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  • Flat Tax su Irpef

    24 gennaio 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 846

    Il governo starebbe lavorando su un taglio delle tasse senza precedenti, una promessa mai mantenuta, da almeno 10 anni a questa parte.

    In particolare, si parla, in questi giorni, di un accorpamento delle prime due aliquote Irpef del 23% e del 27%, con una nuova aliquota al 20%. Insomma, una (quasi) flat tax.

    Ma quanto costa?
    Il piano del governo è sicuramente ambizioso e permetterebbe di dare grande slancio all’economia italiana, se non fosse che una misura del genere sarebbe troppa dolorosa per i nostri conti pubblici.

    Si stima che, soltanto per ogni punto percentuale in meno della prima aliquota, l’erario avrebbe un mancato introito di ben 4 miliardi di euro.

    L’accorpamento delle prime due aliquote, cosi come spiegato sopra, costerebbe, invece, allo stato ben 20 miliardi di euro.

    Una possibile soluzione
    Una delle possibili soluzioni, allo studio dei tecnici del Ministero, è quella di una netta sforbiciata alle detrazioni fiscali.

    Ricordiamo che già in Legge di Bilancio 2020 è stato previsto il taglio di alcune detrazioni fiscali per i redditi superiori a 120 mila euro.

    Se si dovesse continuare su questa strada, sarebbe forse possibile trovare le coperture necessarie per una simile manovra?

    Staremo a vedere quali saranno le prossime mosse del governo.

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  • Tim multata per 4,8 milioni

    24 gennaio 2020 • In evidenza • 880

    Tim è stata multata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) con una sanzione da 4,8 milioni di euro per pratiche commerciali scorrette nella promozione di offerte winback e per l’attivazione di servizi non richiesti.

    Pratiche scorrette per riagganciare ex clienti
    A segnalare i fatti sarebbe stata Iliad, secondo cui la Tim avrebbe messo in atto pratiche scorrette con pubblicità e comunicazioni ingannevoli per riagganciare ex clienti.
    La colpa della nota compagnia sarebbe stata quella di non fornire informazioni chiare e dettagli sui costi negli sms che inviava. Questa modalità avrebbe indotto il consumatore in errore portandolo ad una scelta commerciale che altrimenti non avrebbe preso. Nella nota diffusa dall’Agcom si legge, infatti, che TIM “ha pre-attivato diversi servizi e/o opzioni aggiuntivi rispetto all’offerta principale, con aggravio di costi, senza il preventivo ed espresso consenso del consumatore”. Si parla, in particolare, dei servizi Segreteria Telefonica, 1 Giga di Scorta e Tim in Viaggio Full, attivati senza informare il cliente.

    La giungla delle offerte degli operatori tramite Sms
    In un recente provvedimento, l’Autorità Antitrust ha fatto chiarezza sulle offerte degli operatori inviate tramite brevi sms in cui spesso alcuni costi vengono nascosti e si può incorrere in una trappola. Infatti, come fa notare l’Antitrust, se le compagnie inviassero sms di una certa lunghezza in cui vengono spiegati i dettagli dell’offerta andrebbe anche bene ma spesso le compagnie inviano messaggi molto brevi in cui vengono celati i costi di una tale offerta che appare vantaggiosa. Tim, in particolare, negli sms spediti da luglio 2019, aveva inserito un link a cui collegarsi per vedere nel dettaglio i costi ma secondo l’autorità l’sms era comunque molto breve. Una volta giunti al negozio per attivare l’offerta proposta, molti consumatori hanno scoperto la trappola. Alcuni utenti ingannati, come scrive Repubblica, si sarebbero accorti dall’estratto della carta di credito di costi di attivazione di 12 euro, 10 euro di costo della sim e dell’impossibilità di sganciarsi prima dei 24 mesi.

    Sempre il noto quotidiano riporta i casi di alcuni utenti che avrebbero ricevuto chiamate dal call center molto generiche e in seguito la visita del “postino intelligente” che consegnava la sim a casa e faceva firmare un contratto. Il consiglio quindi è quello di controllare molto bene questo contratto prima di apporre qualsiasi firma.

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  • Accesso al conto corrente del coniuge

    24 gennaio 2020 • In evidenza, SOCIALE • 1266

    Via libera all’accesso al conto corrente del coniuge in via di separazione o divorzio. Il fisco d’ora in poi dovrà concedere al ricorrente la possibilità di accedere all’anagrafe tributaria dell’ex coniuge senza l’assenso preliminare del giudice civile.

