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  • In evidenza
  • Autostrade, fuori i Benetton, entra Cassa depositi e prestiti

    17 luglio 2020 • In evidenza, SOCIALE • 538

    Su Autostrade l’accordo è stato raggiunto dopo una riunione durata oltre 6 ore a palazzo Chigi. I Benetton usciranno gradualmente da Autostrade e sarà Cassa depositi e prestiti a sostituirli.
    E dunque a Cdp va il 51%, che renderà Aspi una public company. Ma non solo, poiché prevede anche una revisione complessiva della concessione, dai risarcimenti alle tariffe.

    Il Cdm ha dato mandato a Cdp di avviare, entro il 27 luglio, il percorso che dovrebbe portare all’uscita progressiva della famiglia veneta, prima scendendo al 10-12% dell’azionariato, poi con un’ulteriore diluizione in coincidenza con la quotazione in Borsa di Aspi. Ai ministri Roberto Gualtieri, che ha portato sul tavolo del Cdm la proposta finale dell’azienda, e Paola De Micheli viene dato il mandato a definire gli altri aspetti dell’accordo. Sul tavolo il premier Giuseppe Conte fino all’ultimo ha tenuto l’arma della revoca: “Se gli impegni assunti questa notte non vengono rispettati, sarà revoca”, spiega un ministro.

    Il processo di scorporo
    La novità che ha permesso alla trattativa di sbloccarsi riguarda l’azionariato: i Benetton hanno dato la disponibilità allo scorporo di Autostrade rispetto ad Atlantia, al contemporaneo ingresso di Cdp in Aspi e alla successiva quotazione in Borsa. Il processo, che secondo fonti di governo si consumerebbe nel giro di sei mesi o un anno, avverrebbe in due fasi: nella prima Cdp entrerebbe con il 51% e ci sarebbe lo scorporo che porterebbe il peso della famiglia Benetton tra il 10 e il 12%, soglia sotto la quale non si entra in Cda; nella seconda ci sarebbe la quotazione che dovrebbe portare a una società con un azionariato diffuso alto, fino al 50%, in cui potrebbero entrare nuovi soci, con un’operazione di mercato, abbassando ulteriormente il peso della famiglia Benetton.

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  • DECRETO TAR DEL 11.07.20: LEGITTIMO IL PERMESSO RILASCIATO PER LAVORI FOGNATURA

    11 luglio 2020 • ARCHIVIO DENTRO LA NOTIZIA, In evidenza, NOTIZIE DAL VILLAGGIO • 3695

    Il ricorso numero di registro generale 1010 del 2018, integrato da motivi aggiunti, proposto dalla Comunità del Territorio di Costa Paradiso, in persona del presidente Gianni Monterosso,

    CONTRO:
    – Comune di Trinità D’Agultu e Vignola;

    – Abbanoa S.p.A.;

    – Regione Autonoma della Sardegna;

    – Arpa Sardegna – Cagliari;

    – Arpa Sardegna – Sassari;

    – Servizio Idrografico Regione Autonoma della Sardegna;

    – Ente di Governo dell’Ambito della Sardegna;

    – Provincia di Sassari;

    PER L’ANNULLAMENTO
    del provvedimento del Comune di Trinità d’Agultu e Vignola – Area Tecnica – Settore Edilizia Privata, 16 ottobre 2018, prot. 10829 avente ad oggetto il “Piano di Lottizzazione “Costa Paradiso”. Realizzazione primo stralcio funzionale delle infrastrutture fognarie del comprensorio. Con il quale si stabilisce che, con riferimento alle infrastrutture fognarie, a seguito della richiesta di autorizzazione avanzata da alcune ditte private di “realizzare la fognatura ed eventuale modulo dell’impianto di depurazione, funzionale a garantire il rilascio dell’abitabilità relativa agli immobili interessati …… (PDF DECRETO TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE dell’ 11.07.2020).

    Quest’ ultimo Decreto del TAR infonde, nei cuori di tanti Proprietari/Partecipanti, la speranza che l’attuale C.d.A., capeggiato dal presidente Gianni Monterosso, possa finalmente abbandonare il braccio di ferro con il Sindaco dell’Ente locale per l’immediato passaggio al Comune delle opere primarie, riducendo così, non di poco, i notevoli costi di consulenze e assistenza legale che nel triennio 2017-2019 hanno raggiunto la stratosferica cifra di € 463.806,98 (Spese legali € 330.678,55 + Consulenze € 133.128,43).

