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  • UNA DISCARICA DI RIFIUTI SPECIALI È STATA SCOPERTA DAI CARABINIERI

    3 febbraio 2020 • Dentro la notizia, ARCHIVIO DENTRO LA NOTIZIA, NOTIZIE DAL VILLAGGIO • 2983

    Una discarica di rifiuti speciali è stata scoperta dai carabinieri del Noe di Sassari all’interno di un villaggio turistico, a Costa Paradiso, nel Comune di Trinità D’Agultu, poco distante dal mare.

    I militari hanno denunciato alla Procura di Tempio tre persone, tra cui il proprietario di un’abitazione, all’interno del villaggio, un impresario edile e un professionista.

    Secondo la ricostruzione dei carabinieri, avrebbero realizzato nell’area del villaggio, senza alcuna autorizzazione, una vasta discarica di rifiuti speciali non pericolosi, inerti provenienti dalla demolizione di una piscina e da altri fabbricati in cemento, che risultavano tra l’altro costruiti in totale difformità dal progetto approvato.

    L’accumulo di rifiuti aveva anche danneggiato un bosco di ginepri nani, sottoposti a particolare tutela paesaggistica.

    Caterina De Roberto

    CRONACA SARDEGNA – SASSARI E PROVINCIA
    03 Gennaio 2020 alle 14:10

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  • Dieta e attività fisica per limitare il declino

    1 febbraio 2020 • In evidenza, SALUTE • 854

    La dieta mediterranea potrebbe essere protettiva perché antiossidanti, vitamine e acidi grassi polinsaturi combattono lo «stress ossidativo» e l’infiammazione correlati all’alimentazione.

    Dieta mediterranea
    Conservare il cervello in buone condizioni è possibile mantenendosi attivi fisicamente e mentalmente, ma anche l’alimentazione è importante. La dieta mediterranea, basata su cereali, pasta, pane, olio d’oliva, legumi, semi e pesce, potrebbe essere protettiva perché antiossidanti, vitamine e acidi grassi polinsaturi che contiene, combattono lo «stress ossidativo» e l’infiammazione correlati all’alimentazione. «Accertata nei roditori, la neurogenesi negli esseri umani adulti è ancora oggetto di dibattito, ma è un’idea affascinante, e non avrebbe solo funzioni di riparazione, ma parteciperebbe ai meccanismi di memoria e apprendimento» dice Giovambattista Pani del Laboratorio di trasduzione del segnale, Istituto di Patologia Generale, Università Cattolica del Sacro Cuore, di Roma.

    I polifenoli
    «La neurogenesi è stimolata da fattori ambientali, e quindi anche da alimentazione e attività fisica – prosegue Pani -. I polifenoli, costituenti alimentari soprattutto di origine vegetale, dotati di capacità antiossidanti, si sono dimostrati capaci di favorire il processo neurogenetico e di rallentarne il declino legato all’invecchiamento in diversi modelli animali, anche se al momento l’effetto negli esseri umani è tutto da dimostrare. Un’altra categoria di sostanze che sembrano stimolare la neurogenesi, anche se di natura non alimentare, sono gli antidepressivi, e la loro azione sull’umore dipenderebbe in parte dallo stimolo alla neurogenesi». Una corretta alimentazione andrebbe comunque associata ad altri stimoli positivi.

    Obesità percepita come stress ossidativo
    «Importante una regolare attività fisica – dice ancora Pani -. Obesità e diabete sono percepiti dall’organismo come stress ossidativo cronico, con una reazione infiammatoria che impatta anche sul cervello. Le cellule staminali cerebrali in queste condizioni sono attivate indiscriminatamente per poi esaurirsi, lasciando così il cervello esposto a processi neurodegenerativi». Tutte le cellule incluse quelle della neurogenesi – chiamate «staminali neurali» – interpretano come segnali le sostanze nutrienti e l’infiammazione, che produce radicali liberi. «Un livello ottimale di nutrienti mantiene le cellule staminali quiescenti, facendole durare a lungo» dice Virve Cavallucci dello stesso laboratorio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