    A stabilirlo è il Consiglio di Stato con le sentenze 5345 e 5347.
    Secondo i supremi giudici romani, il diritto di accesso agli atti amministrativi (legge n. 241 del 1990) è estensibile anche alle banche dati del fisco e in particolare all’anagrafe tributaria al fine di poter determinare con esattezza, nell’ambito del processo civile, l’ammontare dell’assegno di mantenimento da corrispondere all’ex coniuge. Ciò non potrà avvenire però in segreto e la controparte sarà informata, ma non potrà opporsi.

    Cosa dice il Consiglio di Stato
    In effetti, in fase di separazione giudiziale, per determinare l’importo dell’assegno divorzile o di mantenimento, è necessario che il giudice abbia piena cognizione, non solo del livello di reddito dei due coniugi, ma anche dei valori patrimoniali, mobiliari e immobiliari della coppia in via di separazione. In questo senso con le sentenze di cui sopra, il Consiglio di Stato non conferisce al giudice civile maggiori poteri di indagine, peraltro già previsti dall’articolo 210 del codice di procedura civile, ma conferma che i coniugi in via di separazione possono accedere liberamente ai dati fiscali e contabili di ciascuno di essi qualora sia in corso un procedimento di separazione o divorzio, senza l’autorizzazione preventiva del giudice civile.

    Accesso libero al conto corrente dell’ex
    In altre parole, la ex moglie che chiede l’assegno di mantenimento, ad esempio, con l’istanza di separazione dal marito alla mano, potrà rivolgersi all’Agenzia delle Entrate per accedere alle banche dati fiscali e acquisire eventuali informazioni patrimoniali più o meno nascoste da mettere in conto per chiedere e determinare l’ammontare esatto dell’assegno di mantenimento. Questo perché non è solo il reddito da lavoro che incide sul tenore di vita della coppia durante il matrimonio, ma anche (e talvolta soprattutto) la rendita derivante da immobili o capitali che potrebbero produrre maggior reddito.

    Ciò assume maggiore rilevanza se in famiglia sono presenti figli minori e da mantenere. Pertanto, d’ora in avanti, il fisco sarà obbligato a consentire l’accesso agli atti ai coniugi che promuovono il procedimento di separazione, consensualmente o giudizialmente.

    L’Agenzia delle Entrate non potrà opporsi
    Del resto, oggi come oggi, chi meglio dell’Agenzia delle Entrate può disporre di migliori informazioni sullo stato patrimoniale di un cittadino italiano. Da quando, poi, l’anagrafe tributaria è stata arricchita anche con i dati dei rapporti bancari, nulla più può sfuggire all’occhio indiscreto del fisco e, di conseguenza, anche di chi va a caccia di tesori o beni nascosti. Finora l’accesso ai dati fiscali è riservato solo all’Agenzia delle Entrate in ambito fiscale e per la lotta all’evasione, oltre che all’autorità giudiziaria. Ma da oggi anche i coniugi che si separano e intendono utilizzare ogni mezzo per determinare l’importo dell’assegno di mantenimento, potranno liberamente accedervi.

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  • TREGUA COMUNE e COMUNITÀ PER SUPERARE LO STALLO FOGNATURA

    18 gennaio 2020 • ARCHIVIO DENTRO LA NOTIZIA, NOTIZIE DAL VILLAGGIO • 2302

    PASQUALE FERRARA, SARDEGNA, TRINITÀ D'AGULTU E VIGNOLA, TRINITÀ D'AGULTU E VIGNOLA, VALLEDORIA, COSTA PARADISO, CASTELSARDO, BADESI, SANTA TERESA DI GALLURA, AGLIENTU, SASSARI, SARDEGNA, COSTA ROSSA, COSTA SMERALDA, REGIONE SARDEGNA

    Trinità d’Agultu e Vignola – Il giorno 17 gennaio 2020
    nel Municipio sito in Via Sassari n.27, avanti alla Dott.ssa Giovanna Maria Piga, Segretario Generale del Comune di Trinità d’Agultu e Vignola, è stato sottoscritto il primo capitolo dell’accordo per fermare il braccio di ferro tra il Comune di Trinità d’Agultu e la Comunità del Territorio di Costa Paradiso.