    L’attuale organo amministrativo della Comunità del Territorio Costa Paradiso, in carica dal 18 marzo 2017, è composto dai seguenti soggetti:

    Monterosso Giovanni (presidente)
    Pedace Claudio (consigliere)
    Mulas Ferdinando (vicepresidente)
    Angeli Stefano (consigliere)
    Ferrari Maria Luisa (tesoriere)
    Ognissanti Luciano (consigliere)

    (PDF DECRETO TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE dell’ 11.07.2020).

    Redazione Costa Paradiso News
    “La Voce della Nostra Comunità”
    11 luglio 2020 alle 18:58

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    RIPRESI GLI SCAVI PER IL COMPLETAMENTO DELLE INFRASTRUTTURE FOGNARIE

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    QUALE SARÀ IL FUTURO DI COSTA PARADISO ?

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    COSTA PARADISO, IL C.d.A. E LE TASCHE VUOTE

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    COSTA PARADISO, INAMMISSIBILE SPRECO DI ACQUA

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    Il SINDACO DI TRINITÀ CHIEDE AL C.d.A. LA RIDUZIONE DELLE SPESE DI GESTIONE COMUNITARIE

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    IL TESORIERE COMUNICA CHE LA SITUAZIONE FINANZIARIA NON È ROSEA
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    DENUNCIATE PER SCARICO ABUSIVO LE ABITAZIONI DEI MEMBRI DEL CDA
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    LA MOROSITÀ DEI PARTECIPANTI É DI € 1.307.000 AL 31.12.2019

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    IL CONSIGLIO COMUNALE APPROVA L’ATTUAZIONE DEL PRIMO STRALCIO FOGNARIO

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    IL COMUNE SFIDUCIA IL C.d.A. DI COSTA PARADISO
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    LA CRISI DEL C.D.A. CON L’ ENTE LOCALE, TENEBRE SU TENEBRE
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    PIÙ PROPRIETARI DIFFIDANO IL CDA PER GRAVI INADEMPIENZE

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  • Ilaria Capua «Per vergogna sono andata via dall’Italia»

    10 luglio 2020 • In evidenza • 681

    Il 5 luglio è una data che Ilaria Capua non dimentica, un anniversario in qualche modo da celebrare. Scrive su Twitter: «Sono passati quattro anni dal mio proscioglimento dall’accusa di procurata epidemia ed altri 11 reati penali». La virologa scrive dagli Stati Uniti dove dirige l’«One Health Center» all’Università della Florida. Una scelta anche figlia della tempesta di quegli anni. Aggiunge lei, senza nascondere l’amarezza: «Ho rischiato l’ergastolo. Per vergogna ed umiliazione ho lasciato l’Italia. Si erano sbagliati però. Non era vero».

    Le accuse e l’archiviazione
    Ilaria Capua, 54 anni, era già una delle scienziate più in vista nel nostro Paese, si era guadagnata il titolo di «mente rivoluzionaria», la prima ad avere isolato il virus H5N1 e nel 2006 a rendere pubblica la sequenza genica dell’aviaria. Nel 2013 entra anche alla Camera dei deputati, come esponente di Scelta civica, il partito di Mario Monti. Nel 2014 all’improvviso la bufera, giudiziaria e mediatica. Viene indagata per corruzione, abuso d’ufficio e traffico illecito di virus in un’inchiesta della procura di Roma in cui si sospetta un mercato illegale dietro i vaccini per la malattia della lingua blu e dell’influenza aviaria. Lei si batte per difendere la propria innocenza. Poi decide di lasciare il Parlamento e l’Italia, accentando una cattedra e la possibilità di continuare la ricerca Oltreoceano. Il 5 luglio del 2016 l’inchiesta, che nel frattempo è stata trasferita da Roma a Verona, si chiude: il giudice per l’udienza preliminare decide il pieno proscioglimento perché il fatto non sussiste di Capua e altri dodici indagati.

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  • Nuove banconote da 5 e 10 euro

    10 luglio 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 1630

    Saranno presto nelle nostre tasche le prime banconote dell’euro e della Bce che, come tutte le precedenti emissioni, portano la firma del presidente della Banca centrale europea in carica al momento della stampa.