    Batteri intestinali «buoni»
    «Al contrario, l’eccesso di zucchero o grassi e lo stress ossidativo e infiammatorio, prodotti dal grasso in eccesso, le “allarmano” senza motivo, portandole all’esaurimento – aggiunge Cavallucci -. Alcuni nutrienti come i polifenoli, avendo capacità antiossidante e antiinfiammatoria, potrebbero teoricamente opporsi al processo, il che deve però essere ancora compiutamente verificato. Altri dati indicano che un ruolo nell’effetto dell’alimentazione sulla neurogenesi potrebbero giocarlo i batteri intestinali “buoni”, che favorirebbero la neurogenesi limitando l’infiammazione dovuta a obesità e invecchiamento».

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  • L’assenza di cultura politica

    1 febbraio 2020 • In evidenza • 866

    Le dimissioni di Di Maio e il fallimento disastroso dei 5 Stelle al governo.

    C’è stato un sobbalzo dello spread BTp-Bund ieri, quando i media anticipavano in mattinata le imminenti dimissioni di Luigi Di Maio da portavoce del Movimento 5 Stelle. I mercati temono che la mossa precluda a una caduta altrettanto imminente del governo “giallo-rosso” guidato dal due volte premier Giuseppe Conte.
    L’unica certezza è che questa scelta avviene a 4 giorni dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria e che nei fatti sancisce il fallimento dei “grillini” al governo. Come mai proprio adesso e non prima e nemmeno dopo il voto di domenica prossima?
    Difficile immaginare che l’assai probabile risultato catastrofico dell’M5S a Bologna e Catanzaro non gli venga addebitato. Di Maio sarà considerato responsabile del disastro per ancora diversi mesi, quale che sia lo scenario politico nazionale. Lascia, non solo e forse non tanto per colpa sua, un movimento rinchiuso nel bunker, terrorizzato dall’idea di confrontarsi con la volontà popolare, che fino al marzo del 2018 gli aveva sempre dato ragione. Ha perso quella verginità politica sbandierata ai quattro venti come garanzia di trasparenza e pulizia, salvo ritrovarsi a 18 mesi dalla vittoria alle ultime elezioni politiche al suo secondo governo e alleato prima della Lega e dopo del Partito Democratico, con quest’ultimo ad essere stato additato proprio dai grillini come una sorta di demonio in terra e responsabile di ogni nefandezza, anche la più indescrivibile.

    La metamorfosi dei 5 Stelle
    Fosse stato per Di Maio, l’alleanza col PD non sarebbe stata mai siglata, ma tant’è. Il movimento di cui è stato a capo fino a ieri mattina si è trasformato rapidamente da anti-establishment in Italia ed Europa, a stampella della Commissione Ursula von der Leyen a Bruxelles e del PD redivivo a Roma. In men che non si dica, è passato dal “no agli sbarchi dei clandestini” al “processiamo Salvini per avere fermato gli sbarchi”. Il premier che si è scelto con determinazione nella primavera di due anni fa ha condotto una politica diametralmente opposta al mandato che i pentastellati avevano ricevuto alle urne.

    Conte si è distinto in 20 mesi scarsi da premier per la sua accondiscendenza alla Germania di Frau Merkel e alla Francia di Macron, per il suo essere trumpiano ed europeista allo stesso tempo, a favore del risanamento fiscale e della riforma del MES, il contrario del “populismo” della base che lo ha portato a Palazzo Chigi, pur ignorandone l’esistenza.
    Andare al governo non è mai facile per nessuno, specie se si eredita un’economia in eterno affanno come quella italiana. Tuttavia, non sfuggirà ai più che l’M5S ci sia andato insieme alla Lega fino al settembre scorso, ma con risultati elettorali diametralmente opposti: il Carroccio ha raddoppiato i consensi, i 5 Stelle li hanno dimezzati. Facile accusare Matteo Salvini di essere capace solo di facile propaganda. La verità è che dietro al loro fallimento senza appello si cela l’assenza di cultura politica e di programmi che vadano oltre gli slogan. Il reddito di cittadinanza da solo non può bastare a mantenere il consenso, nemmeno in quel sud così incrostato di assistenzialismo. Il problema per il movimento consiste nel non potere andare oltre simili misure apparentemente popolari, non avendo un elettorato di riferimento effettivo, inteso come categorie socio-economiche e con inclinazioni culturali omogenee.

