel Paese celebrano entusiasticamente il ritorno di Piazza Affari in Italia. Dopo 13 anni, gli inglesi hanno deciso di venderla ai francesi. London Stock Exchange ha ceduto Borsa Italiana a Euronext per la cifra di 4,325 miliardi di euro. Nell’operazione si sono inseriti due investitori istituzionali italiani – CDP e Intesa Sanpaolo – che otterranno rispettivamente l’8% e il 2% del capitale. Di fatto, Milano farà parte della prima borsa europea. Londra non avrebbe voluto privarsene, ma è stata costretta dalle autorità Antitrust di Bruxelles, a seguito della sua acquisizione, ancora da completare, di Refinitiv da Reuters per 27 miliardi di dollari.

    Gli inglesi, appropriandosi della società di data company, avrebbero avuto una posizione eccessivamente dominante sui mercati dei capitali del Vecchio Continente. LSE aveva rilevato Borsa Italiana nel 2007 per 1,6 miliardi. Le sinergie tra Milano e Londra sono durate, dunque, 13 anni. Nel 2017, sempre LSE aveva avanzato un’offerta per comprare Deutsche Boerse, la borsa tedesca, ma l’iniziativa fu bloccata dalla UE e sempre per ragioni di concorrenza.

    Cosa ci sia di glorioso in questa vicenda non è dato capirlo. E’ vero, due player nazionali hanno ottenuto una quota di minoranza del capitale, ma si tratta per l’appunto di un misero 10%, che certo non consente loro di distribuire le carte. Ma l’aspetto più umiliante, semmai volessimo parlare di ritorno in mani italiane, appare un altro: gli inglesi (ci) hanno rivenduto il nostro asset finanziario dopo 13 anni a un prezzo di quasi 3 volte superiore, maturando una plusvalenza di oltre 2,7 miliardi.

    Finanza italiana di “nani”
    Questo significa che sono stati bravi a valorizzare Borsa Italiana in un periodo dannato per il mercato finanziario italiano.

    I valori azionari sono implosi a Milano con la crisi mondiale del 2008-’09 e non si sono più ripresi, attestandosi oggi mediamente a circa il 45% dei massimi di maggio 2007. Per contro, noi sistema-Italia siamo stati così incapaci, che in un primo momento abbiamo venduto agli inglesi, evidentemente non riuscendo a trovare un acquirente domestico che abbia potuto competere in termini di prezzo; e adesso ricompriamo la nostra borsa per una fetta del 10% e pagandola per oltre 2,5 volte di più.
    Di fatto, stiamo ammettendo che per valorizzare un asset italiano dobbiamo prima farlo fruttare all’estero, perché in patria non ne siamo capaci. C’è orgoglio in questa constatazione? Diremmo proprio di no. Per non parlare del fatto che Milano passerà dall’essere controllata dagli inglesi ad esserlo dai francesi. Perché? Londra e Parigi hanno i capitali, noi no. E perché? Non abbiamo investitori sufficientemente grandi e risultiamo sottocapitalizzati. Insomma, perché siamo meno bravi degli altri, inutile girarci attorno. Non è il fato avverso che ci fa restare nani dinnanzi ai giganti stranieri, ma un coacervo di disincentivi normativi, fiscali e di arretratezza culturale e imprenditoriale.

    Infine, questa CDP, che altro non è che la longa mano dello stato in economia, ormai è come il prezzemolo. La trovi ovunque, anche solo per dissuadere qualche investitori straniero “indesiderato” dal fare ingresso nello Stivale. A parte i rischi che una simile strategia comporta per il sistema industriale e finanziario italiano, vi pare normale che solo un ente del Tesoro sia capace di tenere testa alla finanza straniera, mentre quella italiana sia rimasta affollata da capitalisti senza capitali? Non c’è gloria in questo falso ritorno di Borsa Italiana, perché si è trattato solo di essersi avvicinata a casa, trasferendosi da Londra a Parigi. Da Milano, sussistono ancora 850 km.