    L’entrata in circolazione è avvenuto il 3 luglio, quindi le banconote sono già disponibili, anche se ovviamente in circolazione continueranno ad esserci anche le altre precedenti.

    È stata la Bce a fare l’annuncio su Twitter: “Sono qui! Abbiamo appena ricevuto le prime banconote con la firma del presidente Lagarde. Quelle da € 5 e € 10 saranno le prime con la nuova firma a entrare in circolazione. Le banconote con la firma degli ex presidenti rimarranno valide”.

    Dal loro debutto avvenuto il 1° gennaio del 2002, le banconote in euro hanno riportato prima la firma di Wim Duisenberg, primo presidente della Bce; in seguito, stampate tra il novembre 2003 e il marzo 2012, quella del suo successore Jean-Claude Trichet.

    Il 1° novembre del 2011 l’italiano Mario Draghi è stato nominato terzo presidente dell’istituto e i primi biglietti con la sua firma sono entrati in circolazione a partire dal marzo 2012, accompagnandoci fino ad oggi.

    Il mandato di Christine Lagarde alla presidenza della Bce è iniziato a novembre 2019.

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  • Lauree per militari

    10 luglio 2020 • In evidenza • 1337

    La commissione Bilancio della Camera ha approvato nei giorni scorsi la creazione di un’università della Difesa.

    Sarà infatti il Centro Alti Studi della Difesa, istituito di eccellenza per la formazione del Dicastero, a emanare bandi per dottorati in scienze della Difesa e della Sicurezza aperti anche ai civili. «Al fine di sviluppare percorsi formativi che favoriscano l’integrazione interdisciplinare – si legge nel documento approvato – tra il mondo accademico nazionale e la ricerca nel settore della Difesa, nonché di integrare il sistema della formazione universitaria, post universitaria e della ricerca a sostegno del rilancio e di un più armonico sviluppo dei settori produttivi strategici dell’industria nazionale», il Casd si riconfigura «in via sperimentale per un triennio quale scuola superiore di ordinamento speciale della Difesa di alta qualificazione e di ricerca nel campo delle scienze della difesa e della sicurezza». L’emendamento al decreto Rilancio riprende un’idea fortemente voluta dal Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, sostenuta e condivisa con il Ministero dell’Università e della Ricerca e che consentirà un’integrazione tra le università e la Difesa, a sostegno della formazione degli studenti, della ricerca e dello sviluppo dell’industria nazionale di settore. Otto saranno gli studenti che ogni anno potranno accedere ai corsi, tramite un bando. Gli stanziamenti prevedono un impegno di spesa di 587.164 euro per il 2021, 694.112 euro per il 2022, 801.059 euro per il 2023 e a regime, a decorrere dal 2024, 908.007 euro. Le spese restano a carico del ministero della Difesa. Da sottolineare che i docenti saranno individuati, sempre tramite bando, in un percorso in collaborazione tra i due ministeri e se necessario ne saranno utilizzati anche di militari. Il piano formativo è predisposto da un comitato ordinatore composto da due membri delegati dal ministero della Difesa e da tre esperti delegati dal ministero dell’Università e della ricerca. Finiti i tre anni di sperimentazione, se tutto andrà a buon fine, il sistema universitario entrerà a regime e potrà dotarsi di un’autonomia statutaria e regolamentare da attuarsi con decreto del ministro dell’Università. L’idoneità sarà valutata dall’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca.

    Per l’attuazione del programma ci si potrà avvalere anche della collaborazione delle università presenti sul territorio nazionale. Un passo importante, perché i dottorati in scienze della Difesa e della sicurezza serviranno a fornire nuove figure che potranno ricoprire ruoli legati anche all’industria nazionale del settore, fondamentale per lo sviluppo del Paese. Le Forze armate costituiscono, infatti, da sempre, uno dei punti fondamentali di tenuta del «sistema Italia» e sono apprezzate all’estero.

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  • Accertamento per Omessa Dichiarazione

    10 luglio 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 646

    Ordinanza della Corte di Cassazione
    Con l’ordinanza n. 13119 del 30 giugno 2020, la corte di cassazione ritenere che “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, nel caso di omessa dichiarazione da parte del contribuente, l’Amministrazione finanziaria, può ricorrere a presunzioni cd. supersemplici, anche prive, cioè, dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, che comportano l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, ma deve, comunque, determinare, sia pure induttivamente, i costi relativi ai maggiori ricavi accertati, pena la lesione del parametro costituzionale della capacità contributiva”.