    Oggetto della lite: La mancata realizzazione dell’impianto fognario a servizio della Comunità Costa Paradiso.

    Sono intervenuti:

    – Geom. Giampiero Carta Sindaco;

    – Arch. Leonardo Ugnutu in qualità di Responsabile del Settore Edilizia Privata – Urbanistica del Comune di Trinità d’Agultu e Vignola, assistito dall’Ing. Gian Piero Cassitta;

    – Sig. Vittorio De Marco in rappresentanza della società Carolina Costruzioni, assistito dall’Avv. Leopoldo de’Medici;

    – Geom. Antonio Maria Mela in rappresentanza della società Paradiso Costruzioni;

    – Ing. Gianni Monterosso nella sua qualità di Presidente della Comunità Costa Paradiso.

    In sintesi: Tutte le parti hanno condiviso l’opportunità di abdicare alle contrapposizioni che hanno connotato a tutt’oggi i reciproci rapporti.

    Evidenziata la disponibilità del Presidente Gianni Monterosso a sottoporre agli organi decisionali della comunità la decisione di abdicare a tutti i giudizi in corso avanti il Tar di Cagliari.
    PDF VERBALE COMUNE-COMUNITÀ 17GEN 2020

    Redazione Costa Paradiso News
    “La Voce della Nostra Comunità”
    18 gennaio 2020 alle 19:47

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  • Tassi sui mutui, cosa aspettarsi nel 2020

    16 gennaio 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 835

    Il 2019 è stato un anno straordinario dal punto di vista dei tassi sui mutui a tasso fisso, con livelli che in agosto sono scesi addirittura sotto la parità per l’indice Irs (Interest Rate Swap). Secondo il Sole 24 Ore, oggi vediamo un livello comunque basso, l’Irs a 20 anni allo 0,56% e a 25 anni allo 0,59%. Con uno spread di 50-60 punti base il tasso fisso resta comunque intorno all’1%. La scadenza a 10 anni vede offerte di mutuo anche sotto questa soglia.

    “Gli Irs seguono da vicino l’andamento dei tassi del Bund tedesco – spiega Vito Lops del Sole 24 Ore. – Da agosto questi sono risaliti (sulla scadenza a 10 anni da -0,7% a -0,25%) e questo spiega come mai anche gli Irs siano risaliti. Quanto ai mesi a venire i gestori che seguono da vicino i mercati finanziari ipotizzano che il rendimento del Bund possa risalire di altri 20-30 punti base. Quindi è ragionevole ipotizzare che i mutui a tasso fisso per il 2020 possano risultare – se nel frattempo le banche non ridurranno lo spread per compensare l’eventuale aumento degli Irs – di circa 20-30 punti base in più”.

    Quanto agli Euribor a 3 mesi, base per i mutui a tasso variabile, i future a 5 anni mostrano un livello che resterà intorno a -0,38% (ulteriore quota da sottrarre allo spread) per i prossimi 12 mesi, dopo i quali si avrà una lenta risalita verso lo zero, a cui si arriverà non prima dell’inizio del 2024. Cosa significa questo? Che ancora per lungo tempo il mercato resterà senza scossoni, anche alla luce delle politiche Bce. Chi quindi ha tra le mani un contratto di mutuo già acceso non vedrà presumibilmente le rate lievitare più di tanto.

    Il quesito dell’anno si ripropone: meglio il tasso fisso o il variabile? Negli scorsi mesi si è raggiunta una sostanziale parità tra le due tipologie di mutuo, che hanno fatto propendere i clienti per i contratti a tasso fisso per nuove accensioni o per surroghe. Da ora, con la prospettiva di una prossima variazione dei tassi Irs, se pur lieve, il variabile potrebbe tornare ad essere più interessante.

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  • Il sistema penale che produce iniquità

    16 gennaio 2020 • In evidenza, SOCIALE • 718

    Non può esserci un processo per i cittadini comuni e uno per i “galantuomini”
    di Gian Carlo Caselli
    Magistrato

    La prescrizione di cui tanto si discute, fino a ipotizzare una possibile crisi di governo, è quella (art. 157 del codice penale) che estingue il reato rendendolo non più procedibile, per effetto del decorso di un tempo che varia in considerazione della pena “edittale” stabilita. L’istituto esiste in tutti Paesi democratici, ed è basato – volendo semplificare – sul presupposto che allo stato non conviene più continuare a perseguire un reato (con le relative spese) quando è trascorso troppo tempo: perché del reato si è persa la memoria, le prove sono ormai difficili se non impossibili da accertare, l’imputato si presume che possa essere cambiato diventando di fatto un’altra persona.