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  • Mattarella convoca il Consiglio supremo della Difesa

    23 ottobre 2020 • In evidenza • 614

    Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato il Consiglio supremo della Difesa per martedì 27 ottobre. Il Consiglio, come riporta il sito istituzionale della presidenza della Repubblica, è un organo costituzionale che “è presieduto dal capo dello Stato ed è composto dal presidente del Consiglio dei ministri, dai ministri per gli Affari esteri, dell’Interno, dell’Economia e delle Finanze, della Difesa e dello Sviluppo Economico e dal capo di Stato maggiore della Difesa.

    Partecipano, per prassi, alle riunioni del Consiglio il sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei ministri, il segretario generale della presidenza della Repubblica ed il segretario del Consiglio supremo di difesa.

    A seconda delle circostanze e della materia trattata, possono essere chiamati a prendere parte alle riunioni anche altri ministri, i capi di stato maggiore delle Forze armate, il comandante generale dell’arma dei Carabinieri, il presidente del Consiglio di Stato, nonché ulteriori soggetti e personalità in possesso di particolari competenze in campo scientifico, industriale ed economico ed esperti in problemi militari.

    In discussione, come si legge nel comunicato stampa della presidenza, ci saranno le conseguenze dell’emergenza sanitaria sugli equilibri strategici e di sicurezza globali, con particolare riferimento alla Nato e all’Unione europea, l’aggiornamento sulle principali aree di instabilità e il punto della situazione sul terrorismo transnazionale, le prospettive di impiego delle Forze Armate nei diversi teatri operativi, la determinazione del grado di prontezza, efficienza, integrazione e interoperabilità dello Strumento Militare nazionale, il bilancio della Difesa, infine lo stato dei programmi di investimento in relazione alla fluidità del contesto di riferimento e agli obiettivi capacitivi di lungo periodo.

    La convocazione del Consiglio Supremo della Difesa rientra nelle facoltà del presidente della Repubblica che tramite la seduta, che si effettua solitamente almeno due volte l’anno, acquisisce conoscenze sugli orientamenti del governo in materia di sicurezza e Difesa. L’organo è infatti la “sede istituzionale permanente per la discussione e l’approfondimento multidisciplinare delle problematiche relative alla sicurezza ed alla difesa. Le attività condotte nel suo ambito e quelle che da esse conseguono concorrono a porre i suoi componenti nelle condizioni di esercitare, in maniera sinergica rispetto a linee d’azione condivise, i rispettivi ruoli istituzionali, sia in rapporto alla propria specifica area di competenza sia a supporto di quella di ciascuno degli altri. Attraverso esso i suoi componenti possono concorrere a definire criteri per il migliore esercizio delle rispettive singole competenze”.

    Il Consiglio viene chiamato a riunirsi da prassi consolidata, e in alcuni periodi della storia, anche recente, è stato convocato anche più di due volte l’anno: nessuna “guerra” guerreggiata alle porte quindi, nessuna emergenza incombente, nessun “strano movimento” di truppe Nato in Europa. Il presidente della Repubblica, tramite il Consiglio, si sincera solamente delle attività riguardanti la sicurezza e la Difesa dello Stato e così facendo concorre al coordinamento delle varie istituzioni preposte a salvaguardarle.

    In particolare, dato l’emergere della seconda ondata pandemica anche in Italia, è molto probabile che verrà discusso, oltre alle conseguenze dell’emergenza sanitaria a livello della sicurezza globale, la possibilità di impiegare le Forze armate, e nella fattispecie l’Esercito, per garantire il rispetto del “coprifuoco” che da giovedì calerà sulle notti italiane, come da richiesta di alcuni governatori regionali. Sicuramente verrà fatto anche il punto sull’attività delle Forze armate effettuata durante l’emergenza pandemica: voli sanitari dell’Aeronautica Militare, costruzione di ospedali da campo, attività addestrativa dei nuclei Nbcr (Nucleare Batteriologico Chimico Radiologico), ma si parlerà anche di come il normale esercizio delle nostre FFAA sia stato condotto in regime di pandemia. La nostra Difesa, infatti, è stata in grado di circoscrivere rapidamente qui piccoli focolai epidemici scoppiati al suo interno e ha saputo affrontare l’attività di addestramento e di missione in piena efficienza, spiccando nel quadro globale dove, altri nostri alleati “più blasonati” della Nato, hanno incontrato serie difficoltà che ne hanno minato le capacità per qualche periodo.