    Determinazione del reddito su base induttiva
    Dall’esame della sentenza di appello, si evince che l’Ufficio, a causa della mancata presentazione della dichiarazione dei redditi, aveva determinato induttivamente il reddito di impresa del contribuente, soltanto sulla base dei ricavi dichiarati nel triennio precedente.

    La determinazione del reddito su base induttiva, secondo la commissione tributaria regionale, era “giustificata dall’inattendibilità delle scritture contabili nel loro complesso e, in quanto presunto, non era suscettibile di riduzioni e/o riconoscimento di costi”, atteso che, non avendo il contribuente fornito la documentazione richiesta dall’ufficio, era stata esclusa ogni possibilità di controllo del reddito conseguito nel periodo d’imposta accertato;

    Ricorso del Contribuente
    Il contribuente denuncia la violazione dell’art. 3 e 53 della Costituzione, in quanto la CTR ritiene legittimo che in presenza di accertamento induttivo non si debbano riconoscere i costi e/o le eventuali riduzioni.

    L’accertamento del maggior reddito accertato, per il contribuente, presuppone l’esistenza necessaria di un costo detraibile, da determinarsi anche induttivamente.

    La controversia, dunque, va rinviata per un nuovo esame ad altra sezione della CTR da effettuarsi alla luce dei principi sopraccitati.

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  • I buoni pasto hanno un problema

    10 luglio 2020 • In evidenza • 846

    Da alcuni anni, ciclicamente, le associazioni dei commercianti tornano a lamentarsi dei buoni pasto, il sistema usato da milioni di lavoratori per pagare il pranzo nei giorni di lavoro e che ha un giro di affari di diversi miliardi di euro all’anno. A febbraio, prima del lockdown, durante un convegno organizzato dalle principali associazioni di categoria si era parlato di un sistema vicino “al collasso”, ed era stata minacciata la possibilità di smettere di accettare tutti i buoni pasto. Nelle ultime settimane, complici le nuove difficoltà economiche di molte attività, si è tornati a discutere di questi problemi e della loro causa: che secondo quasi tutti è la Consip, la società pubblica che si occupa di appalti per la pubblica amministrazione.

    Cosa sono i buoni pasto
    Per capire da dove nascano le critiche delle associazioni dei commercianti bisogna partire dal funzionamento dei buoni pasto in Italia. I buoni pasto, a volte chiamati anche “ticket restaurant” dal nome di uno dei principali marchi del settore, sono un servizio riservato ai lavoratori dipendenti del settore pubblico o privato o a collaboratori esterni, che funziona come alternativa alla fornitura di un servizio mensa per il personale.

    Essendo un’alternativa a un pasto, i buoni pasto di base non prevedono oneri fiscali o previdenziali né per il datore di lavoro né per il dipendente: le aziende non pagano tasse sul valore dei buoni pasto e i dipendenti possono utilizzare quel valore per fare acquisti, con alcune limitazioni sui prodotti che possono comprare. Fino al 2019 l’esenzione fiscale per i buoni pasto arrivava fino a un valore di 5,29 euro per quelli cartacei e fino a 7 euro per quelli elettronici; l’ultima finanziaria ha abbassato a 4 euro il limite per i buoni pasto cartacei e ha alzato a 8 euro quello per i buoni pasto elettronici, per favorire l’utilizzo di questi ultimi.

    Per le aziende, fornire buoni pasto ai lavoratori è decisamente più conveniente che versare l’importo equivalente in busta paga, dato che quest’ultimo sarebbe soggetto sia alla contribuzione previdenziale che a quella fiscale. Sui buoni pasto, inoltre, è totalmente detraibile l’IVA (del 4 per cento per i dipendenti e del 10 per cento per collaboratori, liberi professionisti, dirigenti e soci delle aziende erogatrici).

    A fornire i buoni pasto sono alcune società specializzate, tra le più popolari ci sono Sodexo, Edenred, UpDay e Pellegrini, che stipulano con le singole aziende contratti di fornitura. Nel caso della pubblica amministrazione, i contratti di fornitura vengono assegnati con gare d’appalto pubbliche bandite dalla Consip (la centrale acquisti per la pubblica amministrazione). A loro volta le società che emettono buoni pasto firmano delle convenzioni con gli esercenti (bar, ristoranti da asporto, gastronomie o supermercati), in base alle quali gli esercizi commerciali ricevono un rimborso del valore del buono pasto, meno una percentuale definita nel contratto di convenzione.