    L’assenza di cultura politica
    L’M5S aveva creduto di essere riuscito a superare la dicotomia destra-sinistra, su cui la politica dell’Occidente si regge da secoli. E lo aveva supposto per via del boom di consensi di innumerevoli formazioni anti-sistema in tutta Europa, ritenendo di potersi inserire in tale scia, se non di farne da traino. Ma Di Maio & Co, la cui cultura politica rasenta quella di un moscerino, forse non si erano accorti che tutte le formazioni cosiddette “anti-establishment” o “populiste” europee, pur ambendo a smantellare gli schieramenti tradizionali, hanno un posizionamento certo. La Pen in Francia, Farage nel Regno Unito o Salvini in Italia sono personalità di destra; magari una destra diversa da quella tradizionale, ma pur sempre destra. E i Verdi in Germania e in Scandinavia, reduci da forti successi di recente, sono di sinistra, pur in contrasto con socialisti e socialdemocratici su vari temi, tra cui proprio l’ambiente.

    Lo stesso Macron, che ha spazzato via i socialisti e ammaccato considerevolmente i neo-gollisti, è di fatto un centrista, ma non inteso alla grillina, cioè come assenza di idee e ago della bilancia per governare con chicchessia, bensì nel senso di un liberale con tratti conservatori, pur non ideologico. Beppe Grillo, nel disperato tentativo di concludere in maniera dignitosa un’esperienza nata quasi per caso oltre un decennio fa, sta cercando di agganciare quel che resta dell’M5S al PD, al fine di trasformarlo in una gamba progressista con cui il centro-sinistra farebbe i conti nei prossimi anni, malgrado le percentuali verosimilmente basse.

    Non si tratta di una scelta di visione, quanto di puro opportunismo: a destra non ci sono spazi, in quanto il vuoto lasciato per anni dal berlusconismo è stato appieno colmato dalla Lega e dall’ascesa di Fratelli d’Italia. Non a caso, a destra avevano guardato i grillini fino al loro approdo al governo, mentre oggi strizzano l’occhio a sinistra, tornando al loro elettorato delle origini, ma dovendosi accontentare di raccogliere le briciole che verranno loro lasciate da un già debole PD. Le dimissioni di Di Maio sanciscono la fine del movimento, almeno come esperienza politica volta a raccogliere il consenso degli esclusi e la domanda di cambiamento che continua a levarsi dal Paese reale. Seguiranno scissioni, personalismi, leader più o meno bravi su Twitter e Facebook, ma il dado è tratto: i grillini hanno fallito, sono la prova vivente che senza cultura politica non si va lontano. Destra e sinistra esistono, eccome! Cambiano solo pelle.

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  • Odori del corpo da non ignorare

    1 febbraio 2020 • In evidenza, SALUTE • 7842

    L’odore che emana il corpo può avere a che fare con la salute. Alcune malattie infatti producono un odore unico e caratteristico.

    Il «profumo» del diabete
    L’odore di acetone, quello classico del solvente per smalto che in bocca può risultare quasi fruttato, è tipico dei pazienti con diabete di tipo 1 ed è il risultato della cosiddetta chetoacidosi: in sostanza l’organismo del diabetico, che non ha insulina, non riesce a usare il glucosio come fonte di energia e, per ottenerla, utilizza gli acidi grassi come «benzina». Nel processo si formano corpi chetonici che provocano l’odore di acetone nell’alito. Un segno tipico, ma come spiega Gabriele Riccardi, direttore dell’Unità di Diabetologia e Malattie del Metabolismo dell’università Federico II di Napoli: «Non è l’unico né il primo: il diabete di tipo 1 si manifesta con altri sintomi molto più eclatanti, dall’abbondanza di urina alla sete eccessiva, fino all’astenia e alla notevole perdita di peso non spiegata da altre cause. È difficile in altri termini dover ricorrere ad annusare l’alito di acetone per sospettare la malattia. Questo sintomo, invece, può essere utile da valutare quando un paziente arriva in pronto soccorso in coma: il coma può avere motivi neurologici, metabolici o altro e l’alito di acetone è un’indicazione importante per il medico, che così si indirizza subito a risolvere un problema connesso col diabete di tipo 1».