    Ma quel che ovunque funziona come mero rimedio fisiologico contro i pochi scarti che l’ingranaggio non è riuscito a trattare, da noi ha finito per strutturarsi come fenomeno assolutamente patologico. Nel senso che da misura circoscritta a pochi casi limite, la prescrizione è stata trasformata in una voragine mastodontica che inghiotte senza ritorno processi in quantità enorme. Sicché il sistema di giustizia in tutti questi casi produce il suo contrario: denegata giustizia, per le vittime e verso i presunti responsabili.

    Con questa ulteriore differenza rispetto al resto del mondo. Che ovunque altrove una siffatta vergogna si farebbe di tutto per cancellarla, mentre da noi c’è il vizio di fingere di cambiare qualcosa lasciando sostanzialmente immutata la situazione. O addirittura peggiorandola. Paradossale ma vero. Basti pensare alla legge 5 dicembre 2005, n. 251 (cosiddetta ex Cirielli, in quanto disconosciuta alla fine persino dal suo proponente!), che blaterando di riduzione dei tempi del processo pensò bene di ridurre… i termini di prescrizione. Riuscendo così a moltiplicarne in misura esponenziale il numero, già disastroso!

    Vuol dire che il lutto dei reati che si estinguono in massa a qualcuno non si addice. A chi, non è difficile vedere. Basta confrontarsi con il dato di fatto che il nostro sistema penale si caratterizza per la compresenza di due distinti codici (invece di averne uno solo uguale per tutti): un codice per cittadini “comuni” e un altro per “galantuomini” (cioè le persone giudicate – in base al censo, alla collocazione sociale o alle relazioni – comunque per bene…).

    L’uno e l’altro di durata biblica, ma con una grave asimmetria. Per i “galantuomini”, che possono contare su difensori abili, agguerriti e costosi (professionalmente capaci di sfruttare tutte le pieghe di una procedura che offre l’opportunità di eccezioni d’ogni tipo opponibili a piene mani), il processo in pratica può ridursi soprattutto a misurare l’attesa che il tempo si sostituisca al giudice nel definirlo con la prescrizione che tutto cancella. Mentre negli altri casi il processo riesce molto più spesso a concludersi, segnando irreversibilmente (anche per la sua interminabile durata) la vita, i corpi, gli interessi e le relazioni delle persone.

    L’attuale sistema è dunque fondato su un doppio processo – costituzionalmente un ossimoro – che si risolve nella negazione di elementari principi di equità. Un sistema perverso che crea ingiustizia e disuguaglianze, dove i processi non finiscono mai e nello stesso tempo si producono centinaia di migliaia di prescrizioni ogni anno. Occorre perciò intervenire sui due versanti della prescrizione e della durata dei processi, fra loro strettamente connessi.

    Ora, le prescrizioni sono così tante soprattutto perché nel nostro ordinamento (a differenza, anche in questo caso, degli altri Paesi) esse non si interrompono mai. Sono previste in alcuni casi sospensioni temporanee, ma non un’interruzione definitiva. Che è stata introdotta anche da noi – finalmente! – con la cosiddetta legge “spazza corrotti” (l. 9 gennaio 2019, n. 3), che fa decorrere l’interruzione dalla sentenza di primo grado sia essa di condanna o di assoluzione. L’effettiva entrata in vigore di tale norma è stata però prorogata al 1°gennaio 2020.

    Per motivare la proroga si era detto che nel frattempo si sarebbe provveduto a una riforma del processo penale che lo avrebbe sensibilmente accelerato. Ma il 2019 è ormai trascorso e il processo non è cambiato. Ne deriverebbe secondo alcuni che la nuova disciplina della prescrizione sarebbe una “bomba atomica”: perché l’interruzione definitiva della prescrizione senza ridurre la durata del processo avrebbe come conseguenza che dopo la sentenza di primo grado i processi finirebbero per durare “all’infinito”, con grave pregiudizio per tutte le parti in causa, non essendo previsto nessun termine entro cui debbano essere celebrati.

    In verità, gli effetti della nuova prescrizione si potranno vedere soltanto fra 3 o 4 anni. Appare perciò sensato tenerla ferma, senza accettare soluzioni interlocutorie di compromesso. Di modo che le forze interessate realmente (e non solo a parole) a un processo più rapido, si attivino una buona volta seriamente, in concreto e senza più scuse.