    In fondo alla catena dei buoni pasto ci sono quindi i commercianti, che ogni giorno li ricevono dai loro clienti in cambio di prodotti alimentari e ogni mese li inviano alle società emettitrici per ottenere il rimborso. Ai commercianti conviene accettare i buoni pasto, per garantirsi come clienti i molti lavoratori dipendenti che li usano, ma il rimborso che ottengono per i buoni non è pari al loro valore nominale, perché una percentuale del valore è trattenuta dall’emettitore del buono in cambio del servizio di intermediazione.

    Secondo le associazioni di categoria, nel 2019 in Italia sono stati emessi 500 milioni di buoni pasto, per un valore complessivo di 3,2 miliardi di euro: di questi, 175 milioni sono stati acquistati dalle pubbliche amministrazioni, che li hanno messi a disposizione di 1 milione di lavoratori. In tutto sono 2,8 milioni i lavoratori che ricevono buoni pasto e il 64,7 per cento di questi li utilizza «come prima forma di pagamento ogni volta che esce dall’ufficio», hanno detto i rappresentanti delle associazioni. Si calcola che ogni giorno i lavoratori spendano negli esercizi commerciali convenzionati 13 milioni di euro in buoni pasto, anche se i dati più recenti non tengono ancora in considerazione i cambiamenti causati dal coronavirus.

    Sconti e commissioni
    Come ha spiegato al Post Luciano Sbraga, vicedirettore della FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi), inizialmente le commissioni che gli esercenti dovevano pagare alle società che emettono buoni pasto erano molto basse (intorno al 3 per cento del valore nominale dei buoni). Le cose hanno però cominciato a cambiare quando la Consip ha iniziato a bandire gare d’appalto per l’assegnazione dei servizi di buoni pasto alle aziende pubbliche, introducendo il criterio del massimo risparmio. La Consip, in pratica, assegnava i suoi grossi contratti di fornitura ai gruppi che facevano l’offerta economica migliore, mettendo in secondo piano gli aspetti qualitativi delle offerte. Queste gare, ha detto Sbraga, sono diventate nel corso del tempo «gare sul prezzo», più che sugli effettivi servizi offerti dalle varie società di buoni pasto.

    Alle grandi società emettitrici di buoni pasto conviene partecipare alle gare Consip, perché rappresentano una quota enorme del mercato dei buoni pasto in Italia. I grossi sconti che è necessario offrire per vincere le gare creano tuttavia un problema nel sistema: i buoni pasto vengono pagati da Consip meno del loro valore nominale, ma quando vengono usati dai dipendenti in pausa pranzo, ai buoni pasto viene riconosciuto il loro valore nominale. Della differenza tra quanto i buoni vengono pagati e il loro valore nominale qualcuno deve farsi carico: i commercianti o le società emettitrici dei buoni.

    A rendere la cosa ancora più complicata c’è il fatto che gli sconti stabiliti al termine delle gare Consip diventano poi uno standard anche per il resto del mercato dei buoni pasto. Emmanuele Massagli, presidente dell’Associazione Nazionale delle Società Emettitrici di Buoni Pasto (ANSEB), ha spiegato al Post che le grandi aziende italiane che acquistano buoni pasto sono spesso molto esplicite nel far capire di attendersi gli stessi sconti applicati per i contratti Consip (che sono pubblici), e avendo molto potere contrattuale li ottengono. Il problema di far quadrare i conti tra il prezzo a cui vengono venduti i buoni pasto e il loro valore nominale, quindi, riguarda una grandissima parte del mercato italiano ed è all’origine di gran parte delle lamentele dei commercianti.

    Gli sconti ottenuti da Consip con le sue gare sono cresciuti molto negli ultimi anni. Nell’ultima gara conclusa, nel 2018 (una nuova gara è in corso di assegnazione in queste settimane), 15 lotti dal valore complessivo di 1 miliardo di euro sono stati assegnati con uno sconto medio del 20 per cento e con picchi al di sopra del 22 per cento, mentre nel 2016 lo sconto medio era stato del 15 per cento.