    Piedi che puzzano: il piede dell’atleta
    Calzare tutti i giorni scarpe da ginnastica e non essere molto amanti dell’igiene (due comportamenti tipici degli adolescenti) può effettivamente provocare un odore molto sgradevole ai piedi. Ma se l’odore è davvero cattivo e persistente potrebbe trattarsi del piede d’atleta. «La patologia è effettivamente caratterizzata dal cattivo odore, ma devono essere presenti anche altri sintomi. La pelle tra le dita dei piedi deve essere arrossata, secca, screpolata, addirittura possono presentarsi piccole ferite» spiega Antonino Di Pietro, direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis di Milano. Il piede d’atleta nasce da un mix di infezione fungina iniziale e infezione batterica che si va a sovrapporre alla prima. In pratica i funghi danneggiano la cute rendendola più molle e fragile e questo apre la porta al successivo attacco dei batteri. Per di più se ci si gratta per il fastidio causato dalla patologia e poi si toccano altre aree del corpo l’infezione può estendersi , specie in altre zone tipicamente poco asciutte, come le ascelle e l’inguine, che pure incominciano a emanare cattivi odori. Inoltre, possono esserci conseguenze più serie: si può sviluppare una “cellulite» (che nulla ha a che fare col problema di cui si lamentano spesso le donne e che tecnicamente si definisce panniculopatia-edemato-fibro-sclerotica). La cellulite propriamente detta è un’infiammazione dei tessuti profondi che può coinvolgere anche il tessuto adiposo e può dar vita a delle fibrosità permanenti.
    Le cure, ovviamente, ci sono: si possono utilizzare spray o creme antifungine acquistabili, senza prescrizione, in farmacia, ma bisogna aver pazienza e applicarle mattino e sera per 4-5 settimane in modo da dar tempo alla cute di ricostituirsi. Se la patologia persiste bisogna rivolgersi a un medico perché può essere necessaria un trattamento con medicine per bocca. Un piede d’atleta cronico può poi far sospettare la presenza di altre malattie che indeboliscono l’intero organismo e quindi abbassano le difese immunitari, come accade in chi soffre di diabete, anemia, patologie epatiche.

    Feci maleodoranti: intolleranza al lattosio
    Le feci e i gas intestinali maleodoranti possono essere un segnale di intolleranza al lattosio (zucchero contenuto nel latte e nei latticini), causata da una carenza dell’enzima lattasi nell’intestino tenue. Il lattosio non digerito viene spedito nel colon (invece che entrare in circolo attraverso il sangue), dove avviene la fermentazione che causa il cattivo odore. Spesso il paziente intollerante soffre anche di mal di pancia e diarrea. Esiste poi il malassorbimento, un problema più lieve e che nella maggior parte dei casi non dà alcun sintomo. «Il cattivo assorbimento di lattosio è molto diffuso nella popolazione – spiega Gioacchino Leandro, direttore della Gastroenterologia dell’IRCCS Saverio De Bellis di Castellana Grotte (Bari) e presidente dell’Associazione italiana Gastroenterologi ed Endoscopisti ospedalieri – e viene diagnosticato tramite un test del respiro: se l’esito è positivo, al paziente viene spesso consigliata una dieta senza latte e derivati. Un errore, perché in questo modo la persona si priva di nutrienti fondamentali: in molti casi è sufficiente ridurre la quantità di latticini. La dieta restrittiva va prescritta solo in caso di intolleranza conclamata. Mentre in caso di semplice malassorbimento i disturbi possono essere sovente collegati ad altre patologie, come l’intestino irritabile, e quindi non beneficiano in alcun modo della rinuncia al lattosio».
    Per avere una diagnosi di malassorbimento il Breath test deve dare un esito di +20 ppm (o più) sostenuto nel tempo (almeno 2 rilevazioni) rispetto al valore base; prima dell’esame il paziente ingerisce una determinata quantità di lattosio. Se durante il test la persona mostra anche sintomi (mal di pancia, diarrea) viene fatta la diagnosi di intolleranza. «Il disturbo è genetico e non esiste una terapia – continua il professor Gioacchino Leandro -, perché non c’è modo di indurre la produzione di enzima lattasi. Esistono però in commercio prodotti caseari con quantità minime di lattosio e inoltre – nei casi di intolleranza conclamata – è possibile fare uso di pastiglie che contengono l’enzima e che consentono, una tantum, di mangiare un gelato o bere un bicchiere di latte o uno yogurt».