    È vero che nel frattempo alcuni processi potrebbero restare aperti in appello per un tempo più lungo a seguito dell’interruzione della prescrizione dopo la sentenza del tribunale, ma il rischio è circoscritto ad alcuni casi soltanto e certamente non riguarda “tutti” i processi, come invece cercano di far credere le prèfiche di mestiere, parlando all’ingrosso di processi destinati a “durare all’infinito”.

    Si tratta comunque di un’eventualità che potrà essere adeguatamente “governata” elaborando un qualche meccanismo (controllato dal Csm e dal consiglio giudiziario) che indirizzi i magistrati dell’appello verso forme di organizzazione del lavoro in grado di migliorare la loro produttività; posto infatti che è proprio in questa fase che si registra il “record” di durata del processo, pari – secondo una statistica del Sole 24 Ore – a 749 giorni, quasi il 48% sui 1.586 complessivi, computati tenendo conto anche dei tempi di procura, tribunale e cassazione.

    In ogni caso, tale eventualità sarà ampiamente bilanciata dall’azzeramento dei casi in cui, con la prescrizione, la giustizia è costretta a dichiarare il suo fallimento, negando all’innocente l’assoluzione o regalando al colpevole l’impunità. E ciò con riferimento ai processi che sono arrivati al vaglio del tribunale, di regola quelli di maggior rilievo, per i quali appunto si pone con maggiore intensità il problema di evitare un default dello stato.

    In sostanza, sembrano esserci alcuni buoni motivi per ritenere che questa volta la catastrofe potrebbe ben restare soltanto annunciata. E che l’art.1 della “Spazzacorrotti” ha più pregi che eventuali inconvenienti.

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  • Le cose che prima erano gratis

    16 gennaio 2020 • In evidenza, SOCIALE • 3791

    Ci sono cose che un tempo costavano care e oggi sono diventate praticamente abbordabili e cose che, invece, erano gratis ed oggi si pagano. Basti pensare agli Sms o alla linea Adsl o ancora la musica e i film. Un tempo inviare messaggi con lo smartphone era caro, oggi spesso sono gratis e inclusi nei pacchetti delle compagnie, un pò come la linea internet e gli abbonamenti low cost per vedere film o ascoltare musica.

    Al contrario, alcune cose o servizi che un tempo non si pagavano oggi sono diventati a pagamento. A fare una lista delle cose entrate a pieno titolo tra quelle non più gratis è Business Insider.

    Sugli aerei ormai si paga quasi tutto
    Gli aerei sono l’esempio emblematico di ciò che un tempo era gratis e oggi no. Basti pensare agli extra ossia quei servizi come il bagaglio da stiva, la scelta del posto, il cibo, la priorità e persino il check in se fatto in aeroporto e non online. Un tempo era tutto incluso nel costo del biglietto aereo, che sicuramente costava di più rispetto ad oggi, mentre attualmente è vero che le compagnie hanno abbassato i prezzi dei biglietti e quindi volare verso mete lontane o meno è diventato più economico ma è anche vero che dai costi sono esclusi tutti gli extra o quasi che si pagano a parte, in particolare per i voli a corto-medio raggio e per le compagnie low cost.

    Gli extra negli hotel e le consegne a domicilio
    Anche gli extra negli alberghi oggi si pagano così come le consegne a domicilio che un tempo erano gratis e oggi gestite da aziende note come UberEats, Deliveroo e Foodora. Un tempo quando si prenotava una stanza magari nel prezzo erano inclusi alcuni servizi come la sauna, il minibar, la piscina mentre oggi spesso si pagano a parte.

    L’acqua al bar e i giornali
    Anche l’acqua al bar non è più gratis a meno di non chiedere esplicitamente quella del rubinetto. Per una questione igienica i bar devono per forza offrire una bottiglietta di acqua e non più versarla dalla bottiglia, tutto ciò significa spendere almeno 1,50 euro.

    Tra il XX e il XXI c’è stato un periodo in cui anche i giornali erano gratis, persino quelli online si potevano leggere gratis mentre con la crisi economica i big dell’editoria oggi pretendono il pagamento di un abbonamento per poter leggere anche la versione online.