    I negozianti
    Nel convegno organizzato a febbraio, le associazioni di categoria dei commercianti avevano detto che per come stanno le cose oggi «un esercente vende prodotti e servizi per valore di 8 euro ma ne incassa 6,18. Aggiungendo a queste commissioni altri oneri finanziari, su buoni pasto del valore di 10mila euro, gli esercizi si vedono decurtare 3mila euro». Gli sconti che vengono applicati al momento della vendita dei buoni pasto, infatti, finiscono per essere pagati dai commercianti, che firmano contratti di convenzionamento che prevedono commissioni pari agli sconti.

    Se inizialmente questo sistema veniva mitigato dalle società emettitrici, che trovavano sistemi per salvaguardare i margini di guadagno dei commercianti, ora è stabilito dalla legge che siano gli esercenti a doversi far carico degli sconti. Un emendamento al codice degli appalti introdotto nel 2017 ha infatti stabilito il principio per cui le società emettitrici devono chiedere commissioni per i loro servizi maggiori o uguali al valore degli sconti applicati al momento della vendita dei buoni. L’emendamento, che ANSEB ha criticato, avrebbe dovuto funzionare come una sorta di limite indiretto all’aumento degli sconti per rendere il mercato più sostenibile, ma non sembra aver avuto per ora altri effetti se non complicare la vita di molti negozianti.

    Gli esercenti, che già pagano alle società emettitrici commissioni e oneri per molti servizi che ricevono (dai POS per i buoni pasto elettronici ai costi associati alle procedure di incasso), si trovano quindi a perdere in certi casi fino al 30 per cento del valore nominale dei buoni pasto, con una riduzione enorme dei loro margini di guadagno. Se questa riduzione può essere assorbita in qualche modo da grandi catene di ristoranti o supermercati, le cose sono più complicate per i piccoli esercizi commerciali.

    Che futuro hanno i buoni pasto
    Nel 2018 il fallimento di Qui! Group, uno dei più grandi gruppi di buoni pasto in Italia, aveva fatto discutere della solidità del sistema e delle sue prospettive. Dietro al fallimento di Qui! Group, che aveva un ammanco di 325 milioni di euro nei suoi conti, non sembra esserci stata solo la questione degli sconti delle gare Consip, ma è possibile che la precarietà finanziaria del gruppo sia stata peggiorata dalla necessità di ottenere i grandi contratti pubblici applicando sconti crescenti.

    I problemi del sistema dei buoni pasto sono comunque riconosciuti da quasi tutte le parti in causa, comprese le società emettitrici dei buoni. Emmanuele Massagli ha definito «reale» il problema delle commissioni troppo alte per i commercianti, e ha detto che ANSEB è da tempo al lavoro per provare a trovare una soluzione. Una di queste sarebbe un limite agli sconti applicabili nelle gare Consip, in modo che la gara venga assegnata anche in base a principi qualitativi. Questo però limiterebbe il risparmio di Consip, e quindi dello Stato, e per il momento non sembra che ci sia l’intenzione di andare in questa direzione.

    A migliorare la situazione per i commercianti, ha detto Massagli, potrebbe invece essere il graduale passaggio dai buoni pasto cartacei a quelli elettronici, che hanno rischi e costi di gestione molto minori (i buoni pasto cartacei, solo per fare un esempio, vanno spediti per posta a fine mese per ottenere il rimborso e i furti capitano spesso). L’ultima legge di bilancio, che ha aumentato a 8 euro il limite per l’esenzione fiscale dei buoni pasto elettronici, va in questa direzione. Secondo una stima di ANSEB, se nel 2019 i buoni pasto elettronici erano circa il 40 per cento del mercato, a fine 2020 potrebbero arrivare a essere l’80 per cento.

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  • Più pensionati che dipendenti pubblici

    10 luglio 2020 • In evidenza, SOCIALE • 970

    Dal prossimo anno il rapporto fra chi lavora alle dipendenze dello Stato e chi è in pensione potrebbe invertirsi per la prima volta.

    E’ il ritratto di un Paese in declino che subisce l’effetto del taglio delle pensioni della Fornero e delle uscite a valanga previste da quota 100, ma che contestualmente ha ridotto le assunzioni nel pubblico impiego. Effetto anche di una crisi economica che parte da lontano e di una sempre maggiore informatizzazione e automazione dei servizi per i quali l’organi di oggi non può essere uguale a quello di 40 anni fa.