    Urine dall’odore sgradevole: infezione delle vie urinarie
    Di norma la pipì dovrebbe essere limpida, di colore giallo paglierino e inodore. Può succedere però che abbia un odore molto sgradevole. Il sintomo può dipendere da molti fattori, tra cui l’alimentazione (asparagi, cavolfiori, aglio generano un odore forte e sgradevole) oppure l’utilizzo di alcuni antibiotici. «Le urine maleodoranti però possono essere facilmente anche sintomo di infezioni urinarie: quando i batteri entrano nel tratto urinario e nell’uretra (il piccolo canale che consente all’urina di fuoriuscire), e poi si moltiplicano nella vescica causano l’infezione» spiega Rossella Nappi, ginecologa dell’Ambulatorio di endocrinologia ginecologica e della menopausa del Policlinico San Matteo di Pavia. Nel caso di cistiti, pielonefriti (infezioni renali), uretriti, l’odore è causato da alcuni batteri come Proteus, Pseudomonas, Providencia, Morganella che trasformano l’urea (una componente dell’urina), in ammoniaca. In questi casi l’odore caratteristico è quello di ammoniaca o candeggina. Se l’odore sgradevole si manifesta saltuariamente e scompare nell’arco di 48 ore non c’è da preoccuparsi. Se invece persiste per tre o quattro giorni è opportuno rivolgersi al medico di famiglia, che prescriverà l’esame completo delle urine e l’urinocoltura.

    Alitosi: può essere segnale di apnee notturne
    Si parla di alitosi quando l’odore che esce dalla bocca diventa spiacevole. «Il timore di avere un alito cattivo rappresenta il 30% dei motivi per cui i pazienti si recano dall‘odontoiatria» spiega Claudio Albizzati, otorinolaringoiatra dell’ospedale Multimedica di Milano che tranquillizza: «La maggior parte dei casi di alitosi è a partenza orale, ed è dovuta alla iper proliferazione della flora batterica o biofilm orale che a sua volta metabolizza le proteine presenti nel cavo orale in aminoacidi che a loro volta producono gas maleodoranti contenenti derivati dallo zolfo». Questo fenomeno si può verificare sia per una cattiva igiene orale, sia per secchezza del cavo orale come per esempio si può verificare in forti russatori , magari affetti anche da apnee notturne, dove la secchezza delle fauci con mancanza di saliva incoraggia una maggiore crescita batterica. Detto questo bisogna dire che spesso l’origine dell’alitosi è la lingua, ove tra le papille possono crescere i batteri che danno luogo al cattivo odore, anche se una lingua patinata non è sinonimo di alitosi mentre è vero che i pazienti affetti da paraodontopatia hanno 6 volte più frequentemente lingua patinata e alitosi. Anche le gengive sono causa di alitosi specialmente quando presentano tasche retrattive o presenza di tartaro che incoraggiano una crescita anomala di batteri; cause meno frequenti sono rappresentate da patologia rinosinusale, patologia delle tonsille, reflusso esofageo, patologie sistemiche affliggenti fegato, polmoni, reni, neoplasie, diabete.

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  • Spese mediche, cosa cambia nel 2020

    1 febbraio 2020 • In evidenza, SOCIALE • 706

    Con il 2020 sono arrivate nuove regole per portare in detrazione le spese mediche nella dichiarazione dei redditi. La condizione indispensabile è che i pagamenti siano tracciabili, vediamo come.