    Il parcheggio e i sacchetti di plastica
    Sembrano lontani i tempi in cui il parcheggio era gratis. Spesso si pagavano solo in centro e durante alcune ore precise mentre oggi è raro trovare un posto per parcheggiare con la striscia bianca. Ugualmente si pagano i famosi sacchetti di plastica del supermercato per mettere frutta e verdura. Lo scorso anno la decisione di far pagare i sacchetti scatenò un caos, oggi del tutto accantonato.

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  • Unicredit, taglia 8.000 dipendenti e 500 filiali

    16 gennaio 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 787

    Al Capital Markets Day di Londra Unicredit presenta il nuovo piano industriale, che punta a punta a creare 16 miliardi di valore per gli azionisti nell’arco del piano 2020-2023 e aumentare al 40 per cento la distribuzione di capitale per il 2019. Il piano Team23 vuole portare i ricavi, nel 2023, a 19,3 miliardi di euro. Allo stesso tempo, la banca guidata da Jean Pierre Mustier ridurrà il personale con 8.000 tagli, mentre l’ottimizzazione della rete di filiali porterà alla chiusura di circa 500 sportelli. Nell’ambito di Team 23, anche grazie a questi tagli, i costi totali di Unicredit ammonteranno a 10,2 miliardi di euro con un Cagr del -0,2% dal 2018 al 2023. L’ottimizzazione dei processi, supportata da maggiori investimenti in tecnologia, consentirà risparmi lordi in Europa occidentale per un miliardo, pari al 12% della base di costo 2018.
    Gli utili saliranno a 5 miliardi in tre anni, con una crescita aggregata dell’utile per azione di circa il 12% nel periodo 2018-2023. Il ritorno sul capitale tangibile sarà «pari o al di sopra dell’8%» per tutto il piano, spiega una nota dell’istituto. È inoltre prevista una evoluzione della struttura del gruppo, incluso il progetto per la creazione di una subholding, con sede in Italia e non quotata, per le attività internazionali.

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  • Le regole per vivere a lungo

    16 gennaio 2020 • In evidenza, SALUTE • 923

    Digiunare ogni tanto
    Cosa mangiare, dunque? Le regole di base, come detto, sono: poche proteine, tanti carboidrati complessi provenienti però preferibilmente dalle verdure, poca frutta, tanti legumi, tanto olio di oliva. E poi c’è il capitolo del digiuno, fondamentale per questo approccio. La dieta della longevità, infatti, si abbina a un particolare approccio al digiuno. Non perché si debba mangiare poco — anzi, i cibi che Longo consiglia vanno consumati senza eccessivi problemi di quantità — ma perché per 5 giorni di fila, una volta ogni uno/sei mesi (in base ai consigli del proprio nutrizionista), si deve seguire una restrizione calorica particolare, la Dmd (dieta mima-digiuno, appunto)

    Mangiare più legumi e selezionare il pesce
    Il pesce va mangiato 2-3 volte a settimana, non di più, cercando di fare attenzione a quello ad alto contenuto di metalli pesanti (salmone, tonno, grossi pesci azzurri). Meglio scegliere pesci, crostacei e molluschi con alto contenuto di omega-3/6 e/o vitamina B12 (acciughe, sardine, merluzzo, orate, trota, vongole, gamberi). È consigliato poi consumare fagioli, ceci, piselli e altri legumi come principale fonte di proteine.

    Consumare grassi insaturi e carboidrati complessi
    La dieta della longevità deve essere ricca di grassi insaturi buoni, come quelli contenuti nel salmone, nelle noci, mandorle e nocciole, nell’olio extravergine d’oliva. Poi ricca di carboidrati complessi come quelli contenuti nel pane integrale e nelle verdure (pomodori, broccoli, carote, legumi), ma povera di pasta e pane normale. I cereali sono preferibili nella versione integrale.

    Niente carne in età adulta
    Secondo Longo la carne va eliminata nell’età adulta, mentre inserita nella dieta dei bambini, sia rossa che bianca. Poi, man mano, va sostituita dalle proteine vegetali: legumi soprattutto. Le proteine vanno poi reintrodotte mano dopo i 65-70 anni per non perdere massa muscolare. Il rapporto consigliato per un adulto è questo: 0,7 – 0,8 grammi di proteine al giorno per chilo di peso corporeo.

    Non mangiare prima di andare a letto
    Un altro consiglio è mangiare nell’arco di 12 ore (per esempio iniziare dopo le 8 e finire prima delle 20) e non ingerire niente per almeno 3-4 ore prima di andare a letto.