    In Italia, meno dipendenti pubblici che in altri Paesi Ue
    Così, entro il 2021 la P.A. italiana potrebbe avere più pensionati che dipendenti, per il continuo calo del personale e un equilibrio fra ingressi e uscite che, nonostante lo sblocco del turnover, non è ancora stato raggiunto. A fronte di 3,2 milioni di impiegati pubblici italiani (in termini assoluti il 59% in meno di quelli francesi, il 65% di quelli inglese, il 70% di quelli tedeschi) i pensionati pubblici sono già 3 milioni. Un numero in crescita costante e destinato a salire perché i “pensionabili” oggi sono molti: 540 mila dipendenti hanno già compiuto 62 anni di età (il 16,9% del totale), mentre 198 mila hanno maturato 38 anni di anzianità.

    I dati del Forum P.A. 2020-2021
    E’ quanto evidenzia la ricerca sul lavoro pubblico presentata oggi in apertura di “Forum P.A. 2020 – Resilienza digitale“. La pensione anticipata è stata parzialmente accelerata da quota 100, nel 2019 sono uscite anticipatamente dalla P.A. 90 mila persone, ma è comunque prassi comune: il 57,7% dei pensionati pubblici attuali ha optato per il ritiro anticipato, solo il 13,7% per raggiunti limiti di età.

    Risultato: solo dal 2018 a oggi sono andati in pensione 300 mila dipendenti pubblici a fronte di circa 112 mila nuove assunzioni e 1.700 stabilizzazioni di precari, nel solo 2018. C’è lo sblocco del turnover, ma le procedure sono lente e la media dei tempi tra emersione del bisogno e effettiva assunzione dei vincitori dei concorsi è di oltre 4 anni. E così, con in più il blocco imposto dal Covid-19, da settembre del 2019 ad oggi sono state messe a concorso meno di 22 mila posizioni lavorative: di questo passo ci vorrebbero oltre dieci anni a recuperare i posti persi.

    In Italia, i dipendenti pubblici sono over 50
    La fotografia tracciata dall’indagine è quella di una P.A. anziana, in cui l’età media del personale è di 50,7 anni, con il 16,9% di dipendenti over 60 e appena il 2,9% under 30. In questo scenario, c’è un’importante novità: il ricorso (forzato) allo smart working durante l’emergenza Covid-19 per la gran parte dei dipendenti pubblici è stata un’esperienza positiva, che ha portato in qualche caso addirittura a un aumento di produttività: per 7 lavoratori su 10 è stata assicurata totale continuità al lavoro, per il 41,3% l’efficacia è persino migliorata; per il 61% la nuova cultura di flessibilità e cooperazione prevarrà anche finita l’emergenza.

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  • Il caso Wirecard imbarazza la Germania

    6 luglio 2020 • ECONOMIA, In evidenza • 969

    Chi avesse ancora dubbi al riguardo sarebbe bene che si ricordasse che nel giro di meno di 5 anni abbiamo assistito allo scandalo delle emissioni inquinanti di Volkswagen, ai magheggi contabili mal riusciti di Deutsche Bank con annesse vere truffe ai danni del mercato e sanzionate dalle autorità, mentre è di questi giorni il caso Wirecard, con 1,9 miliardi di euro “spariti” nel nulla, anzi non sarebbero mai esistiti, come hanno lasciato intendere i manager della società dei pagamenti elettronici. Cosa hanno in comune questi fatti? Sono tutti “made in Deutschland”.

    Wirecard equivale al caso Parmalat o a quello dell’americana Enron di inizio millennio. Quante recriminazioni ai danni del sistema finanziario e dei controlli italiano e quante volte dal Nord Europa ci hanno puntato il dito, come per dire che siamo pur sempre quelli dell’“italian job”? Ma i casi di vera truffa si moltiplicano nel cuore di questa Europa bacchettona dalle analisi a senso unico, perché stavolta la Germania l’ha fatta grossa. Non solo una società avrebbe gonfiato i bilanci per anni con ricavi fasulli contabilizzati in Asia, ma governo e autorità di controllo l’avevano difesa contro gli attacchi dall’estero.