    A partire da gennaio 2020, si potrà usufruire della detrazione al 19% pagando in contanti solamente per l’acquisto di medicinali, dispositivi medici e per le prestazioni sanitarie (pubbliche o private) accreditate al Sistema Sanitario Nazionale.

    La legge di bilancio 2020, infatti, ha stabilito nuovi parametri per le detrazioni delle spese mediche. Nel dettaglio, i pagamenti non possono essere effettuati in contanti. I metodi ammessi per la detrazione sono: transazione con bancomat o carte di credito/debito (anche prepagate), bonifico bancario o postale, bollettino postale e assegno.

    Il contribuente dovrà conservare le ricevute dei bonifici, di avvenuta transazione per i pagamenti con carte o la documentazione di addebito sul conto corrente. Va allegato anche il giustificativo della spesa, cioè scontrino, ricevuta o fattura.

    Va sottolineato, inoltre, che medici, farmacie e altri operatori trasmettono automaticamente al Sistema tessera sanitaria (Sts) molte tipologie di spese mediche (che vengono inserite nella Dichiarazione dei redditi precompilata). Tra l’altro, dal 1° gennaio la comunicazione delle spese a Sts include anche l’indicazione dello strumento di pagamento (contanti o mezzo tracciabile).

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  • Cambiare liberamente i contratti, arriva sanzione

    1 febbraio 2020 • In evidenza • 634

    L’Agcom che è l’Autorità del settore delle tlc ha comunicato che gli operatori telefonici tra cui Tim, Vodafone, Wind-Tre non hanno il diritto di cambiare i contratti dei propri utenti liberamente. Proprio per questo gli operatori su indicati sono stati sanzionati per circa 2 milioni di euro.

    Ecco cosa è successo e cosa non dovrà più accadere.
    Modifica a tappeto dei contratti: non è possibile
    L’Authority ha stabilito che gli operatori telefonici non possono cambiare i contratti di offerte ricaricabili aggiungendo un servizio in più. Parliamo di quello per il quale si ha un addebito anticipato qualora si esaurisca il credito telefonico. In passato se ciò accadeva non si poteva più telefonare né navigare in rete. Ora, invece, c’è da sostenere un pre-addebito di 0,99 centesimi per fruire dei servizi della propria offerta per 48 ore (nel caso di Wind/Tre e di Vodafone) e di 0,90 centesimi al giorno per 2 giorni nel caso di Tim. Il denaro, poi, viene prelevato dagli operatori nel momento in cui l’utente fa una ricarica. Molti utenti per questo sono sul piede di guerra in quanto vedono ciò non come un servizio bensì come una nuova tassa a loro danno.

    L’Agcom tuona
    L’Agcom sostiene che il problema non è il servizio in sé ma il fatto che gli operatori l’hanno aggiunto in modo forzato senza che gli utenti abbiano dato il loro consenso. Hanno fatto ciò facendo affidamento sulle regole che permettono loro di aumentare le tariffe o anche ridurre i GB in ogni momento. Adesso però l’Agcom ha tuonato che la variazione può riguardare soltanto i servizi che sono già presenti nei contratti per cui non se ne possono aggiungere di nuovi.

    L’Agcom inoltre sta analizzando quanto denunciato di recente dalle associazioni dei consumatori “Altroconsumo” ed “Aduc” in merito al costo della segreteria telefonica, dell’antivirus a pagamento di default nel contratto e del bonus per i servizi di navigazione come quello sui social o sulle chat. L’utente purtroppo si ritrova tali servizi nel contratto e li può disdire il più delle volte soltanto a pagamento.
    Proprio su questo l’Antitrust ha sanzionato con 4,8 milioni di euro la Tim.

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  • Le tasse nascoste della manovra 2020

    1 febbraio 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 1418

    Nuove tasse nella manovra 2020. La legge di Bilancio e il decreto fiscale contengono più di 6 miliardi di imposte inserite tra i vari commi. Vediamo di cosa si tratta.