    Due o tre pasti al giorno?
    Per persone sovrappeso o che tendono a prendere peso è consigliabile fare 2 pasti al giorno: colazione e pranzo oppure cena, più 2 spuntini da 100 calorie con basso contenuto di zuccheri. A chi ha un peso normale e/o tende a dimagrire è consigliabile fare i 3 pasti normali, oltre a uno spuntino da 100 calorie con pochi zuccheri.

    Eliminare gli zuccheri aggiunti
    Bisogna ridurre al massimo gli zuccheri aggiunti, meglio che arrivino dalla frutta e basta. Inoltre per essere sicuri di ingerire tutti i nutrienti meglio assumere ogni 2-3 giorni integratori vitaminici e minerali in pillole e dell’olio di pesce per gli omega-3.

    Esercizio fisico
    Trovate un’attività sportiva che riuscite a praticare con continuità. L’ideale sarebbe un’ora di camminata al giorno, oppure bici, corsa, nuoto per 30-40 minuti ogni due giorni e per 2 ore nel weekend.

    Imparare a scegliere il cibo
    Le domande da porsi davanti a un alimento sono: da dove viene? Chi lo ha prodotto? In che modo? Il consiglio è anche quello di preferire verdure dall’orto o provenienti da coltivazioni biologiche per migliorare la salute del proprio microbiota intestinale (cioè l’insieme di microrganismi che assicurano il funzionamento e la sanità del tratto gastrointestinale): «Anche se ben lavate, le verdure biologiche contengono microbi della terra che alimenteranno la biodiversità dei nostri microbi intestinali. Se mangiamo l’insalata dell’agroindustria già lavata, dobbiamo essere consapevoli che anche gli ultimi pochi microbi buoni sono stati uccisi dal cloro. Se, poi, la verdura è conservata in atmosfera modificata, senza ossigeno, per prolungarne la conservazione dobbiamo sapere che quella verdura ha perso molte delle sue sostanze antiossidanti, diventate inutili in assenza di ossigeno».

    Usare il gomasio al posto del sale
    La prima domanda è: che cos’è? Si tratta di condimento usato nella tradizione macrobiotica a base di semi di sesamo (goma) e sale marino integrale (shio). Entrambi gli ingredienti vengono tostati e poi uniti e mescolati grazie al mortaio. È un ottimo sostituto salutare e gustoso del sale puro perché ne diminuisce l’assunzione (la ricetta prevede 7 parti di sesamo e 1 di sale).

    Mangiare nei momenti giusti
    Da alcuni anni la ricerca scientifica ha iniziato ad affrontare il tema degli effetti del cibo assunto in diverse ore del giorno. Gli studi sono ancora agli inizi ma, come spiegato nel libro, la certezza è che è meglio mangiare abbondantemente al mattino e poco alla sera. «Cena leggera e presto – scrivono gli autori de La via della leggerezza – perché altri studi hanno mostrato che anche cenare presto è utile a darci ulteriore benessere: si dorme meglio, senza russare, senza reflusso gastroesofageo, senza bocca cattiva, senza gonfiori di pancia e borborigmi». Per la mattina, invece, il consiglio è di preferire il salato al dolce che, per reazione insulinica, rischierebbe di mandare in ipoglicemia a metà mattina.

    Consumare zenzero per ridurre il senso si appetito
    Pare che lo zenzero agisca sul sistema metabolico aiutando l’organismo a tenersi in forma. Uno dei principali meccanismi anti-obesità di questa radice è quello di aumentare il consumo di energia, in particolare con la termogenesi. Farebbe, quindi, dimagrire perché fa consumare più calorie, oltre che, come scrivono nel libro, diminuire il senso di sazietà: «Più studi suggeriscono che lo zenzero riduca l’assorbimento dei grassi nell’intestino e che inibisca sia la lipogenesi (la sintesi dei grassi) che la deposizione dei grassi nel tessuto adiposo. Ridurrebbe anche la digestione dei carboidrati, quindi il loro impatto glicemico», scrive Berrino.

    Masticare a lungo
    Masticare a lungo è essenziale perché si dà il tempo all’apparato digerente di segnalare al cervello che il cibo è arrivato e che non è più il caso di mandare segnali di fame.