    Restando in ambito globale, in Consiglio, come si legge, verrà discussa la situazione delle principali aree di crisi, alcune delle quali ci vedono direttamente coinvolti: ricordiamo, ad esempio, la missione antipirateria Atalanta, al cui comando è stata recentemente posta la fregata Alpino, oppure la missione di air policing dell’Aeronautica Militare attualmente in esercizio nei Paesi Baltici, diventati, insieme al Mar Nero e ai mari del Grande Nord, il nuovo fronte caldo dove si incrociano (e scontrano) gli interessi della Nato e della Russia.

    Senza dimenticare la Cina. La penetrazione commerciale ed economica di Pechino in Italia, anche attraverso la rete 5G, viene osservata attentamente dalla Difesa: l’acquisto di infrastrutture, come sta succedendo a Taranto e come è già successo a Trieste o a Vado Ligure, è una spia della volontà della Cina di estendere la sua rete commerciale ma anche la sua influenza politico/culturale, fondamentale per ottenere consensi e appoggi politici per la sua espansione a livello globale che viene effettuata anche con lo strumento militare.

    La costruzione di infrastrutture portuali intorno al globo, ed in particolare nell’area indo-pacifica, ha una doppia finalità: avere basi commerciali ma anche scali per il rifornimento del proprio naviglio militare in chiave della futura proiezione marittima globale, ovvero per avere la capacità di proiezione di forza, tramite una blue water navy, che faccia concorrenza a quella statunitense intorno al globo.

    Sicuramente, sempre per quanto riguarda le aree di instabilità, verranno discusse le recenti tensioni tra Grecia e Turchia, nonché il posizionamento dell’Italia nell’ancora aperta questione libica che ci vede marginalizzati rispetto proprio all’intervento turco in favore di Tripoli, che, lo ricordiamo, è stata lautamente appoggiata dall’Italia sin dalla nascita del governo di unità nazionale.

    Crediamo che, proprio perché la Turchia è coinvolta, si discuterà anche della recente crisi nel Nagorno-Karabakh e di come Ankara stia, col suo agire, minando i fondamenti dell’Alleanza tanto che, oltre Atlantico, c’è chi pensa che per gli Stati Uniti sia giunto il momento di abbandonare le proprie posizioni in Turchia.

    Sicuramente, in chiave di bilancio, si discuterà dei nuovi programmi: in cima crediamo, ma è più una speranza la nostra, che si parli a fondo dell’impegno italiano nel nuovo caccia di sesta generazione Tempest, un programma di sviluppo fondamentale e avveniristico che avrà importantissime ricadute sull’industria nazionale che condividiamo con Regno Unito e Svezia.

    Questo Consiglio Supremo della Difesa, quindi, è un vertice di routine che capita sì in un momento storico straordinario – dato dalla crisi epidemica e dalle tensioni internazionali – ma che non ha nessun valore eccezionale o preoccupante.

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Attualità

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    28 settembre 2026 • 4746

    L’Avv. Salvatore Pinna – Dall’Italia all’Ilustre Colegio de Abogados de Madrid

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    28 settembre 2026 • 43294

    ULTIME NOTIZIE DAL VILLAGGIO

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    NUOVA INTEGRAZIONE ALLA PROCURA PER IL CDR DI COSTA PARADISO

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    17 settembre 2026 • 2220

    DISSEQUESTRO DEL DEPURATORE DI COSTA PARADISO

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    COSTA PARADISO: LA DENUNCIA-QUERELA DEL 2 SETTEMBRE SI RAFFORZA

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    COSTA PARADISO: LA DENUNCIA-QUERELA DEL 2 SETTEMBRE SI RAFFORZA

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    16 settembre 2026 • 3525

    Obblighi immediati per il Comune di Trinità d’Agultu e Vignola

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    13 settembre 2026 • 3376

    COSTA PARADISO, UNA GESTIONE CHE HA TRADITO LA FIDUCIA DEI PROPRIETARI

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    10 settembre 2026 • 1777

    Dopo la denuncia di Pasquale Ferrara, la Prefettura ha ciò che mancava

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    3 settembre 2026 • 2690

    COSTA PARADISO: DEPOSITO DENUNCIA-QUERELA PER CDA E CDR

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    3 settembre 2026 • 2284

    COME SCRIVERE ALL’ AVV. SALVATORE PINNA

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