    A segnalarlo Italia Oggi, che parla di tasse occulte nella manovra 2020 per un valore di oltre 6 miliardi. Secondo quanto evidenziato, si parte dalla stretta sulle compensazioni, che da sola vale quasi 5 miliardi.

    In base a quanto stabilito, per la maggior parte dei contribuenti diventa impossibile utilizzare in compensazione i propri crediti d’imposta per gran parte del 2020, “con la conseguenza che imposte che altrimenti sarebbero state compensate dai crediti vantati nei confronti dell’Erario dovranno invece essere effettivamente versate”.

    C’è poi l’abrogazione del super e dell’iper ammortamento, che – in base a quanto stimato –inciderà attorno ai 400 milioni. Ci sono poi le modifiche al regime forfettario e c’è l’unificazione di Imu e Tasi. Ma ci sono anche il mancato rinnovo della flat tax sulle locazioni immobiliari e il taglio alle detrazioni fiscali per i redditi più elevati.

    Secondo quanto sottolineato da Italia Oggi, le conseguenze ricadranno soprattutto sui lavoratori autonomi, che “dovranno sopportare anche gli appesantimenti burocratici connessi alle cosiddette misure di lotta all’evasione”.

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  • Quanto guadagnano Amadeus e gli altri

    1 febbraio 2020 • In evidenza • 736

    Manca poco all’inizio del Festival di Sanremo 2020 e cominciano a circolare i primi rumors sul cachet dei conduttori e dei vari protagonisti del noto evento musicale che partirà a febbraio.

    Cachet Sanremo ospiti, Amadeus e gli altri co-conduttori
    Come riportano Il Giornale, Fanpage e Tv Blog, anche per l’edizione 2020 del Festival, si parla di compensi molto alti per Amadeus e i vari personaggi che si succederanno sul palco.

    C’è però da ricordare che il Festival di Sanremo si finanzia con la pubblicità e non con il canone. Dai primi dati risulterebbe che Amadeus, direttore artistico e conduttore, percepirà una cifra tra 500mila e 600mila euro. Per quanto riguarda i co-conduttori va ricordato che quest’anno ad affiancare il conduttore principale non ci sarà soltanto un vip ma più di uno in base alla serata. Antonella Clerici, ad esempio, guadagnerà 50mila euro per la serata in cui sarà presente secondo i rumors. A Sanremo ci sarà anche Tiziano Ferro, che sarà presente tutte le sere e dovrebbe percepire 150-200mila euro. Compensi molto più bassi, considerando anche l’esperienza meno importante in tv, per Georgina Rodriguez (compagna di Cristiano Ronaldo, che aveva inizialmente chiesto 140 mila euro), Alketa Vejsiu, Sabrina Salerno e Rula Jebreal che dovrebbero guadagnare sui 25mila euro. Stessa cifra anche per Diletta Leotta e la fidanzata di Valentino Rossi, Francesca Sofia Novello. Queste ultime però saranno presenti sul palco dell’Ariston per due serate e quindi vien da sè che il loro cachet totale sarà di 50mila euro. Al momento non si hanno notizie su quanto guadagneranno Mara Venier, Laura Chimenti ed Emma D’Aquino. Gli ospiti, invece, dovrebbero percepire un compenso che va da 20mila a 50mila euro in base al tipo di ospitata. Tra i più attesi, anche se ancora non ci sono certezze sui nomi, Lewis Capaldi e Dua Lipa ma si è parlato anche di Al Pacino e Tom Hanks. Insomma, per ora è tutto ancora da vedere e anche per quanto riguarda i cachet dei vari personaggi non ci sono conferme su quanto davvero si porteranno a casa.

    Quanto costa il Festival di Sanremo
    Il Festival di Sanremo è finanziato dagli spot pubblicitari. Il costo arriva a 18 milioni di euro ma bisogna vedere se i dati resteranno gli stessi dello scorso anno quando la Rai guadagnò 31 milioni per la pubblicità e di conseguenza 13 milioni furono utilizzati per investire in contenuti. Lo scorso anno la Rai spese 5 milioni per le convenzioni con il Comune, 12 per i costi puri e 1,3 per quelli esterni per un totale di 18 milioni di euro.