    Un anno fa, il Financial Times aveva acceso i fari sui presunti falsi in bilancio di Wirecard e per tutta risposta la BaFin, la Consob tedesca, aprì un’indagine a carico del quotidiano per “manipolazione del mercato” e non della società accusata. Quasi un anno e mezzo dopo, i controllori tedeschi sono costretti ad ammettere di avere preso lucciole per lanterne. Il caso arriva in un momento delicato per la credibilità del sistema teutonico, con la compagnia aerea Lufthansa che rischia di restare per sempre a terra.

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  • Il Senato annulla il taglio dei vitalizi

    6 luglio 2020 • In evidenza • 845

    L’avvocato Paniz esulta. La Lega vota contro. Ira 5 stelle e Pd: “La Casta si tiene il malloppo”

    Tre voti a favore e due contrari, quelli dei senatori della Lega, Simone Pillon e l’ex Cinquestelle Alessandra Riccardi. Così la Commissione Contenziosa del Senato ‘ribalta’ la decisione assunta con la delibera del Consiglio di presidenza che, nell’ottobre del 2018, aveva deciso il taglio dei vitalizi agli ex parlamentari. Immediate, e di segno opposto, le reazioni alla decisione: se da una parte Maurizio Paniz, ex deputato e avvocato che ha difeso nel ricorso la maggior parte degli ex senatori che hanno presentato ricorso, canta vittoria (”È stato ripristinato lo Stato di diritto”), dall’altra si grida allo scandalo. “La Commissione Contenziosa del Senato ha appena annullato la delibera sul taglio dei vitalizi agli ex parlamentari. Ci provavano da mesi: lo hanno fatto di notte, di nascosto”, tuona infatti il capo politico del Movimento 5 Stelle Vito Crimi che – chiedendosi “chi dobbiamo ringraziare per questa operazione, la presidenza del Senato?” – definisce senza mezzi termini la decisione assunta “uno schiaffo a un Paese che soffre. La casta si tiene il malloppo, noi non molleremo mai per ripristinare lo stato di diritto e il principio di uguaglianza”. Anche il Pd contrario: si definisce sconcertato e nettamente contrario alla decisione.

    “La delibera, argomenta invece Paniz, è stata annullata perché ritenuta ingiustificata a fronte della giurisprudenza consolidata della Corte Costituzionale e del diritto dell’Unione europea, in base alla quale di fronte a una situazione consolidata gli interventi di riduzione degli importi devono rispondere a cinque requisiti, nessuno dei quali era stato rispettato dalla delibera. In primo luogo non deve essere retroattivo, mentre questo taglio lo era; in secondo luogo non deve avere effetti perenni, come invece li aveva la delibera; in terzo luogo non deve riguardare una sola categoria ma deve essere “erga omnes”, mentre qui si colpivano solo gli ex parlamentari; in quarto luogo deve essere ragionevole, mentre questo taglio raggiungeva l′8% degli importi; infine deve indicare dove vanno a finire i risparmi che non possono finire nel grande calderone del risparmio, e anche su questo punto la delibera era carente”. Paniz non nasconde la propria soddisfazione: “una soddisfazione professionale – sottolinea all’ANSA – ma anche sul piano dei rapporti personali che ho intrattenuto con centinaia di ex senatori che ho assistito. E’ un risultato che mi ripaga dell’impegno e degli insulti e minacce ricevuti. Io non ho difeso un privilegio ma un diritto, e in uno Stato di diritto questa è una vittoria di tutti”. Più cauto il commento del senatore di Forza Italia Giacomo Caliendo, che presiede anche la commissione, e che precisando che “la commissione contenziosa del Senato ha accolto in parte i ricorsi e ha annullato la delibera sui vitalizi in alcune part” chiede di aspettare “di leggere le motivazioni” per vedere “se ci saranno eventuali impugnazioni”.

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Attualità

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    L’Avv. Salvatore Pinna – Dall’Italia all’Ilustre Colegio de Abogados de Madrid

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    24 settembre 2026 • 1606

    NUOVA INTEGRAZIONE ALLA PROCURA PER IL CDR DI COSTA PARADISO

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    COSTA PARADISO, UNA GESTIONE CHE HA TRADITO LA FIDUCIA DEI PROPRIETARI

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    Dopo la denuncia di Pasquale Ferrara, la Prefettura ha ciò che mancava

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    3 settembre 2026 • 2655

    COSTA PARADISO: DEPOSITO DENUNCIA-QUERELA PER CDA E CDR

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    3 settembre 2026 • 2257

    COME SCRIVERE ALL’ AVV. SALVATORE PINNA

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