    Mangiare fibre vegetali
    «Rispetto a chi consuma solo 15 g di fibre al giorno, una quantità tipica del mondo occidentale, chi ne assume il doppio (cioè chi mangia integrale) ha una mortalità del 20 per cento inferiore», spiegano i due autori nel libro. Le fibre «buone» da assumere e preferire, poi, sono quelle dei cereali perché più ricche e protettive di quelle di legumi, verdura e frutta. Il loro ruolo? Ridurre l’infiammazione, aumentare il senso di sazietà, aumentare la massa fecale velocizzando il transito intestinale e abbassando il colesterolo.

    I cibi da evitare
    Tra gli alimenti citati nel libro, questi sono quelli da evitare assolutamente perché favorirebbero l’aumento di peso. E allora, in ordine di importanza, no a: patatine, patate, carni lavorate (salumi), carni rosse, bevande zuccherate, burro, latticini grassi, dolciumi, prodotti con farine raffinate, succhi di frutta.

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  • Una tassa iniqua e sbagliata

    16 gennaio 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 2900

    La così detta imposta di bollo sul deposito titoli. Si tratta di un vero e proprio salasso che colpisce i risparmi e vale lo 0,20% del valore patrimoniale finanziario complessivo di ciascun soggetto.

    Per chi detenesse 100.000 euro investiti in Btp, a titolo di esempio, dovrà quindi dare allo Stato 200 euro a fine anno. Già, perché l’imposta viene calcolata sulle giacenze del deposito titoli al 31 dicembre e viene prelevata automaticamente dalla banca o intermediario finanziario agendo da sostituto d’imposta che poi la girerà al fisco.

    Imposta di bollo su deposito titoli
    L’imposta di bollo sul deposito titoli, introdotta nel 2012 col decreto “Salva Italia” colpisce tutti gli strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, fondi comuni, certificati di deposito, ETF, ecc.) custoditi dagli intermediari finanziari per conto dei loro clienti. Si paga annualmente fotografando le consistenze sul dossier titoli al 31 dicembre di ogni anno, ma molte banche la ripartiscono trimestralmente. Questo per impedire che i risparmiatori ben informati, vendano gli strumenti finanziari prima della scadenza prestabilita azzerando quindi il deposito titoli per evitare di subire il salasso. Escamotage che non sempre funziona visti i costi e le commissioni di compra vendita degli strumenti finanziari a mercato che annullerebbero gli effetti del risparmio fiscale.

    Quando non si paga l’imposta di bollo
    L’imposta di bollo sul deposito titoli non è dovuta quando il valore medio di giacenza annuo risultante dagli estratti e dai libretti è complessivamente non superiore a 5.000 euro. Pertanto può succedere che un investitore attento provveda svuotare il deposito titoli poco prima della redazione dell’estratto conto in maniera tale che la valorizzazione del proprio portafoglio sia pari a zero per poi riacquistare gli strumenti finanziari subito dopo. Un espediente che è spesso di difficile attuazione poiché sulla compravendita dei titoli vengono applicate delle commissioni il cui costo potrebbe vanificare il risparmio sul pagamento dell’imposta di bollo. A maggior ragione se questa imposta viene applicata con scadenza trimestrale.

    Una tassa iniqua e sbagliata
    La patrimoniale sugli strumenti finanziari, oltre che porsi in contrasto con i principi costituzionali che tutelano il risparmio in ogni sua forma (art. 47 Cost.), appare iniqua e sbagliata. Molti economisti l’hanno criticata, ma non essendo ben visibile come lo è, ad esempio, l’IMU o il bollo auto, non fa notizia e le proteste trovano scarso accoglimento negli ambienti parlamentari. Anche perché l’imposta di bollo sul possesso degli strumenti finanziari si inserisce in un contesto già pesantemente oppresso dal fisco, laddove esiste già un prelievo del 26% sulle rendite finanziarie e imposte sulla tenuta del conto corrente, per non parlare dalla Tobin Tax. Insomma, il clima è vessatorio e controproducente per attrarre investimenti. Sarebbe stato più giusto introdurla per scaglioni introducendo altresì una franchigia per i piccoli risparmiatori.

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Attualità

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    L’Avv. Salvatore Pinna – Dall’Italia all’Ilustre Colegio de Abogados de Madrid

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    COSTA PARADISO: DEPOSITO DENUNCIA-QUERELA PER CDA E CDR

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    3 settembre 2026 • 2252

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