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  • Maternità, gratis il test del Dna

    24 gennaio 2020 • In evidenza, SALUTE • 1136

    L’iniziativa dell’Emilia Romagna sta facendo scuola. Di cosa parliamo? L’Emilia, prima Regione in Italia, rende gratuito per tutte le donne in gravidanza il Nipt test, l’esame prenatale non invasivo di screening del dna fetale che permette di valutare il rischio di sindrome di Down (trisomia 21), e le trisomie 13 e 18 nel feto.

    Nel resto d’Italia
    A oggi in Piemonte e in tutta Italia – fatta salva la Toscana, che prevede un rimborso in base al reddito – il test può essere eseguito solo privatamente senza alcun rimborso dal Servizio sanitario regionale, con un costo fra i 500 e i 700 euro. Oltretutto, nel caso si richieda di rilevare il rischio di altre e più rare patologie la spesa aumenta.

    Nuovo fronte
    «Eppure si tratta di un esame importantissimo, in grado di identificare il rischio nel 99% dei casi di sindrome di Down, nel 96% dei casi di trisomia 18, nel 91% dei casi di trisomia 13, quindi ancor più dei test combinato e integrato già garantiti dalla Sanità pubblica – spiega marco Grimaldi, capogruppo di Liberi Uguali Verdi (Luv). Il Nipt può ridurre il ricorso ad amniocentesi e villocentesi, test che presentano una percentuale (bassa) di rischio di aborto. Per questo presenteremo subito un ordine del giorno per chiedere alla giunta piemontese di seguire l’esempio. I consiglieri Salizzoni, Rossi, Gallo, Sarno, Marello e Valle hanno già dichiarato la loro adesione. Ora spetta al Consiglio Regionale esprimersi al più presto».

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  • Il Fisco entra nei nostri conti

    24 gennaio 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 1004

    Da quest’anno i controlli da parte dell’amministrazione finanziaria saranno decisamente più serrati.

    Il governo ha giurato guerra senza quartieri agli evasori e si attende, per il 2020, un recupero dell’evasione fiscale di ben 3 miliardi di euro, o almeno questo è quanto previsto dei tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

    Da quest’anno, secondo quanto espressamente previsto dalla Legge di Bilancio 2020, Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, lavoreranno sempre più a stretto contatto nel tentativo di scovare i cosiddetti “furbetti del fisco”.

    I controlli, principalmente, verranno effettuati sui saldi e sulle giacenze dei conti correnti, dunque, fate attenzione a tutti quei conti poco movimentati.

    Il rischio è quello di vedersi recapitare un accertamento fiscale.

    Ecco cosa bisogna sapere.

    Il Fisco avrà accesso ai nostri conti
    In poche parole, l’amministrazione finanziaria avrà accesso a tutti i nostri conti, senza che noi lo sappiamo.

    Può controllare i nostri movimenti finanziari, i nostri risparmi e, soprattutto, le giacenze sui nostri conti bancari o postali.

    Questi controlli potranno essere effettuati in modo diretto, senza previa autorizzazione da parte del contribuente o della banca di pertinenza.

    I controlli sulle giacenze
    Principalmente, i controlli dell’Amministrazione finanziaria potrebbero ricadere sui titolari di conti poco movimentati in uscita, o meglio su chi preleva poco su un conto corrente in cui vengono effettuati molti versamenti.

    Se si dovesse verificare uno scarto superiore al 20% tra i risparmi e le uscite, potrebbero scattare i controlli del fisco.

    Viene cosi rispolverato il vecchio “Risparmiometro”, uno strumento tanto voluto dal vecchio governo Monti, e che adesso finalmente ritorna in auge grazie alla nuova manovra dell’esecutivo.

    Infine, Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, per la prima volta, lavoreranno a stretto contatto grazie a una nuova banca dati interconnessa e ad una “super anagrafe fiscale”.

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Attualità

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    26 settembre 2026 • 43224

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